poretti_pp_2lunedì 14 dicembre ore 18,30
Palazzo del Lavoro
Piazza IV Novembre 5 Milano
(MM2 – MM3 Stazione Centrale)

incontro con
GIACOMO PORETTI 

dialogo sul suo libro
“Al Paradiso è meglio credere”,
ed. Mondadori

interviene
Luca Doninelli

coordina
Camillo Fornasieri

 

Il libro

2069079cover_800_800X50-2 Anno 2053. Vittima di un incidente stradale dalla dinamica quantomeno grottesca, Antonio Martignoni si ritrova in Paradiso dove, accudito da una bellissima signora in blu ed esaminato da un burocrate celeste con le sembianze di Jean-Paul Sartre, inizia a poco a poco a familiarizzare con la sua nuova ed eterna condizione. Finché la Direzione decide di affidargli un «compito importante»: raccontare per iscritto, in un file Word, la storia della propria vita, che diventerà uno dei «messaggi nella bottiglia» lanciati dal Cielo agli uomini rimasti sulla Terra.

 Grazie al fortunoso ritrovamento del file, sepolto in un vecchio computer, apprendiamo che Martignoni, all’età di 36 anni, pensava di farla finita. In preda alla disperazione, aveva intrapreso la sua ultima escursione nelle montagne tanto amate, quando un altro tragico e provvidenziale incidente gli apre una breccia verso il futuro, nella quale si lancia d’istinto: travolto dal desiderio di «spiare Dio da vicino», decide di trascorrere la seconda parte della sua vita come finto prete.

 Prima parroco di una sparuta comunità di montanari devoti e turisti ai piedi del Monte Rosa, poi pastore di 3500 anime in una Milano sospesa, surreale, angosciata per la misteriosa sparizione dei propri cittadini più anziani, «don» Antonio vive la sua missione tormentato dal senso di colpa, ma anche animato dalla ferma volontà di non tradire il suo fiducioso e inconsapevole gregge. E quando deciderà di uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato, il risultato sarà una sorpresa, per lui e per il lettore.

 Con tocco leggero e sguardo profondo, Giacomo Poretti racconta i tic, gli affanni, le piccole e grandi domande di ognuno di noi, e lo smarrimento di un’epoca che pare aver perso la bussola del senso. E in quello che potrebbe sembrare solo un «finale di partita», ci invita a dare il calcio d’inizio a un nuovo incontro, tutto da giocare.

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