Un passo indietro per ridare spazio e libertà ai ragazzi
Pensieri difficili da mettere in fila dopo il drammatico accoltellamento di Chiara Macchi, insegnante di francese, da parte di un suo studente. Si accusa il colpo perché la vicenda non è un fatto di cronaca. È un fatto. Che contiene malessere, fragilità dell’umano, responsabilità degli adulti. Difficoltà a vivere rapporti autentici con gli allievi. E con i giovani in generale. Ma c’è la possibilità che dai traumi, in questo caso di assoluta gravità, possa venirne qualcosa di costruttivo. Come già si è colto nelle parole commoventi della professoressa. Dal suo sguardo il nostro sguardo per incontrare quello degli allievi. Facendo un passo all’indietro per star loro più vicini.
10 aprile 2026
Un professore e i fatti di Trescore
di Paolo Covassi
Sono in macchina. Finisce la canzone alla radio e gli speaker iniziano a parlare della professoressa di francese, Chiara Mocchi, accoltellata da un alunno a Trescore Balneario. È un episodio di una gravità inaudita, di cui si è parlato molto, forse troppo… la prima sensazione è di fastidio. Colpa mia eh, sia chiaro. I commenti superficiali su questioni importanti mi irritano, sarà l’età. Resisto alla tentazione di cambiare stazione radio ma i commenti che sento non mi aiutano. È una situazione così complessa, tragica e, a suo modo, insondabile, che è difficile mettere in fila i pensieri.
La quotidianità dell’estremo
Ci hanno provato in tanti nei giorni successivi, spesso partendo dalla lettera che la professoressa ha voluto “dettare con un filo di voce” appena ne ha avuto le forze. Per dire cosa? Tutto il suo amore per la scuola e per gli studenti, malgrado quanto accaduto, per dire che non vede l’ora di tornare e, soprattutto, che “questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte”. “Verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi”.
E poi, il perdono nelle sue parole. Non si può non accusare il colpo. La sua ferita è la nostra ferita. Una questione profondamente umana, non sistemica, non trauma da affidare all’ analisi sociologica. Alessandro D’Avenia, riflettendo sul drammatico fatto, in un suo intervento sul Corriere della Sera, punta il dito con feroce decisione contro gli smartphone che veicolano contenuti che sfuggono a qualunque controllo: «Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso». Prosegue sottolineando come anche la scuola si sia infatuata di questi strumenti per poi arrivare a vietarne l’uso appena capito il rovescio della medaglia. Ci si potrebbe chiedere cosa c’entra il telefono con un ragazzo tredicenne che compie un atto così estremo, ma nello stesso articolo si trova la risposta: la rabbia, la solitudine, le domande di questo ragazzo non hanno trovato adulti pronti ad accoglierle, ma sono state intercettate da un mondo oltre lo schermo che le ha “estremizzate”.
Dall’educazione alle educazioni
La superficialità dei commenti in radio mi distrae, così spengo, ma alcune affermazioni mi continuano a risuonare stonate nella mente. È evidente che nelle situazioni complesse (e la realtà umana lo è sempre) non esiste un solo “colpevole”, ma una cosa è certa: le colpe dei padri stanno ricadendo sui figli e la principale è quella di aver abdicato al proprio ruolo.
Un fenomeno dove cause ed effetti spesso si confondono e che trovano fonte ed espressione in realtà anche molto diverse tra loro: si può chiamare in causa la facilità con cui le famiglie si rompono (quando magari con un po’ più di impegno si potrebbero aggiustare), il disimpegno politico, il tentativo di essere vicini e “amici” dei propri figli con conseguenze tra il tragico e il grottesco (l’altro giorno una mia alunna ha candidamente ammesso di aver provato una canna “legale” con sua mamma…), si è dato un cellulare per tenerli sorvegliati (quanti ragazzi hanno la posizione perennemente condivisa con i genitori!) senza pensare che è anche una finestra su un mondo distorto e ingestibile… e in tutto questo la scuola non è esente da colpe: la selezione e la valutazione dei docenti non incide minimamente sulle capacità educative e di relazione: domani io potrei impazzire e resterei sostanzialmente inamovibile, tanto per dire.
Inoltre si è sostituita l’educazione (che è sempre e solo in un rapporto) con le educazioni (civica, sessuale, all’affettività, all’empatia e chi più ne ha più ne metta) che si risolve spesso in un passaggio di nozioni o, nel peggiore dei casi, in meccanismi e scorciatoie. Senza dimenticare che la scuola italiana (pedagogicamente una delle migliori al mondo, se non la migliore, malgrado i continui lamenti che la circonda) sta sempre più correndo dietro all’idea che il suo obiettivo sia quello di creare cittadini, lavoratori e consumatori più che persone adulte e consapevoli (e la nascente riforma degli istituti tecnici sembra proprio prendere questa deriva miope).
Dare fiducia per ottenere fiducia
E quindi? Ho parcheggiato da un po’ ma non sono ancora sceso dalla macchina, sto ancora pensando… quindi non lo so, forse occorre fare un passo indietro. Non in senso temporale, ma nel senso di ridare spazio e libertà a questi ragazzi. Fare un passo indietro non per disinteresse, ma per avere un quadro più completo, per poterli guardare nella loro interezza. Un breve scambio di battute con una mia alunna pochi giorni fa mi ha reso manifesto quanto poco sappia di loro, di ciò che si portano dietro e dentro. Eppure è stato sufficiente chiederle come stai, dirle “guarda che lo vedo che qualcosa non va, se vuoi sai dove trovarmi” per vederle gli occhi lucidi. Un passo indietro per garantire i giusti spazi di libertà, dare fiducia per ottenere fiducia.
Mi viene in mente un colloquio di diversi anni fa con una mamma. Una bella signora, elegante, decisa ma molto cordiale, preoccupata dal fatto che la figlia non andava più bene come prima, anzi, stava dimostrando un vero e proprio disinteresse per la scuola e non solo. Termina la sua disamina dicendo: “perché sa, io le sto molto dietro”
“Forse è questo il problema” le ho risposto un po’ troppo bruscamente. Dall’espressione capisco che avrebbe preferito uno schiaffo, così mi spiego.
I ragazzi hanno bisogno di essere lasciati liberi di sbagliare, piccoli errori con piccole conseguenze (come in fondo può essere un voto insufficiente) possono essere molto utili. Con mia grande sorpresa quella mamma mi ha ascoltato e ha fatto un passo indietro. Quell’anno la ragazza è uscita con una media più bassa degli anni precedenti ma senza debiti e, soprattutto, molto più consapevole dei propri mezzi, tanto che l’anno successivo (con grande sorpresa di tutti) ha voluto fare sei mesi all’estero.
Non penso di avere soluzioni chiavi in mano e neanche di saper fare una lettura esaustiva del problema, ma forse è semplicemente necessario che gli adulti facciano gli adulti perché i ragazzi possano fare i ragazzi. È come quando si insegna ad andare in bici: si tolgono le rotelle, si sostiene la sella per un po’ correndo a fianco e infine li si lascia andare. Seguendoli con uno sguardo che, misteriosamente, è come se li tenesse in equilibrio. Come mi disse mio figlio dopo una caduta: “non mi stavi guardando!”