Film: cosa ci siamo persi
Il tempo libero liberato frequentando una buona visione. Il periodo delle ferie può aiutare a recuperare qualche titolo che era sfuggito per i più svariati motivi. Magari approfittando di qualche rassegna di cinema all’aperto. Oppure attingendo alle solite piattaforme digitali. Ecco, allora, alcuni consigli. Una carrellata fra i generi. E un incontro con qualcuno che ha una storia da raccontarci.
18 luglio 2025
Cinema da vedere
di Beppe Musicco
Un po’ di tempo libero, una bella rassegna di film all’aperto (offerta ormai di molti comuni vacanzieri, ma anche per chi resta nella grande città), alla peggio il catalogo dei titoli delle piattaforme sul tv, in compagnia dell’aria condizionata o del ventilatore: quale occasione migliore per godersi un film di cui ignoravamo l’esistenza o che ci siamo persi quando è uscito in sala?
In un tempo giustamente dedicato al riposo, un film è un’occasione per incontrare qualcuno che ha una storia da raccontarci. Magari proprio una che parla di noi. Ecco qualche titolo, tra i tanti usciti, tra cui scegliere.
La misura del dubbio, di e con Daniel Auteuil. Un avvocato disilluso si appassiona alla storia di un padre di famiglia accusato di aver ucciso la moglie, una donna che preferiva l’alcool alla cura dei figli, e decide di tornare in aula, dopo anni di assenza, per difendere l’uomo dalla terribile accusa. Il rapporto che si crea tra i due, il professionista che riscopre la passione per il suo lavoro e l’uomo semplice preoccupato solo per il destino dei figli, sono un grande esempio di empatia e partecipazione, cui non manca nemmeno un classico colpo di scena.
Thelma, di Josh Margolin, con June Squibb e Richard Roundtree. Una commedia intelligente che prende spunto dalla cronaca (triste) di tutti i giorni. Un’anziana, ma ancora autonoma, vedova americana viene truffata al telefono con la storia di un nipote in prigione che deve pagare una cauzione per uscire. Resasi conto dell’accaduto, si mette in testa di recuperare i suoi soldi, con l’aiuto di un coetaneo che vive in una residenza per anziani. Un’avventura che metterà a rischio le articolazioni e l’amor proprio di entrambi, ma che servirà a sentirsi vivi e utili a dispetto dell’età.
Piccole cose come queste, di Tim Mielants con Cilian Murphy, Emily Watson. Ambientato nell’Irlanda del 1985, che a uno spettatore inconsapevole potrebbe sembrare ancora quella degli anni Sessanta, ha come protagonista un commerciante di carbone, che nei suoi giri di consegne visita spesso il convento locale, che ospita, oltre alla scuola frequentata dalle sue figlie maggiori, un istituto per ragazze madri. Se la comunità locale (e sua moglie in primis) non sembra particolarmente interessata a quel luogo, Bill, dopo aver ricevuto la richiesta di aiuto di una ragazza, non riesce più a togliersi dalla testa il suo dolore e la sua disperazione, anche perché lui stesso figlio di una ragazza madre, che per fortuna aveva avuto una sorte diversa ma era morta giovane lasciandogli un immenso dolore nel cuore. Il doloroso percorso di un uomo buono e sensibile che deve fare i conti con un lutto a lungo represso, ma anche con la sua coscienza e la sua sensibilità che lo porta ad avvicinarsi ai tanti esseri sofferenti che nessuno sembra vedere, siano essi le “ragazze perdute” segregate dalle suore o il figlio di un ubriacone incontrato per strada
Giurato n. 2, di Clint Eastwood con Nicholas Hoult, Toni Collette. Un giornalista con una moglie incinta a casa (ma anche alcolista in via di recupero), viene scelto per far parte della giuria del processo per omicidio a un uomo accusato di aver picchiato la sua ragazza e di averne gettato il corpo in un burrone a bordo strada. Ma il protagonista crede che il crimine sia in realtà colpa di un pirata della strada, e che quel pirata potrebbe essere probabilmente lui stesso. Uno sguardo moralmente indagatore sul sistema legale americano. Attraverso le fasi del processo vediamo l’aula di tribunale come un luogo in cui dobbiamo fare i conti con l’immagine di noi stessi, e quanto possiamo essere limitati dai nostri pregiudizi e preconcetti.
Io sono ancora qui, di Walter Salles con Fernanda Torres, Selton Mello. La vita di una normale e felice famiglia brasiliana viene sconvolta negli anni 70, durante la dittatura militare: il padre, ingegnere di professione ed ex deputato, viene prelevato una mattina da agenti in borghese e non fa più ritorno. Lasciata presto la speranza di rivederlo vivo, la moglie si fa carico del destino suo e dei quattro figli, senza lasciare che la disperazione prenda il sopravvento. Una bellissima storia di amore e speranza.
A Complete Unknown, di James Mangold, con Timotée Chalamet, Edward Norton, Monica Barbaro. La comparsa sulla scena musicale newyorchese dei primi anni 60 del giovane Bob Dylan, di colpo sconvolge tutti quelli che pensavano di conoscere (e indirizzare) la musica folk. Tanto scostante nel carattere quanto consapevole delle sue doti creative nel comporre versi e musica, Dylan si impose (anche suo malgrado), lasciando una traccia che ancora perdura. Un mito con cui confrontarsi.
Il mio giardino persiano, di Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam con Esmail Mehrabi, Lily Farhadpour. Una settantenne vedova iraniana si sente ormai immersa in una routine di solitudine e tristezza. Così, dopo l’ennesima telefonata frustrante con la figlia che vive all’estero, e aver assistito all’ennesima ingiustizia della polizia della moralità che ferma le donne che non hanno il capo velato, la donna si risolve ad andare a pranzo in un ristorante per pensionati, e lì scorge un baffuto tassista solitario dall’aria simpatica e socievole. Inizia così una sorta di corteggiamento da parte della donna, che con la scusa di farsi portare a casa, invita il guidatore ad entrare. Un ritratto commovente e genuino di una tenerezza che non conosce età.
Amerikatsi, di e con Michael Goorjan. Un sopravvissuto al genocidio armeno torna fiducioso in patria dagli USA negli anni 50. Un po’ smarrito, con una comprensione approssimativa della lingua, salva dalla folla che si ammassa per il pane il giovane figlio di un severo ufficiale del partito comunista, che per sdebitarsi lo invita a cena al ristorante; ma la sua ingenuità sulle dinamiche sovietiche lo porta a criticare le sue condizioni di vita, a farsi il segno della croce e, cosa più scandalosa, a indossare una vistosa cravatta a pois. L’ufficiale decide di spaventarlo scherzosamente mandandogli la polizia, ma per un errore di comunicazione il protagonista si ritroverà in galera con una condanna a tempo indeterminato. Un film sulla libertà, girato con umorismo e con un giustificato affetto per il popolo armeno.
E, dato che sicuramente qualcuno avrà da dire perché abbiamo trascurato le offerte delle piattaforme, segnaliamo tre serie di argomento poliziesco, che si distinguono per l’originalità della trama e per la presenza di attori particolarmente dotati.
SlowHorses (Apple TV). I “cavalli lenti”, sono agenti reietti del servizio segreto inglese che si sono rivelati inadatti, incapaci o che hanno combinato guai non abbastanza gravi da essere licenziati. Vengono confinati in un anonimo edificio di Londra, una sorta di purgatorio governato da un annoiato e apparentemente nullafacente Jackson Lamb (uno strepitoso Gary Oldman), che non perde occasione per mostrare il suo disinteresse per chi gli è stato affidato. Ciò nonostante, la sezione verrà implicata in casi di interesse nazionale.
Dept. Q: Sezione casi irrisolti (Netflix). Ambientata nel plumbeo panorama scozzese, la serie ruota intorno a un detective traumatizzato da una sparatoria (un notevole Scott Frank) e che nessuno del dipartimento di polizia vuole avere tra i piedi; per questo viene messo in un seminterrato ad affrontare vecchi casi dimenticati. Con una squadra raffazzonata e palate di sarcasmo affronteranno la misteriosa scomparsa di un’avvocata, che nasconde trame inaspettate.
The residence (Netflix) L’assassinio del responsabile del personale della Casa Bianca (Giancarlo Esposito) è quanto di peggio possa accadere, specialmente durante un ricevimento ufficiale in onore della delegazione australiana. A cercare di capirci qualcosa viene chiamata la detective della polizia di Washington Cordelia Cupp (Uzo Aduba),con grande scorno dei servizi segreti. Anche perché la Cupp sembra più interessata a osservare la fauna ornitologica che svolazza intorno alla residenza presidenziale che a cercare l’assassino. Ma, ovviamente, i paragoni col comportamento degli uccelli saranno la chiave per risolvere il caso.