Nel volto di Fritz Bauer il volto umano dell’Occidente
In epoca di ritorno dell’antisemitismo merita di essere conosciuta la vicenda umana, di uomo di legge e politica del procuratore generale di Francoforte. Fu lui, ebreo tedesco e socialdemocratico, a far arrestare in Argentina il gerarca nazista Adolf Eichmann. Adesso un libro dal titolo Fritz Bauer e il processo ad Auschwitz (edito da Ronzani) ci porta la sua coraggiosa umanità e la sua idea di giustizia. E sulla pena che deve essere occasione di rieducazione e reinserimento. E non di punizione e vendetta.
30 ottobre 2026
Riformismo ieri e oggi
di Enzo Manes
Come noto, a Buenos Ayres trovarono rifugio alcuni fra i peggiori figuri del regime nazista, anche quelli responsabili della Shoah, quelli che avevano programmato la soluzione finale per il popolo ebraico. Uno su tutti: Adolf Eichmann, figure inquietante, criminale a tutto tondo, personalità sinistra fin dal nome di battesimo.
Lui pensava di essere riuscito a farla franca (era scampato alla sbarra del Processo di Norimberga) riparando nella capitale argentina fin troppo accogliente verso questa frangia di impresentabili. Lui, però, non aveva fatto i conti con la coraggiosa tenacia di un ebreo tedesco, procuratore generale a Francoforte: Fritz Bauer (1903 – 1968).
Aprire gli occhi sulla banalità del male
Fritz Bauer mise in atto un piano curato nei dettagli attraverso un efficace gioco di sponde con rappresentanti del Mossad, e autorità tedesche disponibili a sostenere l’ardita impresa. Individuato il luogo dove l’aguzzino nazista pensava ormai di vivere in pace, nel 1960, in gran segreto – come aveva voluto il primo ministro israeliano Davide Ben Gurion – scattò l’operazione. Adolf Eichmann fu rapito e portato e portato a Gerusalemme. La data di quel fatto è da tenere ben presente: 11 maggio 1960. Fu l’inizio della sua fine. Ci fu il famoso processo l’anno seguente terminato con la condanna a morte del gerarca (nel 1963 uscì il sorprendente e acutissimo libro di Hanna Arendt La banalità del male). Verrà giustiziato nella notte tra il 31 maggio e il 1 giugno del 1962.
Di Eichmann si sa parecchio ed è sacrosanto mai dimenticarne la storia “banale” soprattutto oggi con un mondo un po’ troppo smemorato. Invece, di Fritz Bauer si conosce molto meno se non nulla. Eppure quest’uomo è stato una personalità fondamentale nella Germania della ricostruzione, uscita in ginocchio, distrutta, da una guerra mondiale che era ruotata intorno all’architrave totalitaria pensata e attuata dal Führer.
Bauer è stato un uomo di legge, meticoloso nella ricerca della verità, socialdemocratico, politico rigoroso mai spigoloso nel suo desiderio di contribuire a una rinascita autentica, e non ambigua, del suo amato Paese. Si trattava per questo intellettuale di attivare un lavoro in profondità, difficile, anche doloroso, affinché il popolo germanico, nel suo guardare in avanti con speranza, aprisse del tutto gli occhi sull’impianto ideologico del nazismo e su come sia stato possibile che tanto e strutturato esercizio della forza contro tutto e tutti abbia potuto attecchire e suscitare un consenso sovrabbondante; «Non a Dio, alla legge, al diritto o alla patria, ma a un uomo è qualcosa di sconosciuto alla storia giuridica tedesca prima di Hitler e moralmente inaccettabile». Occorreva farci i conti per davvero.
Figlio dello spirito di Weimar
Questione spinosa, certo. Adesso in soccorso ci viene una assai documentata e accurata biografia di Frtiz Bauer redatta dal giornalista e professore dell’ateneo Goethe di Francoforte Ronen Steinke intitolata Fritz Bauer e il processo ad Auschwitz (Editore Ronzani). Questo libro usciva in Germania nel 2013 e meritoriamente trova oggi una distribuzione italiana nella traduzione di Giovanni Rosa.
Immergersi in quelle pagine di questi tempi dove in Germania è in pericolosa ascesa un partito politico, l’Afd, che per molti versi riprende e rilancia cupi proclami e programmi appannaggio della croce uncinata è un’esperienza in qualche modo scomoda.
Il libro si preoccupa saggiamente di farci conoscere chi è stato l’uomo Bauer, quali le fondamenta educative e culturali che lo hanno sorretto in anni assai complicati e controversi. Anche lui fu vittima di persecuzione. L’ebraismo gli fu compagno e, seppur di formazione ortodossa, nel corso della sua esistenza ebbe a assecondarne una familiarità temperata. E questo gli permise di dar vita a un impegno sempre motivatissimo mai però incline a impronte massimaliste. Dunque, un figlio dello spirito di Weimar, un uomo di legge e un politico dialogante, ma non conciliante in ossequio al metodo diffuso dell’essere in sintonia perché così impone il galateo più in voga. Infatti si riteneva tedesco e allo stesso tempo un uomo abitante del mondo.
Un uomo della patria e un uomo senza patria. Non amava troppo che la politica si impossessasse del diritto come nutriva sospetto verso una politica che volesse politicizzare la scienza. Il suo essere persona risoluta e temperata insieme gli consentiva di non idolatrare il mercato come di non ritenere lo Stato il centro di tutto. Nel campo della socialdemocrazia tedesca portò con accesa passione questa sua visione riformista.
Giustizia e non vendetta
Un uomo libero, insomma. Un uomo praticante del senso della libertà e della giustizia che in lui ebbero poi un quasi naturale sbocco innovativo e spiazzante nel suo esercizio del diritto. Nel suo spendersi da capofila nella riforma dell’istituto della pena. Laddove si battè per affermare un metodo che riteneva un passaggio decisivo, un atto di vera e propria civiltà, una posizione coraggiosa specie in Germania: i detenuti, proprio in quanto uomini responsabili, andavano motivati sul terreno della rieducazione e del reinserimento sociale. “La pena ha senso solo se orientata al futuro, cioè se prepara l’individuo a vivere nuovamente in mezzo agli altri nel rispetto delle leggi”: non serviva ad alcunché la più sbrigativa logica della punizione o, peggio, dell’innaffiare il sentimento della vendetta. Si pensi che questo approccio così umano, così concreto, così di respiro, Bauer lo mise in azione quando, da procuratore dell’Assia, promosse il processo di Francoforte che vedeva imputati diverse persone integrate nel nuovo sistema che agirono ad Auschwitz, tanto da dover affermare: “Quando esco dal mio ufficio ho l’impressione di entrare in un paese straniero, quasi nemico”. Ma Giustizia e non vendetta, ecco. Nel volto di Bauer il volto umano dell’Occidente.
Quel suo sguardo intenso incontrò diffusa ostilità. Perché quel suo sguardo promuoveva una presa di coscienza personale e di comunità altra rispetto ad atti liquidatori e forse di comodo; “Il diritto penale non deve servire alla vendetta. Il suo scopo deve essere la guarigione, l’aiuto e l’educazione”.
Ovvio che non si tratta di fare di Bauer un santino. Grazie al prezioso lavoro di Ronen Steinke, è possibile accostarsi alla sua provocante e lungimirante sfida e riprendere con curiosità il filo della sua vicenda umana e perciò di pensiero creativo ben radicato nelle circostanze tortuose della vita. Tanto più in questo presente di debordante e allarmante antisemitismo.