Giochi sporchi in Terra Santa

I popoli avvertono tutto il peso disumano di una guerra voluta da qualcuno per scopi loschi di potere. La stanchezza è negli occhi e nel cuore. La diffidenza dilaga.
La pazienza fra gli israeliani è ormai al limite: i responsabili di tutto questo devono risponderne. Anche Betlemme è in ginocchio.
La crescente tensione in Cisgiordania annuncia il pericolo di una rivolta contro i coloni. In quei luoghi profeticamente di speranza e promessa di pace oggi sembra vincere il deserto della ragione. Eppure si levano ancora voci e si alimentano esperienze di segno diverso, umane. Che aprono crepe nel muro dell’obnubilamento ideologico. Reportage nella vita quotidiana ferita.


9 febbraio 2024
Gerusalemme imprigionata
di Andrea Avveduto (da Gerusalemme)

Bandiere di Palestina e Israele dipinte su un muro incrinato

Il Ben Gurion è quasi un deserto. Nell’aeroporto che prende il nome dal celebre primo ministro dello Stato d’Israele i turisti non si vedono da mesi. Nessuno guarda fuori dai finestroni per scorgere quei primi tratti di vegetazione mediterranea così caratteristici, un assaggio di Oriente sulle coste del Mare Nostrum. Solo gente indaffarata che guarda dritto verso il gabbiotto del controllo passaporti: uomini d’affari o ebrei ortodossi che camminano veloci per i corridoi del terminal controllato attentamente dalla polizia.

“La colpa è di Netanyahu, se ne deve andare”

È solo un assaggio di quel che è diventata la Terra Santa dopo l’attacco del 7 ottobre. Lungo la scala mobile che conduce fuori dalla stazione del treno per entrare nel cuore di Gerusalemme, il silenzio è surreale. Qualche ebreo dai lunghi riccioli appoggiati sulle spalle, alcuni giovani fissi sul cellulare si incrociano tra chi arriva e chi parte. Nessun arabo nei paraggi. Gli scarponi dei soldati che salgono le scale sono sporchi di fango. Chissà quale terra di scontri hanno calpestato. Stanno tornando a casa, sporchi e stanchi. Qualcuno gli dà una pacca sulla spalla. “Todà”, “Grazie per quello che fate”, si sente dire in ebraico.
Qualcuno accenna a un sorriso, qualcuno è troppo stanco per rispondere.
Le espressioni sono vuote, segno di una guerra che ha colpito tutti, nel corpo o nello spirito. La debole pioggia di Gerusalemme cade sui tetti di una città precariamente tranquilla, che ha dimenticato in fretta il rumore dei missili, eppure così triste, senza turisti, senza gioia, quasi senza vita.
Sui muri della parte occidentale campeggiano ancora le foto degli ostaggi in mano ad Hamas, e anche qualche striscione contro il governo.
“La colpa è di Netanyahu, se ne deve andare”, spiega Eran, un giovane ingegnere di Haifa, a Gerusalemme per lavoro. “Hamas è un’organizzazione terroristica, e ha come obiettivo la distruzione di Israele. Ma perché piace tanto ai palestinesi? Siamo sicuri che Bibi non gli abbia dato nessun pretesto?” Gli israeliani hanno perso la pazienza. Gli errori – che siano in buona o cattiva fede – sono diventati inaccettabili. “Qualcuno dovrà pagare per quanto è accaduto”, conclude.

La deriva politica del disprezzo

Dello stesso avviso è anche Yigal Carmon, direttore del Memri (Middle East Monitor Research Institute) e già consigliere per l’antiterrorismo di Rabin e Shamir. “Netanyahu ha steso un tappeto rosso ad Hamas”.
Quando lo incontro nel suo studio di Gerusalemme, è ancora arrabbiato per non essere stato ascoltato. “Avevo avvisato il governo dell’attacco, ma Bibi mi aveva liquidato. Diceva di comprare la tranquillità con il denaro. Ed ecco il risultato”. Carmon è in possesso di un video in cui si vedono chiaramente i miliziani di Hamas esercitarsi per l’attacco, e sostiene di averlo diffuso già a settembre sui canali ufficiali. “Nessuno mi ha dato retta. Si fidavano di Sinwar, e del Qatar”.
Emergono le prove di una corrispondenza tra il primo ministro israeliano e il leader di Hamas. Le prove di contatti pericolosi favoriti dagli emiri qatarini che in questa vicenda hanno giocato molto sporco. “Sono una famiglia criminale! Finanziano il terrorismo in tutto il mondo e tengono relazioni con tutti”.
È sconsolato, come la maggior parte degli israeliani. Arrabbiati contro un governo miope che ha governato con una politica del disprezzo e una deriva sempre più etnocratica. Ma anche sempre più diffidenti verso i palestinesi.

La Cisgiordania è prossima alla rivolta

Già, i palestinesi. Questo popolo che ogni volta cerchiamo di dimenticare e che ogni volta torna prepotentemente alla ribalta, oggi rischia di far saltare ogni equilibrio regionale. La Cisgiordania e Gaza vivono in situazioni differenti, ma se nella Striscia le condizioni sono diventati insostenibili e questo è davanti agli occhi di tutti, la West Bank è sull’orlo della rivolta.
Gli scontri con i coloni israeliani, la popolarità di Hamas e l’affossamento totale di ogni prospettiva di pace stanno spingendo la popolazione verso incognite pericolose.
Anton Salman, nuovo sindaco di Betlemme, dopo il Natale peggiore degli ultimi anni, spiega bene la situazione: “La guerra di Gaza ha allontanato ogni forma di turismo in Palestina e Betlemme non ha futuro senza turisti e pellegrini. A settembre ci aspettavamo una stagione importante e ci siamo trovati invece ad affrontare una delle crisi più gravi della nostra storia. I betlemiti impegnati nel turismo sono circa 25.000: di questi oggi non lavora quasi nessuno. Ma non è l’unico problema: anche chi lavorava in Israele, circa 17.000 persone, oggi è a casa perché dal 7 ottobre i checkpoint sono chiusi”.
E non è tutto, perché Israele oggi si rifiuta di restituire all’Autorità Palestinese il denaro delle tasse, come previsto dagli accordi di Oslo. “Stiamo parlando di un sacco di soldi che non riusciamo ad avere e che sono fondamentali per la vita di intere famiglie. Che futuro possiamo immaginare in questo modo?”.
Alza le braccia, e guarda dal suo ufficio la Basilica della Natività, dove era stato già rinchiuso 22 anni fa durante l’assedio alla chiesa. Un fatto, quello del 2002, che portò il governo di Sharon alla costruzione del Muro di Separazione. Una delle molteplici vicende che hanno contribuito ad allontanare, negli anni, una prospettiva di convivenza e di incontro.

Padre Ibrahim Faltas vice Custode di terra Santa

Nessuno crede più all’Onu

La Terra Santa è condannata a non vedere la pace. E la pace non è solo l’assenza di guerra. Palestinesi, Israeliani, cristiani, musulmani ed ebrei sembrano condannati a vivere nel dolore di un conflitto che ogni giorno allontana ogni possibilità di soluzione. Tutti hanno un’idea sulla situazione e sono in genere bravissimi a puntare il dito, a individuare colpe e responsabilità (sempre degli altri).
Meno bravi a parlare di pace, a individuare anche qualche piccolo, quasi insignificante spiraglio per ricostruire ciò che è andato perduto tre mesi fa.
È evidente che i due popoli brancolano nel buio. Nessuna ipotesi è più realizzabile. Che sia di uno o due stati. E non parlategli di Nazioni Unite, perché in questa terra alla Comunità Internazionale nessuno crede più da tempo.

“Accogliamo bambini e ragazzi senza nessuna distinzione”

“Come potremo fidarci dei palestinesi dopo aver visto le piazze della Cisgiordania festeggiare l’attacco di Hamas? E come faremo a guardare negli occhi gli israeliani dopo le decine di migliaia di morti che stanno facendo a Gaza?”
Domande legittime che mi hanno posto, a cui non so dare risposta.
Tutti vogliono la pace, ovvio. Però chi è disposto a rinunciare a un pezzettino di sé per inseguirla? I due popoli non si incontrano e non si vedono più, e questo è il dramma più evidente. Che il 7 ottobre sia stato realmente un punto di non ritorno ormai è evidente. Mancano le idee, manca la voglia di provarci. Non tutta la società è così: ci sono anche straordinari esempi di pace. Ma sono troppo pochi per pensare di cambiare qualcosa a livello politico.
Ancora una volta trionfa l’odio, la sfiducia, la tristezza e la rassegnazione. Che piano piano, se qualcosa non cambia, diventerà di nuovo rabbia. Da entrambe le parti.
Con un necessario distinguo, disperato e fondamentale. Perché questo non significa che non ci sia speranza. Va cercata, anche se a volte è difficile da vedere.
Lo ha ricorda padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa e responsabile delle scuole cattoliche. “Nelle diciotto scuole della Custodia accogliamo bambini e ragazzi senza nessuna distinzione.
I nostri programmi scolastici sono impostati per una cultura che educa alla convivenza pacifica. I nostri studenti saranno gli uomini e le donne di domani e confido molto in queste generazioni future”.
Nonostante tutto, c’è chi pensa all’oggi. E per questo può guardare al domani con meno paura. Quasi con speranza. “Ho favorito tanti progetti in Italia, in Giappone, in Svizzera che hanno coinvolto ragazzi israeliani e palestinesi. Questi ragazzi hanno stabilito relazioni fra di loro, si sentono, si scambiano opinioni. Anche dopo il 7 ottobre queste relazioni stanno continuando.
È un segno di una pace possibile!”. Possibile, proprio laddove sembra impossibile. C’è qualcosa che ancora stupisce. Una luce che attraversa le crepe. Un amore più grande dell’odio. Sempre.