Valley di lacrime
Il Novecento gnostico ha prodotto ferite profonde al trascendente. Con meticolose e fascinose interpretazioni della vicenda di Dio. Dio ridotto a uno stato umano pieno di sé. Su questo, oggi le cose sono cambiate. In peggio. La tecnologia ha elaborato e stressato i temi dello gnosticismo più tradizionale. Portando la sfida a Dio su un terreno salvifico nella sostanza senza Dio. L’insidia di questo tempo portava avanti dai Signori della Valle si chiama, per l’appunto, tecnognosi. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha già risposto, nella lettera Placuit Deo, denunciando il neo-gnosticismo per cui nel corpo e nel cosmo non si scoprono più «le tracce della mano provvidente del Creatore», ma solo «una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo»
17 luglio 2026
Il Dio gnostico
di Marco Dotti
Eritis sicut dii. Sarete come dèi. La più falsa e antica promessa del mondo fu pronunciata, sussurrandola, in un giardino e da allora non ha mai smesso di trovare orecchie disposte ad ascoltarla. Nel II secolo d. C. divenne un complesso di dottrine eterogenee, rette da una logica univoca a cui, oggi, diamo il nome di gnosi. La logica sottesa era semplice: evadere dal carcere della materia grazie a un sapere che salva. Rifare un mondo imperfetto, sconfiggendo qui e ora la morte.
Non mancarono scuole, come quella dei Naasseni, che al serpente del giardino resero un culto esplicito, riconoscendovi il primo rivelatore. Ireneo di Lione, che stese un catalogo minuzioso delle eresie, credette di averla domata. Ma le eresie non muoiono. Carsiche, si inabissano per riaffiorare dove nessuno le aspetta.
Edificare con le proprie mani
Oggi la gnosi, con la sua logica immanente, è riemersa tra le server farm della California. Scorre tra i datacenter. Pronuncia l’antica «promessa» parlando di innovazione, futuro. Bene comune digitale. Non si chiama più γνῶσις. Si chiama «tecnologia».
Eric Voegelin ci ha consegnato una chiave di volta, per molti versi ancora attuale. Filosofo della politica, fuggito nel 1938 dall’Austria annessa al Reich, dedicò la vita a scavare le radici religiose dei totalitarismi. Le ideologie moderne, ne concluse, non sono che il ritorno secolarizzato dell’antica gnosi. Incarnano il tentativo di «immanentizzare l’escaton», di edificare con mani d’uomo, dentro la storia, il Regno che il cristianesimo colloca oltre la storia. In sei tratti, Voegelin fissò il profilo tipologico e, al contempo, la postura psicologica dell’atteggiamento gnostico, una sorta di coda lunga che raggiunge il nostro tempo. L’insoddisfazione per la propria condizione. La certezza che la colpa non stia nell’uomo ma nel mondo, «intrinsecamente mal organizzato». La fede che dal male del mondo ci si possa salvare. La convinzione che l’ordine dell’essere vada mutato dentro un processo storico. Poi il quinto tratto, il decisivo: la fede che questo mutamento «rientri nel raggio dell’azione umana», che l’atto salvifico sia possibile con le sole forze dell’uomo, mentre la soluzione cristiana confessa che il compimento «avviene per grazia nella morte».
Infine, la ricerca della formula per alterare qualitativamente la struttura dell’essere – la gnosi, appunto, il sapere che salva, con i suoi detentori pronti a farsi profeti. Insoddisfazione, colpa del mondo, salvezza possibile, processo storico, forze proprie, formula da annunciare: chiunque abbia ascoltato il pitch di un innovatore della Valley riconosce la sequenza.
Voegelin chiamava queste infauste creature «movimenti gnostici di massa»: progressismo, positivismo, marxismo, comunismo, fascismo, nazionalsocialismo. Con un’avvertenza, però. Nessuno di quei movimenti nacque come movimento di massa, tutti sgorgarono da cricche intellettuali molto ristrette e da piccole cerchie di fanatici «illuminati». Il Novecento ha percorso l’intera parabola: le cerchie si fecero masse, le masse generarono catastrofi. Ma il fallimento politico non decretò, necessariamente, un fallimento spirituale. Un secolo di gnosi di massa ha lasciato in eredità all’Occidente i presupposti perché la nuova gnosi non debba nemmeno più conquistare il potere come una qualsiasi cricca leninista.
L’abitudine a trattare l’ordine dell’essere come materiale a disposizione, e quella che Voegelin chiamava la decapitazione dell’essere stesso, l’assassinio di Dio, che «si commette speculativamente spiegando l’essere divino come opera dell’uomo», permangono. Di quell’assassinio resta la ferita. Una ferita del trascendente inferta al cuore dell’uomo.
La tecnognosi la vorrebbe medicare con protesi e artifizi. Dove il trascendente verticale è stato amputato, si moltiplicano i mondi orizzontali, crescono gli universi paralleli della simulazione, i mondi virtuali, i metaversi più o meno fallimentari, i piccoli mondi artificiali da innestare su Marte o le capsule da scagliare in orbita, fino alla mente interplanetaria.
La vecchia gnosi, in una delle sue infinite diramazioni, parlava dei 365 cieli di Basilide, della proliferazione di entità pleromatiche e di mondi intermedi che gli eresiologi catalogavano sbalorditi per la raffinata sfrontatezza dell’architettura teologica. Ma quegli eoni emanavano dall’alto, dalla pienezza divina. I mondi nuovi si fabbricano dal basso. Non è trascendenza, è immanenza che si dilata, mondo della quantità nel qui e ora spacciata per altrove. Un altro mondo non è l’Altro dal mondo. E c’è un ultimo rovesciamento, perché i movimenti di massa promettevano la salvezza a tutti, la classe, la nazione, l’umanità. La tecnognosi torna a dividere tra sommersi (tanti) e salvati (pochi).
Scientismo: totalitarismo incruento
Sulla stessa traccia si colloca la diagnosi dello scientismo come totalitarismo incruento, figlio di quel «pelagianesimo laicizzato» che, negando il peccato originale, dichiara superflua ogni redenzione.
Luciano Pellicani, in un libro ingiustamente dimenticato, La società dei giusti, ha ricostruito la parabola dello gnosticismo rivoluzionario: l’intellettuale che pretende di «riplasmare demiurgicamente la società», la stirpe degli «annientatori del mondo» che distruggono l’ordine dato per edificare il Mondo Nuovo. Non è una genealogia astratta, e possiede perfino un romanzo di fondazione. Nel 1908 il bolscevico Aleksandr Bogdanov – il rivale che Lenin avrebbe demolito l’anno dopo in Materialismo ed empiriocriticismo – pubblicò La stella rossa, utopia del socialismo compiuto su Marte, dove gli abitanti si allungano la vita con trasfusioni reciproche di sangue e il terrestre in visita domanda se il sangue giovane possa ringiovanire i vecchi.
Diciotto anni dopo, fondato a Mosca il primo istituto di trasfusione del mondo, Bogdanov praticava su di sé quegli scambi per vincere la vecchiaia. Morì così il 7 aprile 1928, dopo una trasfusione con uno studente malato di malaria e tubercolosi, annotando da medico il proprio declino fino agli ultimi minuti.
La vita spenta a imitazione dell’utopia. Il rivoluzionario di professione è tramontato, ma la sua funzione rimane. Oggi l’ha rilevata il founder, il visionario, l’innovatore…
Ma per capire come il congegno psichico gnostico funzioni davvero bisogna scendere a fondo nella sua logica. Al centro del pensiero gnostico sta quello che Aldo Magris chiama l’«incidente originario»: il mondo non è creazione voluta e benedetta, è il prodotto di un guasto avvenuto nella sfera divina, un errore di sistema. Ne discende tutto il resto. Se il cosmo è un incidente, la provvidenza che pretende di governarlo è un’impostura: gli gnostici giocavano sulle parole, la prónoia del Creatore non è che apónoia, la sua provvidenza è demenza.
E se il mondo è un errore, la salvezza non può essere che un movimento a ritroso, un’inversione del processo che dall’incidente è seguito: tornare indietro, disfare, uscire. Reverse engineering, la biologia come codice mal scritto, l’invecchiamento come bug, la morte come «problema» di ingegneria genetica ancora irrisolto, la mente come software da estrarre dal suo hardware difettoso. Debug della creazione. L’incidente originario ribattezzato, riconfigurato, resettato. Lo spirito ridotto a informazione.
La religione del Sé
Un coraggioso come Erik Davis, in un suo libro recentemente riproposto, Techgnosis, dedica un intero capitolo all’«infonauta gnostico». Nella gnosi, escluse materia ed energia, «l’informazione assurge a emblema della salvezza» e il Pleroma, che nel pensiero gnostico è la totalità dei poteri divini, la pienezza dell’essere e la luce infinita che emana da Dio, «è tutto e solo informazione». L’urgenza di superare i limiti del corpo «tramite una mente divinizzata e onnisciente» è, scrive Davis, proprio quel tratto gnostico a lungo occultato che oggi «rientra in scena in termini fortemente tecnoculturali».
Harold Bloom, tutt’altro che critico su questo versante, aveva diagnosticato nell’emergere di una specifica religio nordamericana – quella «religione del Sé» in cui la scintilla divina, estremizzando il principio evangelicale e protestante, resta sola con il suo Dio – un sostrato «irrimediabilmente gnostico».
La California non ha dovuto importare l’eresia. L’aveva in casa. E la diagnosi non è nemmeno un’esclusiva dei critici esterni. Éric Salobir conosce i due mondi per averli abitati entrambi: banchiere d’affari al Crédit Lyonnais, fusioni e acquisizioni, nel 2000 lasciò tutto per l’Ordine dei Predicatori, e oggi – consultore della Santa Sede, fondatore della Human Technology Foundation – è per il francese Le Monde «il prete che connette il papa alla Silicon Valley». Varrebbe la pena soffermarsi sulla pubblicistica che vede in ogni voce che prende posizione un sostituto dello Spirito. Un’altra volta.
Sia come sia, il domenicano che da anni siede ai tavoli della Valle come consigliere, davanti alla promessa di decine di start-up di travasare l’uomo «da un corpo usato a un corpo nuovo», ha scritto che non si tratta proprio di una religione, «ma diciamo di una gnosi, atea e non particolarmente sottile. Io dio, tu cosa». Slavoj Žižek – ateo dichiarato, comunista, lacaniano – ha intitolato Against the Digital Heresy, contro l’eresia digitale, il capitolo che apre il suo Credere, un testo anticipatore per molti versi. Il cyberspazio che promette al Sé di liberarsi dal corpo naturale, ironizza Žižek, si presenta come «la realizzazione scientifico-tecnologica finale del sogno gnostico» di sbarazzarsi del decadimento e dell’inerzia della materia, e il corpo etereo della realtà virtuale è il vecchio «corpo astrale» degli gnostici che finalmente si avvera.
E per dire la cosmologia gnostica – il dolore che non nasce dal peccato ma da un guasto di fabbrica dell’universo, l’incidente originario – Žižek sceglieva già nel 2001 una parola da programmatori: glitch.
La guerra alla morte
Del resto, chi volesse posizioni esplicite non ha che l’imbarazzo della scelta, perché la neo-gnosi ha smesso da tempo di travestirsi da altro.
Bryan Johnson, il milionario che spende due milioni di dollari l’anno per ringiovanire il proprio corpo trattandolo come un impianto industriale, ha tratto le conseguenze e ha fondato una religione, battezzandola con il candore di uno slogan: Don’t Die. Peter Thiel, invece, la guerra alla morte la combatte da vent’anni con la serietà di un piano industriale che non punta nemmeno ai secoli, ma ai millenni. Nel 2006 dona i primi tre milioni e mezzo di dollari alla Methuselah Foundation del gerontologo Aubrey de Grey, il profeta dell’abolizione dell’invecchiamento – impegno poi raddoppiato. Poca cosa, ma simbolicamente ha il suo peso. Poi l’iscrizione ad Alcor, la fondazione che conserva i corpi nell’azoto liquido in attesa di tempi tecnicamente migliori, un gesto che lui stesso ha rivendicato non come scommessa ma come «dichiarazione ideologica».
Poi le startup, da Unity Biotechnology, farmaci contro le cellule senescenti, a NewLimit, fondata nel 2021 con il patron di Coinbase per riprogrammare l’età delle cellule, fino alla crionica di nuova generazione di Until Labs, finanziata l’anno scorso dal suo Founders Fund. «C’è tutta questa gente che dice che la morte è naturale, che fa parte della vita: penso che niente sia più lontano dalla verità», dichiarò Thiel nel 2012. Ma il documento capitale resta l’intervista che concesse a Ross Douthat, sul podcast del New York Times, nel giugno 2025.
Il giornalista gli domanda se preferisca che la specie umana sopravviva. Silenzio. «Sta esitando», annota Douthat. Ancora silenzio. «È una lunga esitazione». Peter Thiel si schermisce: ci sono troppe domande implicite in una sola domanda. Douthat allora riformula, con la pazienza che si riserva agli esami di coscienza: «La specie umana deve sopravvivere?». «Sì». Ma è un sì con la riserva subito allegata: vorrei, chiosa apparentemente sotto tono il patron di Palantir, che risolvessimo radicalmente questi problemi. E quali siano i problemi lo chiarisce lui stesso poco dopo, rovesciando sul transumanesimo l’unica critica che gli pare seria: non che sia empio, ma che sia timido. Cambiare abiti, cambiare organi? «Pateticamente poco»: bisogna poter cambiare il cuore, la mente, il corpo intero. Biogenetica metafisica. Siamo oltre. E arruola perfino il cristianesimo ortodosso, in un percorso paradossale in cui l’obiezione al transumanesimo sarebbe che non si spinge abbastanza in là, perché oltre al corpo bisogna trasformare anche l’anima. L’uomo che da vent’anni finanzia la guerra alla morte esita sulla sopravvivenza della specie e recluta i Padri della Chiesa nella diserzione dalla condizione umana. Ireneo avrebbe riconosciuto al primo sguardo la matrice di questo pensiero.
In direzione dello sguardo
Poi c’è il cielo. Il 12 giugno 2026 la creatura di Elon Musk – SpaceX fusa con xAI, i razzi sposati agli algoritmi – ha debuttato al Nasdaq nella più grande offerta pubblica della storia: 1.770 miliardi di valutazione, e il fondatore consacrato primo trilionario del pianeta. Ma il documento teologicamente decisivo non è il prospetto depositato alla SEC, coi suoi 28.500 miliardi di mercato potenziale, «il più grande della storia umana», i data center orbitali, la base lunare permanente. È la missione aziendale adottata con la fusione: costruire «un sole senziente per comprendere l’Universo ed estendere la luce della coscienza alle stelle». Non è una metafora sfuggita a un ufficio stampa.
«È tempo di fare la mente di un sole senziente», aveva annunciato Musk sulla sua piattaforma X il 12 novembre 2025, davanti a ventitré milioni di lettori: un milione di satelliti di calcolo in orbita, data center celesti nutriti di luce, l’astro promosso a intelletto. Tra gli sberleffi e le genuflessioni, un utente della piattaforma ha colto il punto meglio di mille editoriali, rinviando in un suo commento a Maimonide: nel Mishneh Torah il Rambam scrive che «tutte le stelle e le sfere possiedono anima, conoscenza e intelletto», che vivono e «riconoscono Colui che parlò e il mondo fu». Per la cosmologia medievale il sole è già senziente, con otto secoli e mezzo d’anticipo sul comunicato stampa. Ma la differenza è tutta nella direzione dello sguardo: l’astro di Maimonide conosce e loda il proprio Creatore. Il sole senziente di Musk conoscerebbe soltanto il proprio fabbricante. Non un essere che contempla Dio, un dio artificiale che contempla Elon Musk. «Io dio, tu cosa», si diceva. All’ennesima potenza.
Il cosmismo russo
Il progetto ha del resto un albero genealogico preciso, e riporta a Mosca. Bogdanov, molto amato dal lato tech, aveva attinto agli scritti di Konstantin Tsiolkovskij, il pioniere della missilistica allievo di Nikolaj Fëdorov, il filosofo dell’«opera comune» che assegnava alla tecnica il compito di abolire la morte, risuscitare i padri e colonizzare lo spazio per dare alloggio ai risorti – e non a caso ne La stella rossa un marziano invoca la «causa comune dell’umanità», l’obščee delo, la formula esatta di Fëdorov. Il cosmismo russo è il ramo orientale della stessa gnosi: la salvezza come impresa ingegneristica estesa all’universo intero. E il romanzo custodisce già il rovescio dell’idillio interplanetario: il suo culmine è il dibattito in cui il matematico Sterni propone di sterminare l’umanità coi raggi della morte, per mettere le risorse della Terra al servizio di un socialismo più umano su Marte. L’esitazione di Thiel ha centodiciotto anni ed è già scritta in un’utopia bolscevica. Si dirà: è prometeismo, conquista, non fuga. Ma Prometeo ruba il fuoco per gli uomini e resta dentro il mondo, ne accetta l’ordine sin nel castigo. Qui la Terra è ridotta a rampa di lancio, riserva di materia prima per l’esodo: non un giardino da coltivare, un guscio da rompere.
La coscienza è la scintilla, il pianeta è il carcere, l’astronave è il pleroma – e il fuoco non si ruba più agli dèi: si fabbrica un dio di fuoco, e lo si quota.
E chi pensasse che l’accostamento è forzato rilegga i fatti del 26 marzo 1997: trentanove cadaveri in una villa di San Diego, quasi tutti programmatori di computer della ditta «Higher Source», convinti che dietro la cometa Hale-Bopp viaggiasse un’astronave su cui vivere una fase superiore dell’evoluzione umana, e morti per prepararsi al «grande viaggio». Si facevano chiamare Heaven’s Gate, ma il primo nome della setta era Human Individual Metamorphosis. Trent’anni dopo, l’astronave dietro la cometa ha un ticker di borsa. Il grande viaggio si sottoscrive con cinque banche d’affari come underwriter.
La denuncia della Congregazione per la Dottrina della fede
Il mito gnostico antico divideva l’umanità in tre stirpi: gli spirituali destinati alla salvezza, gli ilici – gli uomini di fango – condannati alla perdizione, e in mezzo gli psichici. La salvezza, nota Aldo Magris, «non dipende dalle buone intenzioni o dallo sforzo del singolo bensì dalla natura»: aristocrazia ontologica, non merito. È la teologia implicita di ogni longevità da un milione di dollari l’anno e di ogni biglietto per Marte. Chi è dalla parte dei pneumatici partirà, gli altri, gli ilici, resteranno a presidiare un pianeta oramai obsoleto. La «salvezza» precostituita autorizzava nell’antichità un antinomismo che «irride perfidamente alle leggi di questo mondo e dei suoi signori»: chi è salvo per natura non deve niente a nessuno. Si stenta a trovare descrizione più esatta del falso libertarismo dei signori della Valle, per i quali regole, Stati e confini sono decreti di un arconte ottuso, buoni per gli uomini di fango.
A questo disprezzo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha già risposto, nella lettera Placuit Deo, denunciando il neo-gnosticismo per cui nel corpo e nel cosmo non si scoprono più «le tracce della mano provvidente del Creatore», ma solo «una realtà priva di senso, aliena dall’identità ultima della persona, e manipolabile secondo gli interessi dell’uomo».
Priva di senso e manipolabile: svuotamento e manipolazione insieme, la liquidazione ontologica del mondo ridotto a materiale di risulta della propria autotrascendenza. Reale, ha scritto proprio Žižek, è ciò che resiste, ciò che non è totalmente malleabile ai capricci dell’immaginazione: la manipolabilità totale non è dominio del mondo, è la sua scomparsa. E a questo «disprezzo neo-gnostico del corpo» la fede oppone lo scandalo che le è proprio: et Verbum caro factum est. Dio non fugge la carne, la assume. Il corpo, ha scritto ancora Salobir, non è un avere ma dell’essere: non una locazione Airbnb per uno spirito di passaggio. Dio non promette l’evasione dal corpo, ma la sua risurrezione: la vera salvezza, ricorda Placuit Deo, «lungi dall’essere liberazione dal corpo, include anche la sua santificazione».
Caro cardo salutis, scriveva Tertulliano: la carne è il cardine della salvezza. La neo-gnosi quotata al Nasdaq offre un paradiso senza croce, una trascendenza senza morte, una redenzione senza grazia – riservata, in ultimo, a chi potrà permettersi l’aggiornamento. Non la vita eterna, ma il rinvio indefinito di una morte non accettata. L’eresia più antica ha trovato i suoi mecenati più ricchi e il suo listino di borsa. Ma la carne che disprezza resta, come duemila anni fa, il cardine della salvezza.
Bibliografia essenziale
Harold Bloom, La religione americana, Garzanti, Milano 1994.
Aleksandr Bogdanov, Red Star: The First Bolshevik Utopia, a cura di Loren R. Graham e Richard Stites, Indiana University Press, Bloomington 1984.
Aleksandr Bogdanov, La stella rossa. Romanzo-utopia, a cura di Giovanni Maniscalco Basile, Sellerio, Palermo 1989.
Sandrine Cassini, «Frère Éric Salobir, le prêtre qui connecte le pape à la Silicon Valley», «Le Monde», 9 luglio 2018.
Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera Placuit Deo su alcuni aspetti della salvezza cristiana, 22 febbraio 2018.
Erik Davis, Techgnosis. Mito, magia e misticismo nell’era dell’informazione, Nero, Roma 2023.
Augusto Del Noce, L’epoca della secolarizzazione, Giuffrè, Milano 1970.
Ross Douthat, intervista a Peter Thiel, Interesting Times, «The New York Times», giugno 2025.
Giovanni Filoramo, L’attesa della fine. Storia della gnosi, Laterza, Roma-Bari 1983.
Giovanni Filoramo, Millenarismo e New Age. Apocalisse e religiosità alternativa, Dedalo, Bari 1999.
Aldo Magris, La logica del pensiero gnostico, Morcelliana, Brescia 1997.
Mosè Maimonide, Mishneh Torah, Sefer haMadda, Hilkhot Yesodei haTorah.
Luciano Pellicani, La società dei giusti. Parabola storica dello gnosticismo rivoluzionario, Etas, Milano 1995.
Éric Salobir, Dieu et la Silicon Valley, Buchet-Chastel, Paris 2020.
Eric Voegelin, Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, Rusconi, Milano 1970.
Slavoj Žižek, Credere, Meltemi, Roma 2005.