In Italia il pericolo woke si chiama relativismo
Il dibattito acceso nel mondo liberal statunitense dopo le riflessioni del dem Alexandria Ocasio-Cortez sugli effetti negativi, anche solo in termini di comprensione, prodotti dalla cultura woke, ha avuto una certa eco anche nel nostro Paese. Ma nel mondo della scuola quell’offensiva ha in una qualche misura attecchito? Un professore allarga la questione. E spiega come il vero problema che ci si trova ad affrontare in classe è un altro. Più profondo, più incidente a proposito di educazione e cultura…
18 settembre 2026
Corto circuito
di Paolo Covassi
La scuola è iniziata, la macchina burocratico amministrativa ha acceso i motori. Le vacanze sembrano già lontane anche se il clima torrido di questa estate lo sentiamo ancora addosso. Allora, tra me e me, pensavo se e come uno dei principali dibattiti estivi possa aver lasciato traccia anche in questo “mondo a parte” che è la scuola. Mi sto riferendo al dibattito sul “woke” che ha scosso i media e la cultura americana e che, con le dovute differenze, ha avuto una certa eco anche dalle nostre parti… può sembrare la classica diatriba estiva tesa più a creare fazioni contrapposte che altro, ma è un tema che dal punto di vista culturale e sociale merita un approfondimento.
In principio è una necessaria “sveglia”
Intanto cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando e di ricostruire innanzi tutto i fatti. Il termine “woke” nasce in un contesto preciso ma, nel tempo, è diventato una sorta di etichetta dai confini molto vaghi e che raccoglie fenomeni profondamente diversi tra loro. Woke è una forma dell’inglese afroamericano (African American English) e significa “sveglio” in senso figurato: vigile, consapevole, attento alle ingiustizie. Nasce infatti quasi cento anni fa e il riferimento è legato al tema delle diseguaglianze razziali (se si vuole capire l’America razzista dei primi decenni del ‘900 si può leggere il bel romanzo La bibliotecaria di New York), ma non indicava una “ideologia” quanto un atteggiamento di attenzione a come il potere stava erodendo le libertà faticosamente conquistate alla fine della guerra di secessione (tra il 1865 e il 1870 vengono approvati il 13°, 14° e 15° emendamento che sancivano: l’abolizione della schiavitù, la cittadinanza e pari protezione di fronte alla legge, il diritto di voto senza discriminazione di razza.
Pochi decenni dopo si parlerà apertamente di segregazione razziale). Non è un caso, quindi, che il concetto di “stay woke” venga ripreso con forza nel 2014 con il movimento “Black lives matter” allargando però il suo significato a tutte quelle strutture sociali che producono disuguaglianza e andando oltre alla sfera della razza. Il “passo” successivo (mi scuso per la semplificazione, il cosiddetto woke 1) si può far coincidere con l’omicidio di George Floyd nel 2020: il video del poliziotto di Minneapolis che tiene il ginocchio sul collo per nove minuti fa il giro del mondo e scatena un’ondata internazionale di proteste e indignazioni, innescando un dibattito globale sul colonialismo, sul razzismo istituzionale e portando alla rimozione di statue di personaggi storici legati alla schiavitù e al passato coloniale in Europa e nel mondo. Da qui potremmo arrivare al terzo passaggio: il termine “woke” diventa etichetta dispregiativa e polemica per una certa forma di progressismo culturale radicale. Qui vengono fatti confluire come in un indistinto calderone femminismo, antirazzismo, teoria sulla “fluidità” sessuale, linguaggio inclusivo, cancel culture, politiche identitarie, e così via.
Potremmo dire che oggi il termine “woke” non indica una ideologia e tanto meno un movimento unitario, quanto un’etichetta, una sorta di ombrello semantico che copre istanze anche profondamente diverse tra loro. Ma l’importanza del woke negli USA è legata soprattutto alle conseguenze degli anni successivi, dove queste istanze “progressiste”, sono entrate prepotentemente nel mondo del lavoro, della politica e dei media definendo il passaggio dalla “equality” alla “equity”.
Sono due termini che spesso in italiano traduciamo con “uguaglianza” ma, in realtà, sottendono un approccio profondamente diverso: equality è dare a tutti le stesse possibilità, equity dare a ciascuno ciò che è necessario per raggiungere i medesimi risultati. Il tema dell’inclusione ha avuto poi un forte impatto anche dal punto di vista linguistico (altro suggerimento letterario: L’uomo che voleva essere colpevole).
“Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti, e aveva perfettamente ragione, e del mondo woke è soprattutto questo aspetto che è arrivato in Italia, dove “sindaca” e “assessora”, tanto per fare un esempio, sono diventate più bandiere ideologiche che strumenti di effettiva inclusione. E ci avviciniamo al punto.
Diritti, libertà, diseguaglianza
Questa estate Alexandria Ocasio-Cortez, una delle paladine indiscusse della politica progressista americana, ha dichiarato in un’intervista: “Woke 1 was crazy”. Apriti cielo. Ovviamente il ragionamento era molto più ampio, argomentato e specifico, ma come al solito il dibattito si è concentrato su questa singola frase decontestualizzandola e creando il solito scontro fra schieramenti trinariciuti: woke sì, woke no. Il dibattito è arrivato anche in Italia e il primo a mettere la bandierina è stato Giuseppe Conte, ma non voglio entrare nello specifico. Se siete interessati ad approfondire rimando all’ottimo e lucidissimo articolo uscito su Avvenire a firma di Andrea Lavazza: Diritti, libertà, diseguaglianze: ma quali idee ci sono oltre al dibattito in corso sul “woke”? https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/diritti-liberta-e-diseguaglianze-quali-idee-oltre-il-woke_112320
Per non lasciarvi in sospeso, la Cortez (chiamata AOC dai media americani) ha ribadito la centralità delle idee progressiste (è la sua parte politica, sono le sue idee e non le ha rinnegate) ma ha sottolineato che alcuni “estremismi”, come la cancel culture, si sono rivelati controproducenti e ha proprio sottolineato come certe posizioni siano diventate motivo di separazione invece che di inclusione, per cui se non si usavano determinati termini o un certo linguaggio si veniva automaticamente etichettati come “di destra” e quindi esclusi. La Cortez ha con molta intelligenza sottolineato il corto circuito di fondo per cui, idee nate per accogliere, hanno finito per separare.
Ma attenzione, il motivo non è tanto di fare un “mea culpa” generico, ma l’evidenza che un certo tipo di linguaggio ha allontanato gli elettori. Insomma, il richiamo della Cortez alla fine era più del tipo “parliamo in modo da essere capiti da più persone possibili, anche da chi non la pensa al 100% come noi” che un ripensamento sulle basi politiche del suo operato.
Tutta questo lunghissima ma necessaria introduzione per arrivare a noi. Come è facile intuire la cultura woke da noi è arrivata solo di recente e, per dirla tutta, anche piuttosto distorta nelle sue istanze. Abbiamo una storia ben diversa da quella statunitense e la tradizione cattolica e socialista italiana ha sempre avuto una attenzione “sociale” che ben pochi Paesi possono vantare, anche se tendiamo sempre più a dimenticarla. Non a caso la scuola italiana, per quanto bistrattata e maltrattata dai media e nel pensiero comune, resta una delle più inclusive a livello europeo e non solo.
E torno alla domanda iniziale. Quanto queste diatribe toccano il mondo della scuola? Parlo dal mio punto di vista che è sicuramente parziale e irrilevante, ma direi molto poco. La scuola italiana ha l’agilità di una petroliera a motori spenti (o di una galeazza veneziana, per i cultori della materia) e il vantaggio è che è poco suscettibile ai venti superficiali. Tanto per capirci, al di là di pochi casi estremi e ampiamente riportati dai media proprio per fa rumore, la “cancel culture” non ha avuto grosse ripercussioni, non mi risulta che non si studi San Francesco o che Colombo venga presentato come l’archetipo del colonizzatore occidentale fonte di tutti i mali moderni… allo stesso modo non sono comparsi molti asterischi alla fine delle parole, piuttosto c’è chi saluta “tutte e tutti” anche se la grammatica italiana non prevede questa distinzione. Molte più polemiche le hanno sollevate le varie iniziative prese in ambito affettivo/sessuale sia in una direzione che nell’altra; quello che trovo svilente è derubricare uno degli aspetti più determinare nella vita di ognuno a un “corso” di qualche ora. E qui arrivo al punto che mi preme.
Sotto la cenere delle ideologie
A scuola abbiamo a che fare con ragazzi che sono in una fase meravigliosa e delicata della loro vita, far passare tutto come “normale” ritengo sia una semplificazione e un modo sbrigativo per non affrontare il problema. Sposterei un po’ la questione, perché il grosso rischio del “woke” per come viene inteso in Italia è il relativismo: va tutto bene, tutto è uguale. Non è vero. Un ragazzo (ma anche un adulto in realtà, anche se questo dovrebbe avere maggiori strumenti a disposizione) che vive una situazione come “drammatica” non vuole sentirsi dire che “è lo stesso”. Faccio un esempio concreto così forse mi spiego. Qualche anno fa, entrando in una quinta, ancora prima di arrivare alla cattedra venga raggiunto da questa domanda: “Prof, ma omosessuali si nasce o si diventa?”.
Come se non bastasse la difficoltà e l’imbarazzo della domanda in sé (sì, mi sono sentito molto a disagio, lo ammetto) avevo di fronte una mia alunna che, poche settimane prima, mi aveva consegnato non senza timore il suo tema, facendomi giurare che nessun altro lo avrebbe letto, in cui raccontava della sua fidanzata.
Non riporto il dialogo che ne è nato, ma è stato interessante vedere come da una domanda di questo tipo (anche provocatoria, senza dubbio) si sia potuti arrivare a parlare di sé e di ciò che più conta nella nostra vita. Avrei dovuto dirgli di andare a riprendere gli appunti degli incontri fatti in seconda superiore con gli specialisti?
O dire che la domanda non è importante perché tanto è lo stesso? Lo so, sto semplificando, ma alla fine quello che ho visto in questi anni è che le ideologie passano, sconvolgono (soprattutto oggi più fuori che dentro la scuola), aiutano o impediscono, ma alla fine sotto la cenere ideologica brucia la fiamma della domanda di significato e felicità che muove ognuno di noi. Spero di poter essere per i miei alunni questo flebile soffio di ossigeno e che ognuno possa trovare un amico che faccia lo stesso con noi.