Tra Robert Hughes e il Signor G: Destra e Sinistra unite nel piagnisteo

Con il woke e il politicamente corretto non ci resta che piangere. E lo scrittore australiano, critico d’arte e giornalista dava conto della deriva in un libro acuto (somma di tre conferenze), assai godibile, pieno di esempi tra il ridicolo e l’osceno: La cultura del piagnisteo (Adelphi). Questo nel 1992. Due anni dopo Giorgio Gaber frustava un certo modo di intendere le appartenenze politiche e culturali. Con ironia e intelligenza rare. Hughes aveva centrato il bersaglio. E ancora oggi sopportiamo i danni di quel disastro. Anche se negli Usa qualcosa si sta muovendo per mandare all’aria un metodo chi si è retto su due verbi: abbattere e cancellare 


2 ottobre 2026
Lucciole per lanterne
di Nicola Varcasia

Robert Hughes

Robert Hughes (1938 – 2012), scrittore australiano, critico d’arte, per oltre trent’anni abitante a New York, era arrivato perfino prima di Giorgio Gaber.
Nel 1994 il Signor G pubblicava Destra-Sinistra, elencando in musica i cliché (e le miserie) di un’intera generazione finita a prendersela con la storia. E a marcare le rispettive appartenenze culturali dividendosi tra chi fa il bagno o la doccia. O tra chi mangia la minestrina (a scanso di equivoci: la destra) o il minestrone (inevitabilmente la sinistra).
Appena due anni prima, però, in un fortunato ciclo di conferenze Hughes aveva approfondito il tema dei “tic” della destra e sinistra americane o, se si vuole, del politicamente corretto. Puntando il faro sui meccanismi culturali e sociali che lo avevano generato nella multiculturale società Usa. Con la politica – reaganiana e bushiana prima, clintoniana poi – che già allora cavalcava l’onda premendo su quegli stessi tic per polarizzare le identità e accaparrarsi il consenso.
Ne venne fuori un libro dal titolo azzeccatissimo anche in italiano: La cultura del piagnisteo (Adelphi, 1994). Tra i vantaggi di rileggerlo adesso (o immergersi in quelle pagine per la prima volta) c’è anche un effetto collaterale dal sapore agrodolce: aiuta a inquadrare e a dare il giusto peso al dibattito politico tra coloro che in Italia negli ultimi mesi, da buoni ultimi, si stanno emancipando da un problema – il politicamente corretto, appunto – che unisce il comico al tossico come pochi altri argomenti.
La reazione è stata innescata, come noto, dall’uscita estiva di Alexandria Ocasio Cortez, negli States. Ha approfondito la questione Paolo Covassi nello scorso numero di .CON, senza ridurla a un nuovo match Destra-Sinistra, come invece sono stati costretti a fare molti quotidiani in ossequio alle rispettive linee editoriali. 
Conviene riprendere in mano il libro di Hughes per passi divertenti come questo: «La vacca grassa della cultura americana è attualmente l’Ego: l’autostima è inviolabile sicché ci affanniamo a trasformare le accademie in un sistema in cui nessuno può fallire. In questo spirito potremmo purgare il tennis dei suoi sottintesi elitari: basta abolire la rete». Oppure per altre pennellate zeppe di ironia, come quella in cui un ipotetico studente dice a un compagno: «Accidenti, la settimana scorsa il professor Pinco li ha smascherati per bene, i presupposti gerarchici di Dante, con tutti quei gironi eccetera, peccato che non c’eri!».

Brutta aria

Ma non è un libro solo per farsi due risate, anzi. Nelle tre conferenze trasformate in testo scritto dallo stesso autore con approfondimenti e riferimenti a fatti accaduti anche dopo il loro svolgimento, si smascherano molti dei luoghi comuni e degli orientamenti culturali che soffocavano la società americana allora (e già da prima, leggendo alla voce maccartismo con il suo picco più intenso tra il 1950 e il 1954) e che hanno reso più pesante l’aria di casa nostra nei decenni successivi: da quelli sul linguaggio inclusivo portato all’esasperazione, a quelli più drammatici sull’identità di genere, passando per il “canone” dei libri da leggere. Dalle digressioni sulla letteratura e l’arte (principale campo di battaglia del nostro) alla storia e al multiculturalismo.
Proprio al multiculturalismo è dedicata la seconda conferenza e contiene alcuni passaggi molto forti sull’importanza della tradizione culturale in cui si è immersi come punto essenziale per conoscere le altre, al limite anche per provare a staccarsene: «Non è possibile vedere bene le altre culture finché, grazie alla conoscenza della propria, non si raggiunge un punto in cui la globalità abbia un senso».
Non sarà la fusione di orizzonti di cui parla Gadamer, ma è consolante sapere che non tutti i liberal americani avrebbero desiderato in futuro abbattere le statue di Cristoforo Colombo o, sotto sotto, ritenevano una conquista il riuscire ad impedire lo svolgimento di un convegno organizzato dai propri avversari al grido di: «Abbasso la libertà di parola».

Il senatore Joseph McCarthy

Processi sommari

Non bisogna necessariamente essere d’accordo con tutto quello che «l’ex cattolico» Hughes dice. Anzi. A ricordarlo provvedono alcune urticanti pagine dedicate alla demolizione dei diritti del nascituro e alla derisione del termine “feto” (con la scusa della polemica nata intorno all’effige dei Giochi Olimpici di Atlanta del 1996). Il punto non è essere d’accordo ma, passando ad altri esempi meno indigesti trattati dal polemista, riconoscere l’errore di chi pretende di cancellare le ragioni dell’altro con una semplice parola o un processo sommario, oppure di rimediare a un torto commesso dalle precedenti generazioni, dichiarando colpevoli ex post “gli uomini bianchi” di qualsiasi nefandezza accaduta nella storia più o meno recente. La lotta di classe sognata da Marx in cerca di rivincite, negli Usa si trasformerà in lotta tra etnie e, inevitabilmente, tra nazioni, profetizza Hughes, azzeccando un trend che fa indivia agli storici.

Giuste aspirazioni e caricature indegne

Queste riflessioni, arrivate con largo anticipo, sono un bel pugno nello stomaco per chi pensa di acquisire nuovi diritti (civili e non) prima prescindendo e poi negando i corrispondenti doveri. Però, ricorda Hughes, la malattia della purificazione del linguaggio che si illude di purificare la società è una malattia presente dappertutto. Chi non è di sinistra deve farsene una ragione. Certo, chi ne ha fatto maggiormente usoin Italia, fino, appunto, a diventare un facile e meritato bersaglio per gli avversari è il cosiddetto campo progressista. Ma la destra non ne è immune. In tutto il libro lo stesso Hughes contrappone due tipi di p.c.: il politicamente corretto di sinistra e il patriotticamente corretto di destra.
L’esercizio che ciascuno può fare è di confrontarsi con quelle che Hughes considera caricature indegne (da parte della politica) di legittime aspirazioni, separando, per l’appunto, le giuste aspirazioni dalle caricature indegne.
Non si sa bene che cosa resterebbe alla fine, però, l’essenza del piagnisteo per Hughes è sapere che «in tema di cultura la vecchia divisione fra destra e sinistra ha finito per assomigliare piuttosto a quella fra due sette puritane, l’una querimoniosamente conservatrice, l’altra che si atteggia a rivoluzionaria mentre si serve delle recriminazioni accademiche per eludere l’impegno nel mondo reale».
Si torna prepotentemente a Gaber. In proposito, conviene riscoprire in fretta e subito anche il Signor G, prima che – mancano meno di due anni – le melasse del politicamente e patriotticamente corretto si impossessino della sua libertà di pensiero in coincidenza del primo quarto di secolo dalla sua scomparsa. Con Pasolini si sono portate avanti col lavoro!