Anthropic, SpaceX e il terreno sconnesso dell’intelligenza artificiale

Mentre ancora si discuteva di definire le regole del gioco, è cambiato il gioco. Gli Stati Uniti hanno spento il modello più potente di Anthropic, SpaceX si è quotata a Wall Street a 1.750 miliardi di dollari, e il terreno attorno all’intelligenza artificiale diventa così sempre più pericoloso e incerto. La domanda più autentica, però, non riguarda l’intelligenza, ma il potere. E, infatti, ha ragione papa Leone XIV, quando in Magnifica Humanitas scrive che l’IA va disarmata. Entra nel gioco ma non sta alle regole di chi vuole imporre un nuovo gioco quello che porta dritto al transumanesimo espansivo.


19 giugno 2026
Banco di prova per umano
di Marco Dotti

Persone fuori dalla sede del Nasdaq a New York al momento della quotazione di SpaceX il 12 giugno 2026 (REUTERS Jeenah Moon)

La notte del 12 giugno Anthropic riceve una lettera dal Dipartimento del Commercio e spegne in tutto il mondo i suoi due modelli più avanzati, Fable 5 e Mythos 5. È la prima volta che un grande laboratorio ritira un modello già pubblico per ordine del governo federale. Lo strumento usato quello del deemed export. L’accesso di uno straniero a una tecnologia controllata vale come esportazione di quella tecnologia. Per conformarsi, l’azienda ha dovuto precludere l’accesso a tutti.

Il dilemma del prigioniero e il dilemma della sicurezza

Anthropic dice di aver ricevuto la direttiva alle 17:21 della costa Est, senza dettagli tecnici sufficienti per capire come si configurasse il rischio per sicurezza nazionale che la giustificava. Il governo, riteneva di aver individuato una tecnica di jailbreak capace di aggirare alcune salvaguardie del modello. La replica dell’azienda è che si trattava, nella dimostrazione esibita, di vulnerabilità minori e già note, alla portata di altri modelli pubblici. Niente di speciale, dunque? La disputa, in apparenza tecnica, si giocava su altri campi. Non riguardava ciò che un modello sa fare, ma chi abbia il potere di interromperne la circolazione pubblica di quel modello.
Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato di Anthropic, due giorni prima aveva scritto nero su bianco che lo Stato avrebbe dovuto fermare i modelli di frontiera ritenuti troppo pericolosi. Nel saggio Policy on the AI Exponential, sostiene che una potenza radicale come quella che avanza non si può affidare con serenità né al mercato, né ai governi senza contrappesi sociali, antropologici e morali. Amodei ricorre anche a un’immagine cara a Tolkien, come sottocodice del suo discorso: le istituzioni sono come gli Ent, le creature-albero lentissime nel ragionare, nel parlare e nell’agire. Anche quando la foresta brucia. Tre giorni dopo ha ottenuto ciò che voleva, ma alla rovescia. Una lettera senza prove tecniche, per una falla che lui stesso giudica banale, mentre la stessa capacità resta in modelli di uso pubblico come GPT-5.5. E lo Stato non colpiva un’idea astratta di IA, ma un modello e, di conseguenza, un intero laboratorio.
Ma nelle pagine di Amodei c’era il tentativo di fissare un quadro nuovo per la discussione. L’IA non come prodotto commerciale, ma come infrastruttura strategica e questione di ordine pubblico. È un modo di comprendere, prima ancora che stabilire le regole di un gioco, a che gioco si stia giocando. Amodei lo descrive senza giri di parole. Una corsa che, se lasciata a sé, non può che incontrare sulla propria strada il classico dilemma del prigioniero, in cui ogni azienda è tentata di abbassare le difese per tagliare i costi, e l’altrettanto classico dilemma della sicurezza, in cui nessuno può fermarsi perché gli altri non si fermeranno. La sua mossa, però, resta dentro il gioco.
Negare i chip agli avversari per rallentarli, e affidare la corsa tra le democrazie a «un quadro giuridico comune» può servire a poco. Lo spegnimento di Fable è quella stessa mossa, giocata dallo Stato che chiude un collo di bottiglia e ridisegna completamente i confini della questione.

Dario Amodei di Anthropic

Il framework, cornice di senso

Il governo americano ha dato la sua versione, per voce di David Sacks, lo zar dell’IA della Casa Bianca. Non un tecnocrate qualunque. Viene dalla cosiddetta «PayPal Mafia», ha firmato con Peter Thiel un pamphlet contro il mito della diversity ai tempi di Stanford e appartiene al suo giro, lo stesso da cui è nata Palantir. L’amministrazione, racconta Sacks, ha chiesto ad Amodei di correggere la falla o ritirare il modello, e lui ha rifiutato, mettendo «un prodotto di consumo davanti alla sicurezza». Da qui l’export control preso, dice, «a malincuore».
La cornice è un’altra guerra, stavolta tutta interna al conglomerato dell’IA. Lo Stato contro alcune imprese e le imprese in guerra fra loro.
Sacks accusa da mesi Anthropic di una «strategia di regulatory capture fondata sulla paura», e il Pentagono l’ha già dichiarata «rischio per la catena di fornitura», vietandone l’uso ai militari. È l’esatto rovescio del lessico che Papa Leone ha usato per mesi sul suo profilo X, quasi un laboratorio pre-enciclica, seguitissimo nei laboratori di ricerca. Non disarmare, ma tenere l’arma carica e in mani sicure.
Le tecnologie di frontiera vivono dentro una lotta. Ma questa lotta è, soprattutto, per la cornice interpretativa che potrebbe dare senso anche al non senso, il framework. Chi la vince decide quali fatti contano e quali finiranno per confondersi con il rumore di fondo. Un framework è una grammatica del reale: non si limita a interpretare gli eventi, ma stabilisce preventivamente quali eventi meritino di essere letti come decisivi, quali attori siano autorizzati a parlarne e quali risposte risultino pensabili. Parlare di framework significa riconoscere che prima dei fatti c’è sempre una scelta di campo: una gerarchia di domande, di priorità, di evidenze e di fini.
Quattro framework si contendono oggi la cornice di senso sull’IA: quello securitario-industriale la vede come rischio strategico da controllare; quello di mercato come vantaggio competitivo da scalare; quello cosmologico-civilizzazionale come strumento per la sopravvivenza e l’espansione della specie. Quello antropologico-morale come fattore decisivo dove tutto sta o cade.

Il rovescio dell’Humanitas

Se la cornice è la sicurezza nazionale, contano il jailbreak, la conformità, l’accesso differenziato tra cittadini e stranieri, la prerogativa dello Stato di chiudere un chokepoint (collo di bottiglia). Se è il mercato, contano la velocità, il vantaggio competitivo, la possibilità di tradurre potenza di calcolo in capitale. Se è l’umano, la domanda si sposta dalla macchina all’uomo: che cosa rischia di diventare, quando comincia a misurarsi con ambienti costruiti a misura di macchina.
È la posta evidenziata da un altro saggio di Amodei, The Adolescence of Technology, uscito sul suo sito web nel gennaio scorso. È forse il testo più importante, proveniente dal mondo tech, su questo aspetto della questione.
La specie umana, scrive, sta per ricevere «un potere quasi inimmaginabile», e non è affatto detto che le sue istituzioni abbiano la maturità per esercitarlo senza distruggersi. La parola che ritorna è adolescenza, una potenza che cresce più in fretta della maturità chiamata a reggerla. Accanto a questa divaricazione ne corre una seconda, ed è il vero paradosso.
La potenza dell’IA aumenta proprio mentre diminuisce la sua somiglianza con l’uomo: più diventa capace, più appare come un’intelligenza senza corpo, senza vulnerabilità, senza collocazione, priva delle condizioni elementari dell’esperienza umana. Il latino ha un nome per questo rischio, ed è il rovescio del titolo dell’enciclica. Non humanitas, ma inhumanitas. Lo stesso Amodei sfiora la questione quando ricorda che le autocrazie hanno avuto finora un limite, perché gli ordini devono eseguirli degli uomini, e gli uomini hanno una soglia di quanto sanno essere disumani; un’autocrazia governata dall’IA non avrebbe più quella soglia. La macchina non è disumana perché malvagia. Lo è perché, come i vecchi idoli e simulacri, toglie il limite che distingue e definisce l’umano stesso.

Una capacità in pochissime mani

Negli stessi giorni in cui accadeva tutto questo, SpaceX si quotava a 1.750 miliardi, la più grande IPO (Initial Public Offering Offerta Pubblica Iniziale) della storia.
Con xAI, la sua intelligenza artificiale, ormai dentro ogni struttura e il potere senza contrappesi del suo leader carismatico, Elon Musk.  Fatti separati? Non proprio.
Questi fatti condividono una grammatica. Il potere agisce per asimmetria, per strozzature, per controllo della conoscenza.  È lì che il governo Usa ha colpito il vero punto che voleva colpire: l’accesso, non il modello in sé.
È una forma di weaponized interdependence, la dipendenza trasformata in arma descritta da Henry Farrell e Abraham Newman (cfr. Henry Farrell – Abraham Newman, Underground Empire. How America Weaponized the World Economy, 2023). Quanti Paesi, oggi, dipendono da Claud, l’IA di Anthropic? Quanti professionisti, ingegneri, creativi? Chi controlla i nodi di una rete può sorvegliarli o sbarrarli ai rivali, e di rado colpisce solo i colpevoli.
Sul piano della conoscenza si spalancano le porte a una sorta di epistemic inequality, l’abisso tra ciò che possiamo sapere e ciò che si può sapere di noi. Il vero collo di bottiglia non è un oggetto. È una capacità concentrata oggi in pochissime mani, quella di trasformare calcolo, dati ed energia in intelligenza. Sovranità e dominio dipendono da chi controlla quell’infrastruttura. Tutte le mappe spiegano come il potere si addensa in forme nuove, non in nome di che cosa vada compreso e affrontato.

Scia di puntini luminosi nel cielo i satelliti di Elon Musk

In nome di che cosa

Quel «in nome di che cosa» ha trovato voce il 25 maggio, quando Leone XIV ha presentato la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum novarum. L’intelligenza artificiale va «disarmata», vi si dice, perché non può essere lasciata alle logiche del dominio, dell’esclusione e della guerra. In prima fila, durante la presentazione, sedeva Chris Olah, cofondatore con Amodei proprio di Anthropic. Ma non era stata solo Anthropic a bussare.
Otto mesi prima, in Vaticano, i padri dell’IA Geoffrey Hinton e Yoshua Bengio, con Max Tegmark e Stuart Russell, avevano consegnato al Papa un appello: non una moratoria, ma limiti internazionali vincolanti, un’autorità indipendente di controllo sui modelli più potenti, e quella «leadership morale» che la politica non offriva. Papa Leone scrive, non a caso, di aver «ascoltato scienziati e ingegneri».
Il verbo «disarmare» indicherebbe proprio questo: impedire che la potenza tecnica venga scambiata per una fonte “automatica” di autorità o, peggio ancora, di verità. Non è una regola in più dentro il gioco. È il tentativo di definire il gioco. Padre Philip Larrey, sacerdote, ex ingegnere e filosofo che da anni accompagna il dialogo con la fede nella Silicon Valley, ha osservato che la novità del testo sta proprio qui, nel quadro che offre per parlare della dignità della persona e di ciò che ci rende umani in un contesto che rischia di andare alla deriva perché muove da tutt’altre premesse. In una conversazione lo ha detto in forma più chiara.  Nell’enciclica l’IA è quasi il contorno, ma è un “contorno” che ridefinisce molte cose. Al centro, chiaramente, c’è l’uomo, ma prima di confrontare le capacità di una macchina con le nostre bisogna «inquadrare bene cos’è un essere umano». Perché qui, probabilmente, le antropologie sono in conflitto. Al di là degli influenti endorsement per l’Enciclica. È la decisione preliminare, che riporta al tema di quali domande meritino di essere poste, prima che tutto si perda nel flusso delle chat.

Lo gnosticismo di SpaceX

Lo si vede meglio guardando ciò che accade, quasi in contemporanea, a qualche migliaio di chilometri più in là, nelle stesse ore della presentazione dell’Enciclica. Nel materiale dell’IPO che preparava la quotazione monstre a Wall Street, SpaceX descrive la propria missione con parole che un tempo sarebbero state confinate nel new age, in uno gnosticismo fragile o in qualche cosmovisione eccentrica, non a una società quotata.
Dovete investire in SpaceX – afferma letteralmente il documento – per rendere possibile la vita multiplanetaria, comprendere la vera natura dell’universo, estendere «la luce della coscienza alle stelle». Questa della luce della coscienza è un ritornello che Musk ripete regolarmente e c’è chi vi ha visto espliciti richiami gnostici.
Torniamo alle carte. Il prospetto parla di una «ridondanza di specie» che impedirebbe all’umanità di restare legata a un solo pianeta, e di una morale che sembra scritta dopo l’estinzione dei dinosauri: «Non vogliamo che gli esseri umani facciano la loro fine». SpaceX non vende soltanto azioni.
Vende un’immagine dell’uomo, fragile sul piano biologico ma chiamato a perpetuarsi nel cosmo attraverso infrastrutture private. Una sorta di transumanesimo espansivo.
Anche qui la cornice decide tutto. Per SpaceX l’umanità si giustifica come specie che sopravvive espandendosi e la coscienza diventa qualcosa da esportare, da distribuire oltre il pianeta, quasi una sostanza in attesa di un vettore di propulsione che la lanci tra gli astri. È un’immagine potente, evocativa e affatto neutra. Organizza il pensiero prima del giudizio. Fa sembrare inevitabile che la continuità della specie dipenda da una concentrazione senza precedenti di capitale, razzi, satelliti, calcolo e carisma, e naturale che una società privata parli come un soggetto metafisico.
Sotto la corsa all’IA, allo spazio, al calcolo illimitato, c’è sempre una tesi sull’uomo. Musk la formula nella sua lingua preferita, metà ironia ingegneristica e per metà scherzo apocalittico: l’uomo sarebbe un «bootloader biologico» per la superintelligenza digitale, il codice di avvio di qualcosa che lo supererà.
A Davos, Yuval Noah Harari ha ricordato che una simile visione presuppone un’antropologia che considera gli uomini «animali hackerabili».
Ray Kurzweil, dal versante iper-ottimista del transumanesimo, chiama la fusione con l’IA il prossimo passo dell’evoluzione (non più umana). In ognuna di queste versioni l’uomo non è più misura, ma transizione, un ponte verso ciò che verrà dopo di lui. Non è più centro della creazione, ma accidente da superare. È l’inhumanitas offerta come promessa.
La cornice di Leone XIV prova a spezzare proprio questa logica carsica e profonda che attraversa il tecno entusiasmo di questi decenni. Non parte dalla macchina e dalle sue prestazioni, ma dalla persona e dai limiti di ogni ordine costruito sulla sola efficienza. Per questo «disarmare l’IA» non vuol dire soltanto tenere un algoritmo fuori da un missile, anche se vuol dire pure questo. Vuol dire disarmare l’immaginazione teologico-politica che accompagna la tecnica: l’idea che il massimo della capacità debba coincidere con il massimo della legittimità.
È la ragione per cui l’enciclica tiene insieme tecnologia, guerra, lavoro, educazione, verità e comunicazione. Equità, giustizia. Cuore e coscienza. Non lo fa per allargare il campo. Rifiuta la cornice ristretta che riduce l’IA a un problema di prodotto o di sicurezza o di codici.
Il 13 giugno non è stato solo il giorno in cui l’amministrazione americana ha dato la sua versione. È stato il giorno in cui il conflitto dei framework si è visto a occhio nudo. Framework, non solo narrazioni. Da un lato un testo papale che dice: il problema è l’ordine umano, la dignità, la concentrazione del potere, l’uso della tecnica dentro una civiltà dell’amore o l’abuso dentro una cultura della forza. Dall’altro la risposta implicita del sistema teologico politico e biopolitico-tecnologico: il problema è gestire il rischio, decidere se rilasciare o bloccare un modello, regolare il rapporto tra azienda e Stato. Capire da che parte pende la bilancia del potere. Le due parti parlano entrambe di IA, ma parlano di mondi diversi. Parlano di “uomo”, ma con antropologie diverse.

La domanda vera

Ecco perché la domanda vera non riguarda l’intelligenza. È una parola troppo povera. Le macchine possono superare gli uomini in velocità, memoria, riconoscimento di forme, previsione, simulazione del linguaggio. Forse anche in intelligenza, se intelligenza è banalmente risolvere problemi. Niente di tutto questo dice ancora che cos’è un uomo, che cosa conti la sua libertà, che cosa renda illegittimo un potere, che cosa significhi guardare il mondo senza ridurlo a una superficie da ottimizzare. L’enciclica non offre una policy. Fa una cosa più radicale: cambia la cornice radicalmente e con la cornice cambia il gioco. Restituisce alla politica, alla filosofia e perfino a chi, umilmente, osserva e commenta il compito di nominare ciò che altrimenti verrebbe assorbito dal linguaggio dei mercati o della sicurezza.
Mentre gli investitori leggono un prospetto che promette di portare la coscienza alle stelle e le agenzie discutono chi possa accedere a un modello e a quali condizioni, resta una domanda di fondo, impossibile da eludere. Da lì dipende quasi tutto il resto. Dipende se nell’IA vedremo una merce, un’arma, una frontiera, una tentazione prometeica o un banco di prova dell’umano. E se lasceremo che la definizione dell’uomo, in questa “adolescenza della tecnologia”, venga esternalizzata alle aziende che costruiscono il futuro, o se avremo ancora il coraggio di sottrarla al dominio di un qualsiasi server.