Fatti per far luce sulle crociate. Per una storia non a senso unico
Riecco sugli scaffali il classico di Marco Meschini Le crociate di Terrasanta per i tipi Sellerio. Un testo ricco di informazioni, assai ben documentato e strutturato. Nei tre secoli indicati, mentre in Terrasanta si combatte, con tutto il misto di eroismi e crudeltà, valore e stupidità che caratterizza ogni guerra, in Europa sono sorte la democrazia comunale, le università, la lettera di cambio, le cattedrali gotiche, l’umanesimo…
19 giugno 2026
Quale Europa
di Roberto Persico
Torna in libreria il classico Le crociate di Terrasanta di Marco Meschini (Sellerio, 220 pp.). Torna in libreria in un momento molto particolare: un tempo in cui il Medio Oriente è in fiamme, in cui gli antichi conflitti tornano sui social perché Israele ha strappato al Libano l’antica fortezza crociata di Beaufort. E qualche amico mi chiede: cui prodest? Perché riproporre un libro così proprio oggi? Ovvio sottinteso: perché riproporre un libro che rischia di alimentare uno spirito di contrapposizione, in un momento in cui non ce n’è proprio bisogno?
Una prima risposta è ovvia: le case editrici preparano i piani editoriali con molto anticipo, l’uscita è stata programmata quando lo scenario non era così drammatico. Ma sarebbe una risposta da poco. Vale la pena prendere la domanda sul serio e provare a rispondere davvero.
Tra vizi e virtù
Un primo livello della risposta ha a che fare con la qualità del libro. Le crociate di Terrasanta di Meschini infatti è tutto tranne che un libro ideologico: dalla prima all’ultima pagina è pieno di fatti. E fatti tutt’altro che a senso unico. Per fare solo qualche esempio, troviamo la poco onorevole fuga dell’imperatore Federico II che attraversa Acri all’alba inseguito dai lanci di ortaggi dei venditori del mercato, e l’inettitudine di Guido di Lusignano, re di Gerusalemme, che letteralmente cambia decisione dalla sera alla mattina, portando l’esercito crociato in pieno deserto verso la disfatta dei corni di Hattin, che costa ai cristiani la perdita di Gerusalemme (1187); troviamo durante la terza crociata la carica del maresciallo degli Ospitalieri Guarnerio di Nablus, che disobbedendo agli ordini di Riccardo Cuor di Leone si lancia da solo verso i musulmani al grido di “San Giorgio!”, trascinando l’esercito crociato a un imprevedibile successo (1191); troviamo le feroci dispute durante la quarta crociata (1203-4) tra chi intende restare fedele all’obiettivo della Terrasanta e chi invece vuole andare all’attacco di Costantinopoli (e prevarrà, ma molti dei contrari lasceranno la spedizione inorriditi). E così via.
Altro aspetto non da poco della narrazione di Meschini è l’attenzione a episodi in cui la casualità segna svolte decisive. Così ci ricorda che allorché Antiochia, nel corso della prima crociata, dopo mesi di assedio cade in mano cristiana, subito dopo si profila all’orizzonte un esercito islamico di soccorso: «Se il nuovo esercito islamico fosse arrivato poche ore prima, la crociata sarebbe finita in quell’estate del 1098».
Oppure riporta l’episodio in cui «il Saladino esce dalla città in mezzo a una folla musulmana che vorrebbe ucciderlo e a proteggerlo dai suoi stessi correligionari sono due ali di guardie cristiane. Non sanno, in questo 1167, che stanno salvando il loro più acerrimo rivale». Anche qui, e così via.
Il che non vuol dire che illibro di Meschini sia una storia “aneddotica”, che ignori gli aspetti culturali, economici, sociali e via discorrendo, che sono tutti ben presenti; vuol dire piuttosto che ci offre una storia in cui gli elementi strutturali trovano la loro risoluzione nelle scelte dei singoli, con tutti i loro vizi e le loro virtù.
Quando gli arabi sbarcano nella penisola iberica
Ma c’è un secondo livello della risposta alla domanda da cui siamo partiti, che allarga l’orizzonte dal testo di cui ci stiamo occupando allo scenario in cui si colloca.
Partiamo da un’osservazione capitale che Meschini colloca nelle ultime pagine del libro: «le spedizioni pro Jherusalem recuperanda dilazionarono di secoli il crollo dell’Impero di Bisanzio. Senza il continuo afflusso di crociati, Costantinopoli sarebbe verosimilmente caduta in mano al mondo islamico molto prima del 1453, quando Maometto II riuscì nell’impresa secolare di mettere stabilmente piede in Europa orientale». Tanto che – prosegue Meschini – «aveva dunque ragione François-René de Chateaubriand quando, nel suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme del 1811, scriveva: “Le crociate non furono soltanto spedizioni di soccorso: si trattava di combattere sul limitare dell’Europa un nemico che l’avrebbe assediata in casa propria”».
E su questo punto mi permetto di correggere Chateaubriand: non che l’“avrebbe assediata”, ma che “da secoli la stava assediando”. E qui tocca spiegare.
L’assedio islamico all’Europa comincia nel 711, allorché gli arabi sbarcano nella penisola iberica e in breve la conquistano, e prosegue nei decenni successivi, quando le incursioni si spingono sempre più spesso a nord dei Pirenei, finché non vengono fermate da Carlo Martello a Poitiers nel 732. Nell’827 poi gli arabi conquistano Mazara del Vallo, e nel giro di meno di un secolo occupano tutta la Sicilia. Da qui le incursioni nel Mediterraneo occidentale si moltiplicano, colpendo soprattutto Sardegna e Corsica; nell’846 i saraceni – come cominciano a essere chiamati – arrivano alle porte di Roma e saccheggiano le chiese di San Pietro e di San Paolo, allora fuori dalle mura della città (e perciò papa Leone IV inizia la costruzione delle “Mura leonine” che proteggano anche le sacre basiliche); intorno all’890 gruppi di guerrieri musulmani si installano a Frassineto, da qualche parte sulle Alpi provenzali (l’ubicazione esatta è tutt’ora incerta) e da lì per quasi un secolo controllarono i passi alpini, con frequenti incursioni in Provenza e nella Pianura padana.
Nel frattempo, nell’840 i saraceni hanno fondato a Bari un emirato e hanno quindi fortificato il mons Gaurelianus (anche questo di incerta identificazione), da cui tengono sotto tiro l’Italia meridionale e centrale, fino a che non saranno sconfitti nel 915 nella battaglia del Garigliano.
Le “scorrerie saracene”
Nei nostri libri di storia solitamente tutto questo viene liquidato in mezza riga come “scorrerie saracene”, quasi si trattasse di innocue scampagnate. Ma l’elenco di queste scorrerie riportato per esempio all’indirizzo https://www.gliscritti.it/blog/entry/5034, ciascuna con decine o centinaia di morti e spesso migliaia di prigionieri condotti schiavi nel Dar-al-Islam, è impressionante.
Taluno sostiene che comunque si tratta “solo” di scorrerie, e non di tentativi di invasione. Come spiega Marco Di Branco in 915. La battaglia del Garigliano, in realtà la scorreria è esattamente la tattica militare preferita dell’espansione araba: si attacca un villaggio (una città, un monastero…), lo si depreda, ci si ritira; l’anno dopo si torna, e prima di attaccarlo si chiede un tributo in cambio della rinuncia all’attacco; l’anno dopo di nuovo e così via, finché di fatto il villaggio (o il monastero, o la città) entra a far parte dei domini islamici, che lì si insediano e da lì ripartono per ulteriori “scorrerie”.
La plurisecolare offensiva trova un punto di svolta nel 1071, allorché, nei pressi di Manzikert, all’estremità orientale dell’Anatolia, un esercito turco (nel frattempo il controllo del mondo musulmano è passato appunto dagli arabi ai turchi) sbaraglia i bizantini, catturando lo stesso imperatore Romano IV. Negli anni seguenti i turchi occupano facilmente l’intera Anatolia, arrivando alle porte di Bisanzio. E in Occidente capiscono subito: se Costantinopoli cade, l’intera Europa è alla mercé degli invasori. Tanto che già nel 1074 papa Gregorio VII prova a organizzare una spedizione di soccorso; senonché è in lotta con l’imperatore Enrico IV (la famosa “lotta per le investiture”) e non se ne fa niente. Ma quando nel 1095 arrivano in Occidente i messi del nuovo imperatore Alessio Comneno a chiedere aiuto la questione è chiara: o si aiutano i bizantini, o l’intera Europa corre un rischio mortale.
Dopodiché la questione si sviluppa secondo la mentalità del tempo: l’appello alla riconquista dei luoghi della vita di Gesù e tutto il resto.
E mentre in Terrasanta si combatte…
Ma se guardiamo la vicenda in una prospettiva di lungo periodo, le crociate non sono altro che questo: la sortita di una città assediata. Esattamente come aveva fatto più di mille anni prima il celebre Scipione l’Africano: Annibale imperversava in Italia, e lui era andato a portare la guerra a Cartagine. Questo è esattamente – la ripetizione è voluta – quel che fanno i cristiani: spostare una guerra che si combatte da secoli nel territorio dell’avversario.
Così, per quasi due secoli – dal 1099 della conquista di Gerusalemme al 1291 della caduta di San Giovanni d’Acri – i turchi sono costretti a combattere in Oriente. Dopo la caduta di San Giovanni d’Acri la loro avanzata ricomincia: nei primi decenni del Trecento riconquistano l’Anatolia, quindi occupano i Balcani meridionali e arrivano ai confini del regno di Ungheria. Fino a che nel 1453 conquistano Costantinopoli con tutto quel che ne segue (nel 1529 e nel 1683 arrivano fin sotto le mura di Vienna).
Dunque, se non ci fossero state le crociate, i musulmani avrebbero messo piede in Europa tre secoli prima. In questi tre secoli, mentre in Terrasanta si combatte, con tutto il misto di eroismi e crudeltà, valore e stupidità che caratterizza ogni guerra, in Europa sono sorte la democrazia comunale, le università, la lettera di cambio, le cattedrali gotiche, l’umanesimo… Senza le crociate, il volto dell’Europa oggi sarebbe molto diverso.