La famiglia Lázár e le cicatrici di un’Europa disumana

Nella saga di una famiglia ungherese, dalla stagione dell’impero asburgico, attraverso le due guerre mondiali, al dramma del totalitarismo comunista. Una storia familiare per raccontare una lunga pagina dei travagli dell’Europa. Con la possibilità concreta per il lettore di trovare vicende che aiutano a comprendere le lacerazioni e le ferite di un continente europeo incapace di ridestarsi dall’abbandono ideologico di una convivenza fra i popoli autenticamente umana. In ossequio a un progetto sistematico di annientamento della verità della persona. Ma nel romanzo del giovane Nelio Biedermann (Guanda) si avverte comunque la presenza di un destino buono


16 ottobre 2026
Il caso letterario dell’anno
di Walter Ottolenghi

lo scrittore Nelio Bierdemann e il suo libro I Lázár

A Zurigo i cigni sono più bianchi? I Lázár ne erano convinti. E come loro forse milioni di abitanti di un Centro Europa che per primi, in presa diretta dagli usci delle loro case, hanno assistito al deflagrare delle due guerre mondiali.
Alla nascita e al delirio delle due ideologie criminogene che hanno fatto del XX secolo il periodo della più alta concentrazione di odio ed efferatezza nella storia dell’umanità. Una sistematica destrutturazione dell’umano, della coscienza, dell’anima e del corpo. Pianificata da scienziati e professionisti della morte, che si insinuava come un fluido venefico in ogni angolo recondito dello spazio vitale, in ogni piega del vissuto. Un’angoscia del vivere alla quale non si sfugge con lo scudo dell’indifferenza. Impotente di fronte alla paralisi delle ali che si tarpano fino a spegnere ogni residuo di luce, preludio di una morte senza qualità.
Nel paese dove da 100 anni non c’erano guerre i cigni dovevano per forza essere più bianchi.
Veniamo all’oggi. Uno svizzero ventenne, nipote di nonni ungheresi riparati in terra elvetica negli anni ’50, ha coltivato fin dall’adolescenza la sua passione per la scrittura. E il giovane Nelio Bierdemann si rivela sulla scena letteraria mondiale con un romanzo rapidamente tradotto in trenta lingue: I Lázár (Guanda). È la saga di una famiglia della media nobiltà magiara attraverso la parabola che dagli agi posticci della belle époque si sgretola progressivamente fino agli anni dello stalinismo e della repressione della rivolta ungherese del 1956.  I racconti di famiglia hanno fatto scattare nel giovanissimo Nelio Biedermann l’ispirazione per una narrazione tutta sua, creativa ed originale, di un’epoca ricostruita e plasmata col tocco del cantore.

Il crepuscolo incompiuto del nuovo ordine

Il primo paragone che corre alla mente è quello con Joseph Roth.
Non solo per l’ambientazione sinottica nelle due teste dell’impero austro-ungarico decadente. Ma anche per lo smarrimento esistenziale di uomini confusi di fronte a un nuovo ordine che non ne vuole sapere di sorgere né si sa da dove possa venire. Solo un succedersi di inutili torri di Babele intrise di sangue fratricida. E di sconcertante volgarità.
Gli aneddoti della narrazione vanno lasciati al piacere della lettura. La trama, di per sé, è un canovaccio facilmente immaginabile, date le premesse.
Ma la spontaneità e la passione dello scrittore, il suo evidente coinvolgimento in un racconto che scava nella ricerca e nella comprensione delle proprie radici, tengono il lettore agganciato a pagine che si leggono tutte d’un fiato.
La descrizione della “sua” Ungheria, ricostruita e filtrata da un osservatorio lontano, delle sue campagne e città, dei castelli e delle stamberghe, dei nobili e dei contadini proiettano in un mondo che per molti europei rappresenta ancora un immaginifico palcoscenico esotico. A 70 chilometri da Vienna.
La galleria dei personaggi è un assortimento di sapore dostoevskiano.
Non mancano i demoni della follia, dell’alcol, dell’adulterio, dell’ignavia. Insomma l’ampio spettro della debolezza umana. Personaggi dolenti a confronto con i propri limiti e i propri fantasmi, alla ricerca di un equilibrio e una normalità cui si contrappongono non solo la crudezza della storia europea, ma anche i propri intermittenti cedimenti e contraddizioni. Ogni membro della famiglia Lázár, di qualunque generazione, così come ogni amico o conoscente, ha un ruolo preciso nella storia. Il valore o gli errori di ciascuno compongono l’affresco di un’umanità che cerca di trovare il filo della propria storia e del proprio destino pur nel succedersi di eventi impetuosi e straordinari che sembrano travolgere tutto e tutti come un’onda alluvionale.

Le banali maschere del male e il desiderio inestinguibile di destino buono

I persecutori e i carnefici non hanno invece caratteri distintivi. Si tratti di Gestapo, milizie collaborazioniste delle Croci Frecciate, cappotti neri del KGB ungherese ÁVO/ÁVH, stupratori seriali dell’Armata Rossa, si distinguono solo per la differenza delle divise. Non certo per la burocratica indifferenza con cui celebrano i riti delle loro ripetitive routine. La banalità del male, appunto. Senza un vero volto, personalità espropriate dello sguardo per evitare di incrociare il volto dell’altro. L’altro è il tabù di ogni progetto di cancellazione dell’umano. Vero pericolo capitale per ogni macchina del potere assoluto.
Viceversa, l’esproprio di ogni bene materiale, di ogni residuo di status, di ogni riconoscimento professionale, di ogni dignità che la burocrazia del regime ritiene possa tenere dritta la schiena di un uomo, non riesce ad eliminare la memoria e il desiderio di un destino buono. Che si può trovare anche in un tetro bilocale maleodorante, tra le privazioni di un’indigenza immeritata e inimmaginabile.
Ci vorrà la sollevazione e il sacrificio di un popolo martire, nel 1956, per rimescolare almeno momentaneamente le carte della storia e aprire lo spiraglio di una nuova vita nel paese senza guerre.

Un secolo dopo Roth

Si è prima accennato a Joseph Roth. L’opera di Biedermann esce a quasi un secolo di distanza da La Marcia di Radetzky. Troppe cose sono successe nel frattempo per pensare che in uno scritto del XXI secolo si possano ancora trovare tracce del languore nostalgico di Roth.
Non certo dell’imperialismo asburgico, ma della koinè che nel Centro Europa accomunava popoli di lingue e religioni diverse in consuetudini e stili di vita per cui ci si poteva sentire “a casa” in ogni angolo del vasto territorio della corona. Sentimento che fino a pochi decenni fa -difficile oggi saperlo- era ancora condiviso da non pochi triestini di una certa generazione. Ogni vestigia sentimentale dell’Austria Felix è stata brutalmente cancellata dall’Anschluss del 1938 e sopravvive solo nelle mascherate ad uso dei turisti.
Biedermann, contrariamente a Roth, non ha potuto essere testimone di alcuna Hungaria Felix, ammesso che ce ne sia mai stata una. E non può aver provato alcuna nostalgia o senso di perdita. L’epoca dei castelli, dei balli, del bon vivre dei nobili è arrivata a lui con le storie di famiglia. Questo non gli ha impedito di ricreare quel mondo come quadro iniziale della sua opera. Non certo per idealizzarlo, almeno così sembra. Più verosimilmente perché segnava il punto di partenza dei ricordi che ha raccolto. E di non ritorno rispetto a una situazione di relativa e tradizionale normalità prima di sconvolgimenti epocali.
In entrambi i racconti, però, la caduta dell’impero bicipite innesca una spirale di eventi infausti.
Per Roth si tratta soprattutto della rottura di un equilibrio capace di tenere insieme una civiltà cosmopolita unica nel suo genere. Anche se a prezzo di un regime autoritario e incapace di recepire le istanze di partecipazione e rinnovamento democratico.
Nel ’35, quando esce La Marcia di Radetzky, Hitler era già cancelliere del Reich, ma, per quanto disgustosa fosse la sua figura, ancora non era chiara la minaccia che avrebbe rappresentato per la pace in Europa e nel mondo. Per l’Austria in primis. Biedermann ha invece avuto modo di conoscere tutta la successione di orrori che si sono abbattuti sull’Europa del XX secolo.
Incapace di trovare una duratura stabilità. Con strascichi anche nel secolo presente, visto che l’attuale Ucraina include un’importante porzione di terre asburgiche usate come merce di baratto nel ridisegnare i confini orientali di Germania e Polonia nel 1945.
In entrambi i casi si percepisce però il senso di vuoto lasciato da uno spazio sacrificato in nome della supremazia degli stati-nazione.
Senza alcun possibile rimpianto per un regime imperiale carico di responsabilità e colpe gravi, è impossibile negare che questo vuoto sia stato riempito nel peggiore dei modi possibili. Stati predatori e litigiosi che hanno precipitato il mondo in nuovi e peggiori baratri. Fino alla spaccatura dell’Europa in due campi eterodiretti come mai si era verificato nella sua storia. Spaccatura non ancora composta del tutto, anzi a rischio di recrudescenza progressiva.
La saga dei Lázár non si ferma al 1957, anno della fuga attraverso la frontiera austriaca. Il loro erede virtuale l’ha resa attuale, leggendola, consapevolmente o no – come è nel mistero della scrittura – dall’osservatorio del nuovo secolo in cui è nato. Nel quale serpeggia quel vuoto da ricomporre, dimenticato e sepolto e tornato ad imporsi rumorosamente sulla scena di nuovi conflitti proprio quando cadevano i muri e si aprivano le frontiere.
Le linee di faglia sono sempre le stesse di 150 anni fa. Come fuori dal tempo sembrano i personaggi che ripetono pedissequamente i passi falsi di un secolo tramontato. Eppure sono qui.

Lo scrittore Joseph Roth (Brody, 2 settembre 1894 – Parigi, 27 maggio 1939)


L’Ungheria e i suoi abitanti sono stati il laboratorio quasi perfetto di tutto questo. Una delle due potenze egemoni del vecchio impero.
In prima linea allora nel dominare le etnie minori ed entrata poi in una centrifuga dove non si è risparmiata nulla. Regime autoritario nel primo dopoguerra, revanscismo, adesione all’Asse, tentativo di sganciarsi, occupazione nazista, occupazione sovietica e regime comunista. Poi adesione all’UE. Troppo presto seguita dall’elezione di un governo filorusso in carica fino al maggio 2026. E la storia di famiglia ripercorre, come sempre, i passi della Storia. E del suo vuoto, che forse si vede meglio dalle rive di un lago dove i cigni sono più bianchi. Come le cime all’orizzonte, dove le acque scorrono verso quattro mari diversi. Dove le nazioni cambiano quando si cambia regione. Non stato.