Settembre, ottobre… ma come abbiamo ricominciato?
Ma quanto è stato faticosa la ripartenza? Salita ripida o dolce scollinamento? Diffusa la sensazione della pesantezza, le energie già in fuga. E allora si anela al fine settimana. Ma, settembre o non settembre (anche perché nel frattempo siamo in ottobre), si può pensare di vivere il nostro quotidiano nell’attesa della… pausa? Dei week end di pausa, di interruzione? Così facendo è uno spreco, però. Perché è un problema se tutte le mattina ci si alza con un nodo allo stomaco. Il guaio è che così si perde di vista la passione per quello che si è, si fa, ti accade. Ricordandosi che la passione non è un lusso
3 ottobre 2025
Scuola illuminata
di Lorenzo Buggio
Ci siamo appena appena lasciati alle spalle Settembre. Con quel mese sono riprese “cose”: riaperte le scuole, puntate le sveglie, le agende piene, le mail da smaltire, e tutta quella routine che, nel bene e nel male, ci ha riportati a terra. Settembre è sempre stato un mese che non è mai solo un mese, ma un tempo di inizio, di ripartenza, di rientro nella quotidianità.
E ogni anno mi accorgo di una cosa, che diventa sempre più evidente. Sempre più persone, pazienti che incontro nel mio lavoro ma anche amici, conoscenti, gente che vedo al bar o con cui scambio due parole per strada, mi dicono che settembre è uno dei mesi più difficili. Molti lo vivono quasi con un senso di pesantezza, come se dopo l’estate fossimo attesi da una piccola salita.
Perché? Viene spontaneo chiederselo. È il cambio di stagione che ci scombina un po’? Sono le giornate che si accorciano, la luce che scappa via prima? Può darsi, in parte, ma non è solo quello. Molto spesso, quello che sento dire, è che la vera fatica sta, per l’appunto, nel dover ricominciare.
Dopo settembre…
Certo, ricominciare richiede energia, ma se ci pensiamo bene, non è tanto l’impegno del lavoro o dello studio che pesa. Il problema è un altro, più sottile. È quella sensazione che arriva appena si riprende, come se fossimo già in ritardo. Come se nel momento stesso in cui torni a lavorare o a studiare, scattasse l’idea che non ci sia più tempo per l’altro, per ciò che ci fa stare bene, per gli spazi di leggerezza che durante l’estate diventano quasi naturali. E adesso che siamo in ottobre cosa cambia?
Io sono ancora giovane nel mondo del lavoro, e magari tra vent’anni leggerò queste righe sorridendo, ma una cosa me la sono sempre ripetuta, e continuo a farlo. Non ho mai voluto infilarmi in un lavoro che mi facesse sognare il fine settimana o le vacanze come unico momento in cui la vita accade davvero.
Non voglio vivere aspettando la prossima pausa, la prossima fuga. Attenzione, non fraintendetemi, non sto dicendo che non mi piaccia staccare, fare un viaggio, partire per la montagna, anzi, credo che questi momenti siano preziosi e necessari. Ma sono una parte, non il centro. E qui arriva il punto che, anno dopo anno, mi interroga di più. Oggi sempre più spesso sento ripetere ai giovani, ai ragazzi del liceo, a quelli che devono scegliere l’università, agli studenti che incontro in ambito accademico, che la cosa più importante per decidere un percorso sia una sola: quanto guadagnerai? Quanto ti pagano? Come se questa fosse l’unica domanda sensata da porsi.
Ora, non voglio scivolare nella frase fatta che circola spesso, quella del “scegli un lavoro che ami e non lavorerai mai un giorno”.
Perché non è vero. Io faccio un lavoro che amo, ma lavoro eccome, e ci sono giornate storte, momenti difficili, fatiche che si sentono sulle spalle. E non voglio nemmeno dire che il guadagno non sia importante, anzi, le bollette arrivano, i conti vanno pagati, e avere una stabilità economica ti permette di vivere con una certa serenità, ti dà libertà, indipendenza, ti toglie il fiato corto delle preoccupazioni che a lungo andare logorano.
Quel che manca…
Quello che però vorrei dire è che forse stiamo sbagliando a mettere la questione economica come unico faro. Sembra che il valore del nostro lavoro, e un po’ anche della nostra esistenza, venga misurato solo sulla base di una performance, di un risultato, di un ritorno immediato. E più questa mentalità cresce, più vedo persone che perdono di vista un elemento fondamentale: la passione.
Chiamatela passione, desiderio, curiosità, interesse vivo, ognuno ci mette la parola che preferisce. Ma qualcosa, alla base delle nostre scelte, ci deve essere. Non basta il numero sul conto. Non basta l’oggettività di un guadagno. Non basta sentirsi dire che “almeno ti pagano bene” se poi ogni mattina ti alzi con il nodo allo stomaco.
Questo lo vedo anche in altri ambiti, perfino nelle relazioni. Quante volte sento frasi come “è una brava persona, ha un buon lavoro, è stabile economicamente, perché non stai con lui?”. Eppure, manca tutto il resto, manca l’attenzione, manca la cura, manca quella scintilla che ti fa sentire vivo. Allora ci si chiede: ma davvero ci basta la sicurezza materiale, se poi la sostanza è assente?
Alla fine, ognuno sceglie per sé, ed è giusto così. Nessuno può sapere davvero cosa sia giusto per l’altro, e la psicoanalisi questo ce lo ricorda bene: esiste sempre una libertà soggettiva che va rispettata. Ma una cosa possiamo provare a tenerci stretta, ed è che non possiamo ridurre tutto, nel lavoro come nella vita, a un calcolo preciso e schematizzabile. Alcune cose vanno scelte anche con il cuore, con quella parte che non si misura in busta paga.
Forse, più che ricominciare, come è avvenuto anche per questo settembre, dovremmo imparare a ripartire ricordandoci che la passione non è un lusso, è una base.