Poi d’improvviso, come un crepaccio
su una strada asfaltata, la guerra..”

(Virginia Woolf)

Nota di Andrea Caspani per la Redazione del Centro Culturale di Milano

La guerra che scoppia nel 1914 è da considerare un “evento” ovvero, come dice il grande storico Furet un tipico esempio di evento in cui gli attori della storia non prevedono le conseguenze delle loro azioni… “In questo senso la prima guerra mondiale non è contenuta nelle sue cause, è un evento che crea una situazione nuova. Per questo, come Hannah Arendt, anch’io preferisco parlare di “origini” piuttosto che di “cause”. La causalità infatti non permette di pensare la novità”.

Contrariamente quindi a quanto hanno affermato le interpretazioni figlie del materialismo storico -che riteneva inevitabile lo scoppio di un grande conflitto tra le potenze capitalistiche a causa del dinamismo dialettico intrinseco allo sviluppo della società borghese- e l’interpretazione politica -che riteneva inevitabile un conflitto tra le grandi potenze europee per l’egemonia politica sul continente- questa lettura di Furet può costituire il riferimento culturale per una serie di incontri che permettano di andare al di là di tanti luoghi comuni sulla “prima guerra mondiale” e di mostrare come il 1914 costituisce il “punto di svolta” del Novecento.

Il momento in cui si innesca la dinamica fondamentale del secolo, la dialettica tra i tentativi delle nuove visioni e ideologie di “costruire un mondo senza Dio” (accomunando politiche e partiti opposti di destra o di sinistra) che realizzi l’utopia del compimento dell’uomo nell’immanenza e la riscoperta della possibilità di costruire una sempre perfettibile convivenza umana “a misura d’uomo” sul fondamento passato dell’orizzonte religioso.

La Prima Guerra Mondiale assume così un valore particolare per la storia del Novecento, perché costituisce invece ‘l’evento non prevedibile’, il fatto che invalida il progetto ideologico del liberalismo laico di fine Ottocento, la smentita esplicita e netta della promessa di felicità, benessere e progresso del liberalismo della Belle Epoque, che proclamava di aver “superato” il cristianesimo sul piano delle promesse terrene, lasciandogli al massimo il ruolo di garante dei valori morali personali.

La caratteristica più impressionante di tale assetto mentale è una specie di sindrome d’ottimismo affermato con certezza dogmatica. … a noi oggi può sembrare ingenuo, ma fino alla fine del secolo scorso e ai primi del nostro secolo tale ottimismo giungeva, nella letteratura filosofica e teologica –specie americana, ma non solo- a dichiarare che di lì a poco tempo la scienza avrebbe finalmente portato l’umanità ad un dinamismo totalmente controllato e quindi ad una perfezione realizzata: sarebbero mancati ancora solo pochi passi in campo psicologico e sociologico.

Scriveva il teologo e storico della Chiesa statunitense Walter Rauschenbush in un testo del 1907:”La velocità dell’evoluzione del nostro paese documenta l’immensa capacità di perfezione latente nella natura umana… Forse questi diciannove secoli di influsso cristiano sono stati un lungo preliminare periodo di crescita, ed ora il fine e il frutto sono quasi alal portata di mano”.

Ma l’ottimismo di stampo razionalista per cui la ragione attraverso la scienza e la tecnica avrebbe potuto risolvere ogni umano problema senza Dio, fu frustrata dalla tragedia della prima guerra mondiale. Alla prima segui la seconda guerra mondiale, che compì l’opera. La grande cultura precipitò in uno smarrimento profondo, perché da una parte il dio era ormai svanito dall’orizzonte umano e dall’altra parte l’uomo, nuovo dio, si era detronizzato con le sue stesse mani.” (Luigi Giussani, La coscienza religiosa dell’uomo moderno)

Lo scoppio della guerra (e la sua continuazione ben oltre il blitzkrieg razionalmente prevedibile) costituisce invece la smentita fattuale della promessa del razionalismo di essere capace di guidare l’intera umanità verso il progresso nella pace e nella prosperità.

Lo svolgimento della guerra avvalora drammaticamente il giudizio dato dalla Chiesa dell’epoca sulla disumanizzazione del liberalismo “dimentico di Dio”.

In realtà la Chiesa, già con Pio X, papa fino ad agosto 1914, e soprattutto con Benedetto XV, papa dal 3 settembre 1914, non solo fece  il possibile per impedire prima e fermare poi  “l’inutile strage” (Benedetto XV elaborò diverse proposte di pace e già la sua prima enciclica, Ad Beatissimi Apostolorum, del 1º novembre 1914, un accorato appello ai governanti delle nazioni per far tacere le armi e fermare lo spargimento di sangue).
Ma aveva elaborato un giudizio storico-critico sulle radici di quella che possiamo definire la guerra della crisi della civiltà occidentale.

Colse bene quest’aspetto don Sturzo che evidenziò come la nota pontificia in cui Benedetto XV affermava che la guerra «ogni giorno di più apparisce inutile strage» (1 agosto 1917) costituiva un vero e proprio giudizio culturale sulla crisi dell’umanesimo innescata dalla guerra, in quanto veniva a giudicare «il culmine di cento anni di politica borghese», veniva cioè a sottolineare che «la secessione delle borghesie dal cattolicesimo — per usare le parole di un acuto interprete di Sturzo — aveva il suo epilogo nella guerra mondiale vista come catastrofe, e difatti per tali borghesie le ideologie diventavano maschere di volontà di potenza. Solo l’intervento dei cattolici poteva offrire una via di salvezza. Sotto un certo rapporto si può dire che il giudizio storico di Sturzo coincideva, per una certa parte, riguardo al giudizio sul mondo liberalborghese, con quello di Lenin; ma se ne differenziava radicalmente perché per Sturzo non era certo un’ideologia atea quella che potesse portare alla liberazione dall’imperialismo (chi non si accorge ora della lungimiranza che aveva il suo pensiero?)».

L’interpretazione alternativa a quella della Chiesa è quella che vede nel “caos” del periodo bellico lo sprigionarsi di una nuova forza, che rivela il vero “spessore” della realtà : il nichilismo.
Il significato di questo nichilismo moderno è ben espresso da Heidegger nel suo commento all’affermazione di  Nietzsche “ Dio è morto” : “Il nichilismo è un movimento storico, non una visione o una dottrina qualsiasi sostenuta da qualcuno. Il nichilismo muove la storia, e lo fa in quanto è un processo fondamentale, appena avvertito, nel destino dei popoli occidentali.

Il nichilismo non è perciò neppure un fenomeno storico fra altri, non è soltanto una corrente spirituale che, all’interno della storia occidentale, si presenti accanto ad altre — accanto al cristianesimo, all’umanesimo e all’illuminismo.

Il nichilismo, pensato nella sua essenza, è piuttosto il movimento fondamentale della storia dell’Occidente. Sul suo fondale esso mostra un andamento sussultorio così possente, che il suo compiuto dispiegamento potrà avere ormai per conseguenza solo catastrofi mondiali.

Il nichilismo è il movimento storico mondiale dei popoli della terra trascinati nell’ambito di potenza dell’Età moderna. Ecco perché il nichilismo non è solamente un fenomeno del tempo presente, e neppure soltanto il prodotto del XIX secolo. Né tantomeno il nichilismo è soltanto il prodotto di singole nazioni i cui pensatori e scrittori parlano esplicitamente di esso. Quelle che se ne credono libere, ne promuovono forse il dispiegamento nello strato più profondo. Nell’inquietanza di questo ospite è insito che esso non possa nominare la sua propria provenienza.

Il nichilismo non domina anzitutto là dove il Dio cristiano viene negato e il Cristianesimo combattuto, e neppure solo dove dei sedicenti liberi pensatori predicano un ateismo triviale.

Finché prendiamo la parola «Dio è morto» soltanto come le formula della miscredenza, la intendiamo in maniera teologico-apologetica e rinunciamo a ciò che per Nietzsche è l’importante, ossia rinunciamo alla meditazione che ripensa a fondo quarto è già accaduto alla verità del mondo soprasensibile e al suo rapporto con l’essenza dell’uomo.

La «morte di Dio», pertanto, significa lo smarrimento della dimensione di una dipendenza, di un rapporto con Qualcos’altro da sé stessi, l’azzeramento dell’esperienza di un legame, con  la conseguente perdita di tutti gli ideali.

Se questa esperienza e gli ideali concepiti come ciò che dà senso alle cose sensibili e alla vita degli uomini, hanno perso ogni consistenza e ogni rilevanza, allora la bruta, opaca e caotica materialità dei fatti potrà essere attraversata solo proseguendo  la via tracciata da Nietzsche, con le diverse forme di “superomismo” novecentesco oppure con nuove “ideologie” totalizzanti, capaci di trasformare radicalmente gli uomini e la realtà. Per molti infatti la seconda guerra e i totalitarismi sono la continuazione del clima e degli eventi del 1914.

Attraverso quell’espressione senza veli dell’esperienza umana che è la letteratura, in tre momenti potremo, non solo risentire con intensità i passaggi di mentalità dell’antropologia dell’uomo del Novecento, ma intravedere con chiarezza da una parte la profezia di una omologazione e dall’altra la rivolta dello Spirito, come la chiamò Olivier Clement, significando per molti umili testimoni e personalità del tempo l’apertura ad una religiosità nuova e il realizzarsi della propria conversione, un reale cambiamento di giudizio e di vita.

Il Centro Culturale di Milano propone per febbraio-aprile un Ciclo di Letture Teatrali e Dialoghi con grandi Attori, storici e personaggi e una Rassegna Cinematografica di grandi Film

UTOPIA O ATTESA
“Urge la scelta tremenda. Dire di sì, dire di no, a qualcosa che so”
Clemente Rebora – Giuseppe Ungaretti

Lettura teatrale di Debora Zuin
Dialogo di Giancorrado Peluso con Antonia Arslan e Uberto Motta
Antologia dei testi curata dal prof. Giampaolo Pignatari

 

AVVENTURA O ESPERIENZA
“Ingolfati nel profondo gli anni sono passati”
Carlo Emilio Gadda – Ernst Jünger

Lettura teatrale di Massimo Popolizio
Dialogo di Luca Montecchi con Luca Doninelli e Paolo Mieli
Antologia dei testi curata dal prof. Giampaolo Pignatari

 

Per il Programma del Ciclo di Letture Teatrali e Dialoghi febbraio–aprile 2014 vedi sul sito www.centroculturaledimilano.it