Con un grande senso di gratitudine per la fedeltà e la ricerca che Gabriele Basilico ci ha testimoniato – a noi del Centro Culturale di Milano – come ai tanti, tantissimi incontri ai quali non si è mai sottratto, offriamo al lettore questa testimonianza del grande fotografo milanese scomparso mercoledì 14 febbraio, all’età di 69 anni.
Basilico ripercorre, alla luce del suo incontro a Roma con Benedetto XVI e gli Artisti, il cammino del suo cuore e la sua riflessione di fotografo. Ci ha sempre colpito il suo stupore, come di un bambino, dinanzi ad ogni forma che la vita dei fratelli uomini ci consegna, e ce lo ha insegnato. Occorre conoscere questo suo atteggiamento per capire fino in fondo le immagini e il lavoro che ci lascia.
Un amore alla città come luogo dove, insieme, gli uomini stanno di fronte al mistero della propria vita e al dono del loro presente.
Questo testo ci mostra come Basilico viveva e da dove aveva tratto la fedeltà alla “ferita della bellezza”, come spiega il titolo del dialogo tra lo stesso fotografo, Luca Doninelli, Giacomo Poretti e mons. Massimo Camisasca su questo invito del Papa a scoprire l’umano nella sua grandezza e nel suo mistero.

“Le immagini che vedete, questi pezzi di città, non sono architettura, non sono niente. Sono quattro muri rovinati, non hanno storia. Ma per tornare al tema di una parola che non volevo nominare, la bellezza, si può cercare la bellezza, come necessità di sopravvivenza, di comunicazione, non solo attraverso una bellezza attraente, ma attraverso la bellezza dello sguardo. E’ l’atteggiamento che conta.”

Gabriele Basilico

La fotografia regalata da Basilico per “Milano è una cozza”, il primo volume de Le nuove meraviglie di Milano

La fotografia regalata da Basilico per “Milano è una cozza”, il primo volume de Le nuove meraviglie di Milano

“La ferita della bellezza”
Testimonianze e riflessioni sull’incontro di Benedetto XVI con gli artisti

Sala di via S.Antonio, 5 – Milano
Venerdì 26 febbraio 2010

Buonasera, io normalmente sono abituato a partecipare a degli incontri e parlare di me, ma sempre mostrando delle immagini, perché la fotografia è il mio linguaggio, quindi sono un po’ dipendente dalle mie fotografie. Volevo farvi vedere due lavori il primo dei quali è un lavoro sulla mia città, su Milano ed è il mio primo lavoro interamente dedicato a una città, un lavoro del 1978. Prima di questo lavoro io ero un giovane fotografo che tra la fine dell’università, che era poi gestita nel modo in cui poteva essere gestita a cavallo tra i ’68 e l’inizio degli anni ’70 e quindi con degli impegni extra disciplinari con un forte interesse rivolto al sociale molto astratto ma in costruzione con dei grandi miti, con grandi sogni. Ad un certo punto mi sono messo a fare il fotografo, mi sono ritrovato su questa strada e verso la fine di un decennio dove tutti i fotografi della mia generazione, ma anche più giovani, sognavano di essere dei portatori di testimonianze sui problemi del mondo; poi lentamente questa cosa si è un po’ eclissata da sola e mi sono ritrovato a costruire, a scrivere un racconto molto più personale legato a luoghi quasi abbandonati e su un territorio della città che nessuno guardava ed è nata questa storia, questa sorta di scrittura affettuosa, molto impegnata tra l’altro con delle esigenze anche di completezza. Pensate che dal ‘78 all’ ‘80 con delle piante molto dettagliate, cercando le zone produttive, la zona dove sorgeva l’industria ho battuto strada per strada alla ricerca dei luoghi per poterli censire e quindi registrare e poter riprodurre attraverso una mappa fotografica nel tempo qual’era il vero volto della città dove sorgevano le industrie. Prima di passare a questa operazione che in qualche modo ha a che fare direttamente o indirettamente con il tema di questa sera attraverso le immagini, volevo leggervi una piccola cosa che spulciando qua e là ho trovato nel mio archivio sperando che possa avere una coerenza con la serata. Torniamo al 16 Agosto del ’43: ( io sono del ’44 quindi  l’anno prima in cui sono nato) Milano fu devastata da un martellamento di 2000 tonnellate di bombe, nei giorni successivi, come era normale che  succedesse, i cittadini superstiti percorrevano i quartieri della città sotto shock, cercando tra le rovine i frammenti di una vita normale il cui corso era stato brutalmente interrotto. Tra questi si aggirava anche uno scrittore e artista, Alberto Savinio, colpito dalla drammatica visione del nuovo paesaggio urbano. Mi piacerebbe ricordare qui la sua testimonianza pubblicata come aggiunta finale all’ultimo capitolo nel suo libro dedicato a Milano:  “Ascolta il tuo cuore città”, libro che non dovrebbe mai mancare in nessuna biblioteca. Perché è un saggio di come si può tentare di capire, di leggere attraverso le immagini una città dal punto di vista dell’appartenenza e della corrispondenza personale, affettiva e conoscitiva, parole di Savinio. Gira tra le rovine di Milano- questo è l’indomani del bombardamento e non  so adesso  quante centinaia di vittime, ma forse c’è qualcuno che lo ricorda comunque fu una cosa davvero drammatica:

“ Perché c’è questa esaltazione in me? Dovrei essere triste e invece sono  formicolante di gioia. Dovrei mulinare pensieri di morte e invece pensieri di vita mi battono in fronte come il soffio più puro e radioso del mattino. Perché sento che da questa morte nascerà nuova vita. Sento che da queste rovine nascerà una città più forte, più ricca, più bella. Fu allora Milano, che in silenzio, tra me e il tuo cuore ti feci una promessa: tornare a te, chiudere in te la mia vita, tra le tue pietre, sotto il cielo, tra i tuoi giardini. Amen. ”

Sotto il portone del numero 30 di via Brera questa insegna:

“ impresa di pulizia speranza ” che aggiungere? Ha detto tutto, come dice Totò, ha detto tutto. Ecco questo è straordinario perché in un momento drammatico come quello di una crisi,  da tutti i punti di vista, fisico, esistenziale, quindi senza speranza, quest’uomo che è un grande artista, riesce a scrutare nelle macerie della città anche la forma. Riesce a scrutare un’immagine, proietta in futuro – naturalmente con dei grossissimi problemi, come dire, di coerenza, etici  –  ( nel mio piccolo questa cosa l’ho provato anch’io tantissimi anni dopo, nel ’91 nella città di Beirut dove fui invitato a lavorare in un gruppo di fotografi internazionali all’indomani delle macerie della lunga guerra civile durata 15 anni, dal ‘75 al ’90. Davanti a noi c’era una sorta di cimitero della città. Si sapeva che la pace era praticamente arrivata in un modo tipico di questi paesi dove la pace non veniva dichiarata. Erano finiti gli scontri e si sapeva che nel ’92 sarebbe stata ricostruita perché c’era una coalizione politica-economica che riusciva a rilanciare un po’ il futuro. Quindi la fotografia in quel momento era fondamentale per raccontare questa debolissima presenza che poi sarebbe stata dimenticata, perché la gente vuole dimenticare le tragedie, e questo è anche un dramma dimenticare le tragedie. E allora anch’io mi sono trovato lì e mi ricordo che avevo un dramma profondo, per cinque giorni fotografavo in un modo stupido cercando di far funzionare la macchina da sola, così come se fosse automatica, nel senso che immaginando, sperando che l’esercizio di scattare fotografie per tradizione ed esperienza mi trascinasse dentro a delle problematiche che non riuscivo ad affrontare. Poi un amico mi ha aiutato a capire un po’ com’era la faccenda. Il discorso iniziale era quello che io tra il dramma della distruzione e la bellezza della sua forma, interpretando Savinio in un modo diverso, ero assolutamente bloccato. Avevo paura, moralisticamente forse, di sfruttare il dramma per fare delle bellissime fotografie e questo mi recava dei turbamenti profondi: immaginate chi fa i reportage di guerra che problemi ha concretamente tutti i giorni.

Continuo questa lettura diciamo di introduzione. Molti scrittori hanno saputo raccontare la città con intensa qualità letteraria, lasciando testimonianze di sottile perspicacia visionaria o di mirabile ricostruzione storica. Ma quello che più mi seduce forse dell’opera di Savinio è il suo amore senza mediazioni per la città, al di là del suo valore estetico, dei suoi problemi sociali. Lo stesso amore che ritrovo oggi riflesso da un’angolazione progettuale nell’opera, nel pensiero dell’architetto portoghese Alvaro Joaquim Siza, scusate se ne cito uno tra tanti, ma lui è speciale. Parlando come osservatore del senso di scoraggiamento e di disperazione che può cogliere chi esplora i territori sempre più caotici delle nostre periferie, ci invita ad andare oltre e cercare una “strana bellezza” non solo nella memoria dei centri storici, ma anche nella spontanea frammentazione delle periferie. Anche io osservo la città: da circa venti anni fotografo con assidua continuità il paesaggio urbano spostandomi periodicamente in diverse città d’Europa. Nel ‘78 iniziai a fotografare le aree industriali di Milano, dove sono nato e dove lavoro. Il progetto durò circa due anni. Dopo quella prima, radiale esperienza l’interesse nei confronti del paesaggio urbano diventò sempre più intenso e le occasioni di lavoro, tra ricerche personali e committenze pubbliche si moltiplicarono. Oggi mi piace pensare che tutto il mio lavoro sia costruito come un’occasione di dialogo tra me e la città. Vedo la città come qualcosa di vivo, un organismo che respira, un grande corpo in trasformazione. Mi interessa cogliere i segni di questa trasformazione, esattamente come un medico che indaga il cambiamento della forma del corpo e ne coglie la struttura nelle pause del respiro, quasi in uno stato di sospensione. Questa condizione mi permette di rendere visibile la forma. Se la città è vista come una persona da osservare con curiosità quasi scientifica nello stesso tempo c’è un’attesa, cioè c‘è uno spazio nel tempo per l’ascolto di qualcosa che deve ancora accadere, qualcosa che sta davanti a noi, apparentemente invisibile ma pronto a rivelarsi se interrogato, cioè se osservato al momento giusto, nel modo giusto. Le singole parti di questo grande corpo che si dilata corrispondono ai singoli luoghi, e questi si proiettano nella direzione dello sguardo, cioè del fotografo, o di chi guarda, pronti a rivelare i loro segreti. Bisogna cercare di immaginare come delle linee traccianti, come nei cartoni animati, che esorbitano dall’occhio e che tentano una penetrazione nei varchi di una struttura umana come in un labirinto, e la città che rilancia altrettante linee in uno scambio continuo. La fotografia diventa allora un montaggio sensibile di una somma di queste linee, di questi sguardi. Si sviluppa in questo intreccio una possibile coincidenza di due realtà: quella più oggettiva, che documenta un luogo preciso, e quella più nascosta, soggettiva e interpretativa, che dà energia e identità alla visione. La città, da estranea, deve divenire un luogo di appartenenza, basta atteggiarsi positivamente. Io e il lavoro dei fotografi; naturalmente siamo stati in tanti, a partire dagli anni Ottanta, che si sono occupati delle città e del paesaggio, è un lavoro che paradossalmente – ogni tanto penso a questa cosa- noi, la civiltà dell’immagine, che usa in un modo prepotente, come dire, invasivo, l’immagine della televisione, noi abbiamo sempre qualcuno che costruisce una visione per noi, al cinema ed altro… E così nessuno si può salvare da questa responsabilità, però il paradosso, in un modo “omeopatico”, usiamo lo stesso tipo di tossicità, quindi l’immagine, la visione, per costruire, cercare di leggere nel caos della visibilità. E’ chiaramente un laboratorio, un tentativo: cercare, sempre attraverso la visione, una sorta di “rieducazione allo sguardo”, per potere riacquisire un’autonomia, cioè un modo per liberarci da questo pesante fardello. Questo lavoro di Milano io l’ho fatto all’inizio perché volevo farlo, non ci sono delle motivazione profonde. Ho avuto i miei maestri che mi hanno influenzato e ho finito una storia di fotografia veloce nelle città, con la gente, seguendo le persone e seguendo gli eventi. In quegli anni tutti noi eravamo, il nostro mito più di tutti era  Henri Cartier Bresson, il poeta capace di fermare l’attimo, di vedere quello che succede davanti a noi, tra momenti impossibili da registrare, registrare quello che viene poeticamente definito l’attimo fuggente. Quando ho considerato esaurita questa storia ho cominciato a guardare lo spazio e in questo progetto di rilettura dello spazio è nato proprio quest’atteggiamento che, consapevole o no, è un atteggiamento di tipo conoscitivo, cioè con la complicità dell’ombra, della luce, del silenzio, sono riuscito a riprendere un rapporto con dei luoghi. Le immagini che avete visto, questi pezzi di città, non sono architettura, non sono niente, sono quattro muri rovinati, non hanno storia, ma per tornare al tema di una parola che non volevo nominare, la bellezza, si può cercare la bellezza, come necessità di sopravvivenza, di comunicazione, non solo attraverso una bellezza attraente, ma attraverso la bellezza dello sguardo, è l’atteggiamento che conta. Dicevamo prima, quando ci siamo incontrati, e poi chiudo, perché l’immagini parlano da sole, ce ne sono altre ma non vorrei allungare troppo la conversazione, che Milano, la nostra città, oggi vive una malattia quasi incurabile, ne senso che i milanesi non sono più sensibili alla città, non hanno più la cura della città, come dice Battiato nella sua canzone. Se non si ha la cura della città, cioè se non si ha un rapporto affettivo, anche di riconoscenza, ma nel senso di riconoscere, anche nei confronti dei corpi, per così dire, estranei, che per una certa Milano non dovrebbero esistere o comunque sono un po’ mortificati, e sarà molo difficile, questa è una cosa detta a tutti, gli architetti, gli urbanisti, i pianificatori e soprattutto gli amministratori, è molto difficile recuperare un rapporto sano con la città, riuscire a gestirla. La città ci sfugge di mano, ormai sembra quasi impossibile trovare la medicina. Per cui, per quel poco che basta, per quel piccolo  indizio che un lavoro di poesia o di scrittura che un lavoro come quello di Luca Doninelli col Centro Culturale di Milano offre, che è una sfida. Anche la fotografia ci mette la sua parte, può tentare di risvegliare quelle parti nascoste che sono dentro di noi che generalmente facciamo finta o non riconosciamo. Grazie.


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L’incontro La ferita della bellezza Testimonianze e riflessioni sull’incontro di Benedetto XVI con gli artisti