In anteprima un estratto del nuovo libro di Francesco sul tema delle relazioni e della comunicazione della fede. Lo sguardo oltre i pericoli, l’attualità di un messaggio

«Diversi e uniti. Comunico quindi sono» è il libro di Papa Francesco pubblicato da Libreria Editrice Vaticana. L’opera è incentrata sul tema delle relazioni, della comunicazione e della fede. Ne pubblichiamo un estratto in anteprima.
Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni (…).
Tutti e tre i vangeli sinottici riportano l’episodio del «giovane ricco», di quell’uomo (in realtà l’età esatta non si deduce dalla lettura dei testi) che chiede a Gesù cosa deve fare per ereditare la vita eterna.
C’è un dettaglio in questo breve dialogo che riporta solo il Vangelo di Marco, nel mezzo della conversazione, tra una domanda e una risposta, l’evangelista scrive che «Gesù, fissatolo, l’amò» (Mc 10,21). Un dettaglio che a me appare decisivo. Un particolare che dice molto dello stile di Gesù, di quello stile che è «essenza», «sostanza» e ci indica una via per vivere da veri uomini nel mondo. Essere uomini vuol dire comunicare, entrare in contatto con il mondo e con gli altri e costruire relazioni.
Mentre i due parlano, Gesù non sta soltanto pensando a quello che vuole dire al suo interlocutore, ma sta pensando a lui, a chi ha davanti, anzi, prima ancora di pensare, lo guarda, lo fissa, con amore.
Questo stile Gesù lo ha mostrato non solo con il giovane ricco ma con tutte le persone che ha incontrato. In fondo il Vangelo è (anche) il racconto dei tanti incontri di Gesù lungo il suo cammino per le vie della Palestina. (…)

Di sicuro quello sguardo è lo stesso con cui Gesù offre la sua guancia a Giuda chiamandolo «amico», lo stesso sguardo con cui si volge verso Pietro mentre il gallo canta, e, anche se facciamo fatica a comprenderlo, è lo stesso sguardo con cui osserva silenzioso il misero spettacolo del re Erode che aspetta da lui qualche gesto miracoloso prima di rimandarlo deluso da Pilato.
Anche nel dialogo con il procuratore romano Gesù lo avrà fissato con amore.
La fede cristiana si fonda su questa semplice affermazione: Gesù è di natura divina e Dio è amore. Questo fondamento determina una serie di conseguenze e cambia tutto il modo di stare al mondo del cristiano.
Senza quello sguardo d’amore la comunicazione umana, il dialogo tra le persone può facilmente diventare soltanto un duello dialettico, quello sguardo rivela invece che c’è in ballo un’altra questione, vertiginosa, che non ha al centro il merito della discussione ma molto di più, il senso stesso dell’esistenza, mia e del mio interlocutore.
Interessante quel termine che l’evangelista usa: «fissatolo», un verbo che sottintende un atteggiamento contemplativo che a sua volta richiede una dilatazione temporale, un fermare il momento quasi per gustarne ogni attimo. Soprattutto nelle società occidentali il verbo «fissare», l’atteggiamento contemplativo sembra non avere più cittadinanza, essere sparito dal paesaggio quotidiano, nella vita di tutti i giorni.
Nessuno fissa più nessun altro, anzi se questo accade scatta automatico un senso di disagio e una reazione come di fronte a un pericolo. Si è perso così qualcosa, nessuno guarda negli occhi l’altro, non si «sta» uno di fronte all’altro, fermando per un attimo la corsa frenetica del tempo a cui siamo sottoposti.
Pensando a questa condizione ho espresso, tornando dal viaggio in Asia lo scorso novembre, il mio auspicio che l’Occidente recuperasse dall’Oriente il senso della «poesia», intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel «di più» della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana.
Gli uomini «comunicano» non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita.
Questo avvicinamento ha come condizione di partenza quella di essere disposti ad ascoltare con pazienza le posizioni dell’altro perché fissare, guardare presuppone accettare di essere fissati, guardati: nella comunicazione ci si offre uno all’altro. (…)

La mia identità è un punto di partenza, ma senza l’alterità cade a vuoto, si appassisce e rischia di morire. Senza il riconoscimento dell’alterità muore non solo l’altro ma anche io stesso. L’aspetto importante però è che questo riconoscimento per essere «pieno», deve aprirsi al riconoscimento della libertà dell’altro. Questo punto è cruciale. Qui ci muoviamo ancora una volta nel cuore del cristianesimo. Viene in soccorso nuovamente il testo del Vangelo da cui siamo partiti, questa volta con il secondo termine racchiuso in quella frase di tre parole: «Fissatolo, lo amò». Gesù non guarda l’altro come uno «spettacolo», ma come una persona, come un dono, come un essere che Dio ha voluto creare liberamente (per amore) e mettere sulla sua strada. Nel suo sguardo d’amore vi è già inserita la dimensione della libertà. Si ama solo nella libertà e solo l’amore vero rende e lascia liberi gli altri. È illuminante da questo punto di vista il modo in cui termina l’episodio raccontato da Marco; potremmo dire che il finale è amaro, che «finisce male». L’interlocutore di Gesù rimane deluso, sconcertato e se ne va «dolente». L’evangelista spiega anche il motivo di questo atteggiamento («perché aveva molti beni»), che si potrebbe tradurre anche così: «Perché non era una persona libera». Come se i beni, impedissero il bene. (…) Amare vuol dire essere aperti al rischio.

Gesù nel momento in cui fissa il giovane davanti a lui, non lo «squadra» per trovare i suoi punti deboli, ma lo contempla come fosse appena uscito dalle mani creatrici di Dio Padre ed è felice della sua esistenza, lo ama appunto e lo chiama a superare tutte le prigioni e le ferite passate per un avvenire di pienezza, rispondendo così alla sua domanda sulla possibilità di una vita eterna. In questo gesto Gesù si espone al rischio, la sua è una scommessa sull’altro, sull’uomo e come tale la possibilità del fallimento è reale.
Il finale sembra chiudersi infatti in modo fallimentare, la parola di Gesù, Parola di Dio, non ha sortito alcun effetto, la comunicazione tra i due, vista come schermaglia dialettica, non ha prodotto alcun frutto, hanno «perso» tutti e due; è il «dramma della libertà» per dirla con Dostoevskij.
Ma non è la fine, lo si intuisce dalle parole successive di Gesù: su questo dramma può sopravvenire il gesto della preghiera, dell’apertura all’alterità di Dio per il quale «nulla è impossibile». Ed è interessante che Gesù faccia questa solenne affermazione, ancora una volta, «fissando lo sguardo su di loro».