David Foster Wallace: contro il fatalismo che abbatte la logica (e le vetrine)
Esce per l’editore Einaudi la seconda parte della tesi di laurea del geniale scrittore statunitense scomparso nel 2008. Titolo impegnativo quanto educativo: Contro il fatalismo. Si parla di libero arbitrio, di linguaggio, di pensiero che agisce. Insomma, di io e la realtà. L’autore va dritto dentro la contraddizione principe della contemporaneità. E il suo affondo verso la cultura del fatalismo, una diminutio dalla prospettiva dell’umano, esalta la centralità della libertà del soggetto. Libertà intesa nella sua autenticità. Lettura assai istruttiva che aiuta, provocatoriamente, a comprendere fatti e misfatti di questi week end a forti venature distruttive e autodistruttive
30 ottobre 2026
A passo Duomo
di Nicola Varcasia
Interrogarsi sul libero arbitrio nei giorni successivi alle violente azioni di quei ragazzi che hanno maltrattato il centro di Milano potrebbe sembrare un modo furbo per prenderla alla lontana e lavarsene le mani. Farlo, prendendo spunto dalla recente uscita di un libro, ordinabile anche presso la nota libreria presa di mira dai manifestanti (a Torino), suonerà perfino come una banale provocazione.
Ma se è vero che, nel giorno della Dedicazione del Duomo, terza domenica di ottobre nel calendario ambrosiano, la più genuina capacità espressiva di una società civile (quella dei suoi giovani, appunto) si è dedicata in buona parte alla propria autodistruzione, correndo sui gradini di quello stesso Duomo, non resta che scommettere sul fatto che sia utile, interessante, fondamentale e persino decisivo interrogarsi sulle radici del nostro agire. Libero arbitrio dunque!
In questo caso sì, la prendiamo alla lontana, ma la colpa, o meglio, il merito è del gigantesco autore di cui vogliamo parlare. Infatti, la questione da lui sollevata inizialmente pareva essere “solo” quella del rapporto tra linguaggio e pensiero. Rispetto alla quale ce la si può anche cavare con un consiglio quasi banale: bisogna dire ciò che si pensa e, prima ancora, pensare a ciò che si dice.
Ci si illuderebbe così di risolvere con facilità la vecchia disputa su come comportarci con le parole, se non ancora con le vetrine del centro. Per quanto, a voler essere onesti, già a questo basilare livello della vita quotidiana le cose non sono così semplici. Figuriamoci sul piano filosofico, quando, per puro amore di conoscenza, si va a ricercare ciò che vi è di implicito in ogni discorso umano: e che cosa c’è di più implicito in ogni discorso dello strumento stesso che usiamo per comunicare con gli altri (e con noi stessi), se non il linguaggio?
Smartphone in attesa di giudizio
Non a caso, da secoli – e negli ultimi cento anni ancora di più grazie all’attenzione scientifica – filosofi, scienziati ed educatori cercano di capire se il linguaggio esaurisce il pensiero o se c’è qualcosa che lo precede: l’io, l’anima razionale, la coscienza, la mente, l’attività neurobiologica, l’inconscio collettivo, l’intelletto agente separato e chi più ne ha più ne metta (anche se gli studi di Anrea Moro hanno dato un contributo decisivo di ricerca e argomentazione, vedi Archivio CMC) .
Oggigiorno, le cose sono rese ancora più difficili dall’intelligenza artificiale, che è in grado di simulare il nostro linguaggio proprio come se fosse l’espressione di un pensiero umano. I messaggi comparsi su Telegram o Tik Tok con cui un gruppo (o grumo?) di digital worker ha iniziato a convocare i ragazzi in piazza, propagandosi poi attraverso migliaia di smartphone in attesa di giudizio (“vado o non vado?”) per dare vita all’esproprio proletario di nuova generazione sta lì a confermarlo.
Ma non è ancora tutto: le cose, infatti, si complicano, e di molto, quando al rapporto tra linguaggio e pensiero aggiungiamo un altro termine di confronto, molto caro al nostro autore: la realtà.
A questo livello è l’intera storia del pensiero a bussare alla nostra porta, consegnando ad ogni essere pensante (e parlante) l’arduo ma affascinante compito di farci su un pensierino, proprio come sulle scarpe griffate in vetrina (“le prendo o non le prendo?”). Stabilito, dunque, che linguaggio e pensiero si fondono l’uno nell’altro, senza esaurirsi a vicenda, resta da capire in che modo l’affiatato duo colga quello che c’è al di fuori di sé e, se ciò che vien detto/pensato di sé dagli altri, non determini tutto di ciò che siamo. Se vogliamo tradurla: che cosa resta di noi al di fuori di ciò che ne pensano/dicono gli altri, magari attraverso gli schermi? Mi esaurisco in quelle chIAcchiere? (il refuso è volontario)
Dove si gioca la partita
È inutile dire che tutto questo basterebbe e avanzerebbe come argomento da approfondire in un talk show o in un articolo per una rivista.
A maggior ragione in una tesi di laurea. Invece, per David Foster Wallace no.
La dissertazione con la quale ha concluso il percorso di studi universitari all’Amherts College, in Massachusetts, nel 1985, era infatti composta da due parti. La prima, che successivamente fu data alle stampe con la forma del romanzo La scopa del sistema, affrontava il problema del rapporto tra il linguaggio e la realtà, col sottofondo del pensiero. Un’opera animata dal dubbio tremendo che noi esistiamo per gli altri solo attraverso il “gioco linguistico” che ci racconta e descrive, come aveva insegnato il filosofo Ludwig Wittgenstein (a sua volta nella seconda fase del suo pensiero, quella successiva al Tractatus) e che aveva acceso il motore intellettuale del giovane scrittore americano.
Ma, come si diceva, a Wallace tutto ciò non bastava.
Come probabilmente nemmeno ai ragazzi dediti al saccheggio. Troppo astratto, roba da filosofi che spaccano il capello in quattro e inevitabilmente non capiscono quelli che spaccano le vetrine. La dissertazione di Wallace era perciò composta da una seconda parte, finora inedita in Italia e che Einaudi ha di recente dato alle stampe con il titolo Contro il fatalismo.
La rotta in cui si gioca questa partita è, se vogliamo, ancora più astratta: quella della logica formale, nel quale Wallace rivolge con passaggi rigorosi una serie di critiche alla tesi del fatalismo riproposta dal filosofo Richard Taylor che, appunto, nega il libero arbitrio. Ma l’approdo è molto pratico: non siamo liberi di fare quello stiamo per fare, tutto è predeterminato. Quindi tutto ciò che accade è necessario e ciò che non accade è impossibile. Per semplificare al massimo (perdendo fatalmente di efficacia): la frase “Domani ci sarà una battaglia navale” o è sempre vera o è sempre falsa, quindi, la decisione dell’ammiraglio che ordina di salpare è predeterminata.
Nessuno guardava il Duomo
La domanda angosciosa presente nella prima parte della tesi di laurea è se noi, in qualche modo, anziché parlare, possiamo in qualche modo “essere parlati” dalla lingua, non riuscendo ad uscire dalle rappresentazioni che attraverso di essa si creano di noi. Nella seconda parte tale domanda viene affrontata da un punto di vista più esistenziale: quello della predeterminazione delle nostre azioni.
Se è il linguaggio a comandare, con le sue ferree regole e a predeterminare quello che accadrà. In altri termini, volutamente provocatori: se sono i messaggi che ci arrivano sullo smartphone a dettare la nostra condotta, che ne è della nostra libertà? Non è già in qualche modo tutto predeterminato?
In passato questo tema era riferito anche a Dio: se l’Onnipotente conosce tutto, anche il futuro, la libertà è una pia illusione. Ma la nostra società, Dio, lo ha per lo meno escluso dal suo orizzonte (nessuno guardava più il Duomo) e quindi questo “tronco” del problema quasi nemmeno si pone.
Gli amanti (e soprattutto i conoscitori) della logica formale possono cimentarsi direttamente nella lettura del testo di Wallace. Tutti gli altri possono “accontentarsi” dell’indispensabile saggio introduttivo di Guido Baggio e Mario De Caro che spiega in modo discorsivo le ramificazioni del tragitto logico seguito da Wallace fino alla teoria del Sistema J, che permette a Wallace di disinnescare gli errori di Taylor, a cominciare dalla confusione tra ciò che è logicamene possibile e ciò che lo è in natura. Inoltre, i curatori hanno in conclusione recuperato una toccante testimonianza del relatore della tesi di Wallace, Willem de Wries, che restituisce tutta la straordinarietà e umanità del personaggio.
Resta il fatto che l’idea del fatalismo è nettamente controintuitiva. Ciascuno di noi ritiene di essere libero di dire quello che pensa, pensando (più o meno) a quello che dice. Errori inclusi. Eppure, ci sarà sempre qualcuno che cercherà di imbrigliarlo, con messaggi totalizzanti o adunanze in piazza fintamente autoproclamate. Oppure, dal punto di vita meramente culturale, sopprimendo l’idea che siamo stati creati liberi, addirittura con la scusa suprema delle leggi della Logica.
Oltre il codice formale e algoritmico
Come uscirne? Anzitutto, come insegna Wallace, è bello e necessario controbattere sullo stesso terreno di chi attacca. Ma non bisogna essere per forza esperti di formalismi logici per restare umani. Quindi può essere utile continuare a riflettere sulla natura del pensiero e del linguaggio in rapporto alla realtà in modo anche più “pragmatico”. Tenendo cioè conto del soggetto e, ancor più, del contesto in cui il linguaggio accade. Perché potrebbe riemergere l’ipotesi che il linguaggio, questo meraviglioso strumento che rende così unico l’uomo, non sia un sistema chiuso di segni da comporre secondo le sue regole per esprimersi ma, contro ogni fatalismo, sia un sistema per creare segni grazie ai quali ci approssimiamo, immergiamo e confrontiamo con la realtà. Così il linguaggio si qualifica come l’espressione di una libertà non imbrigliabile in nessun codice formale o algoritmico. È un’idea che lascia intatta la piena libertà al soggetto di dire quel che pensa, di pensare a ciò che dice, lanciandolo nell’avventura della ricerca del senso di sé e del mondo. Sperando che il lancio non finisca contro il vetro del Dechatlon.