Robert Kennedy, papa Francesco e l’inganno dell’idolo PIL

La grande attualità del famoso discorso del candidato alla presidenza Usa, nato esattamente cent’anni fa e assassinato il 5 giugno 1968. Quando insistere solo sul Prodotto Interno Lordo è un modo di vedere in modo assai parziale la realtà. Perché non si tiene conto della verità della persona e del suo bisogno di autentico benessere. La stessa preoccupazione manifestata in più occasioni da papa Francesco: «Parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone». 


28 novembre 2025
Crescita senza sviluppo
di Enzo Manes

Mario Draghi e Robert Kennedy

Cent’anni fa, il 20 novembre 1925, nasceva a a Brookline, Massachusetts, Robert Francis Kennedy, affettuosamente chiamato Bob o Bobby. Il cognome dice di una dinastia e di una certa storia degli Stati Uniti. Di un’America ancora profondamente legata al proprio sogno. Che si batteva contro le discriminazioni razziali, per dare dignità ai più poveri.  Suo fratello maggiore, John Fitzgerald Kennedy, venne assassinato a Dallas, Texas, nel 1963. Era il presidente Usa. Anche Bob morì di morte violenta, ucciso da un colpo di pistola il 5 giugno del 1968 in un grande albergo di Los Angeles dove stava festeggiando con amici e sostenitori l’esito positivo delle primarie in California. Aveva 42 anni. E si apprestava a correre per la presidenza del Paese.
Bon Kennedy lasciava la moglie e 11 figli. Il suo pensiero e gli ideali che lo avevano animato sono continuati a sopravvivere fino ad oggi grazie all’impegno della sua famiglia, dei suoi amici e della Robert F. Kennedy Foundation of Europe, presieduta dalla figlia Kerry. La sua morte, come quella del fratello, fece scalpore in tutto il mondo. Un altro Kennedy ammazzato.
Le loro uccisioni si sono portate dietro un’infinità di dubbi. La parola complotto è stata è continua ad essere sulle labbra di molti. E in effetti le zone d’ombra sono vastissime, le certezze minime. Chi ha voluto si è imbattuto in incongruenze e depistaggi potendo così ricamarci su. Non si è potuto farlo con il pensiero di Bob. Quello è lì, tutto da leggere. Magari, prima di tutto per i non pochi americani e per una fetta significativa del Partito democratico; e magari con un sentimento di genuina nostalgia per le sue coraggiose prese di posizione sui diritti civili e per una visione dell’economia quasi ardita oggi figuriamoci oltre cinquant’anni.

I limiti dell’approccio economicocentrico

La data da ricordare è Il 18 marzo 1968. Quel giorno Bob Kennedy svolse un intervento controcorrente all’Università del Kansas sulla scarsa capacità del PIL (Prodotto Interno Lordo) di rappresentare, in qualità di indicatore, lo stesso di benessere di una nazione. Aveva visto giusto. E con largo anticipo su una stagione alquanto lunga dove tutto è sacrificato sull’altare del PIL. In tempi più recenti le cose sono un poco cambiate. Oggi, per dire, in Italia l’Istat, ogni anno, diffonde un rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BSS). Una sfida più che significativa.
«Non si trattava di rottamare il PIL, ma di affiancargli indicatori di benessere equo e sostenibile. Dovevamo costruire un nuovo sistema di misurazione che tenesse conto della qualità della vita delle persone, delle condizioni ambientali, del benessere delle generazioni presenti e future. E l’Italia, da questo punto di vista, si trovava in una posizione privilegiata. Già a partire dagli anni Novanta, l’Istat aveva iniziato una rivoluzione copernicana. L’approccio economicocentrico aveva lasciato spazio a un’ottica centrata sul cittadino. Avevamo cominciato a rilevare la soddisfazione soggettiva, le opinioni, le condizioni di gruppi sociali fino ad allora invisibili». (Linda Laura Sabbadini, Nuova Atlantide 15, ottobre 2025).

Robert Kennedy

Di cosa non tiene conto il PIL

E Robert Kennedy? Lui aveva chiarito in anticipo i limiti di un’economia di mercato quasi esclusivamente piegata a logiche di profitto, di mero benessere economico. Detto negli Stati Uniti si tratta di concetti che fanno un certo effetto, tenuto conto che quel discorso veniva pronunciato da un candidato autorevolissimo a diventare inquilino della Casa Bianca. Da un Kennedy. E invece una pallottola ha chiuso la vicenda. Non ha chiuso, però, l’attualità di quel discorso pronunciato all’Università del Kansas. Riprenderlo è quindi opportuno.
Ecco allora come si venne a sviluppare:
“Non troveremo mai un fine per la nazione, né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Stime di crescita del PIL 2025 Italia all’1%, sotto la media UE (1,5%). Malta al top con un +4,3%.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.

Le 20 maggiori economie mondiali per PIL PPA $ dati ONU-FMI 2025

Un di meno di umanità: sentiero pericoloso

Le economie di mercato hanno continuato a procedere l’obiettivo del PIL sempre e comunque. Specie con l’affermazione un po’ troppo entusiastica di ricette neoliberiste. Pigiare sull’acceleratore della crescita costi quel che costi ha prodotto non pochi squilibri e azzardi. È successo che nella più parte dei casi si è disatteso l’appuntamento con le preoccupazioni che già nel 1968 esprimeva Bob Kennedy. Perché in quel discorso emergeva la convinzione che insistere sulla crescita non legandola allo sviluppo della persona, alla sua domanda di felicità, avrebbe portato a un deficit strutturale. A un di meno di umanità. Il PIL, diceva, può misurare tutto sul tragitto breve, ma non può cogliere niente di quel che rende la vita davvero degna di essere vissuta. E ogni donna e ogni uomo devono poter vivere in gioia, salute, qualità dell’educazione, cultura. Insomma: benessere a tutto tondo.
Papa Francesco aveva avvertito del «sentiero pericoloso» di ridurre lo sviluppo alla crescita del Prodotto interno lordo. Definiva quella strada un modo di «sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani». Per lui si rendeva necessaria una «impostazione integrata degli obiettivi»; e bisognava perciò «rispondere adeguatamente sia al grido della terra sia al grido dei poveri». E chiariva che «proporre un dialogo su uno sviluppo inclusivo e sostenibile richiede anche di riconoscere che ‘sviluppo’ è un concetto complesso, spesso strumentalizzato», (Testo per l’incontro dal titolo Le religioni e gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile: ascoltare il grido della terra e del povero). «Quando parliamo di sviluppo dobbiamo sempre chiarire: sviluppo di cosa? Sviluppo per chi? Per troppo tempo l’idea convenzionale di sviluppo è stata quasi interamente limitata alla crescita economica», aggiungeva il Santo Padre. Ed eccolo sui limiti del PIL: «Gli indicatori di sviluppo nazionale si sono basati sugli indici del prodotto interno lordo (PIL). Ciò ha guidato il sistema economico moderno su un sentiero pericoloso, che ha valutato il progresso solo in termini di crescita materiale, per il quale siamo quasi obbligati a sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani».
E, al contrario, «come ha messo in risalto il mio predecessore San Paolo VI parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone – non solo a pochi – e all’intera persona umana – non alla sola dimensione materiale». Ecco perché «una fruttuosa discussione sullo sviluppo dovrebbe offrire modelli praticabili di integrazione sociale e di conversione ecologica, perché non possiamo svilupparci come esseri umani fomentando crescenti disuguaglianze e il degrado dell’ambiente». 
Le parole di papa Francesco dicono che fare del PIL un idolo è prendere la parte per il tutto. Con le conseguenze non proprio positive che questo ha prodotto, pensiamo al tramonto del modello di globalizzazione costruito sui principi del neoliberismo.
Bob Kennedy avrebbe condiviso alla lettera i richiami di papa Bergoglio. Cristallinamente cattolici, ça va sans dire.