I giovani e la violenza nelle piazze: il tempo di una proposta di vita buona
Gli assalti ai negozi nei week end ottobrini da parte, soprattutto, di minorenni, si presta alle più diverse interpretazioni. Interrogarsi sull’origine di questa forma di nichilismo pratico è qualcosa di molto profondo che precede le pur opportune analisi. Limitarsi a puntare l’indice contro il diffondersi dell’esplodere di pulsioni violenti è una mancata risposta. Un’occasione persa. Occorre guardare in faccia la realtà. Provare a guardare quelle facce. E ripartire da proposte di vita. Dal fiorire di luoghi dove il lato positivo delle cose passa anche attraverso il paradosso del male che apre al bene. Ma ci vogliono persone che si mettano in gioco. Dentro un gioco rischioso eppure necessario. Pensieri dalla parte di un buon cammino
30 ottobre 2026
Persone e luoghi
di Alessandro Banfi
Di che cosa parliamo quando parliamo dei giovani? Le questioni sollevate dalle ultime proteste dei ragazzi a Milano, in Italia e in tutto il mondo come in Francia, Albania, Spagna, sono molte. Volendo stare su questa linea di frattura, e non sbarazzarcene velocemente prendendo una parte, fosse pure quella della repressione (“chi rompe paga”, copyright Giorgia Meloni) o fosse quella del preventivo avvallo di ogni pulsione di protesta (“ascoltare quella rivendicazione e farla nostra”, copyright Elly Schlein), proviamo ad entrarci dentro, a non eludere la cosa.
Una rinuncia pericolosa
Prima questione. Chi è il burattinaio? Come si sono organizzati questi minorenni, questi giovani e giovanissimi? Le ultime notizie dicono che c’erano almeno due chat, una dal titolo “Italia in piazza”, che hanno di fatto organizzato i raduni di minorenni a Milano. Chat intercettate dai servizi di sicurezza ma sottovalutate dal Viminale. La circostanza spiega molte cose. Anzitutto la difficoltà culturale di paragonarsi con i nuovi social. Il tam-tam che ha preceduto le manifestazioni in piazza non è stato minimamente avvertito dagli adulti. Lo ha detto con grande acume Alberto Pellai, pedagogista che da anni è in prima linea nella conoscenza delle nuove generazioni, in un editoriale su Avvenire. «Così la vita virtuale ha assorbito, quasi inghiottito tutto il tempo libero dei nostri figli. E la preadolescenza, che è in assoluto il tempo della crescita che risulta più fragile e vulnerabile all’offerta del “Paese dei Balocchi”, si è tuffata dentro questo nuovo mondo e questa nuova vita, ben felice di poter far esplodere la voglia di potenza e “sensation seeking” tipica di questa età in territori ultra-eccitanti e gratificanti.
Le piattaforme di videogioco, i social media, i siti pornografici hanno sostituito gli oratori, i campi da calcio, le uscite con gli scout. Le famiglie più attente sul piano educativo hanno cercato di fare un faticosissimo lavoro di equilibrismo pedagogico, imponendo ai figli dosi di vita reale obbligatorie. Mentre prima i figli fuggivano fuori nel mondo, rincorsi dai genitori che volevano imbrigliarne le richieste di libertà e autonomia, negli ultimi dieci anni i genitori si sono trovati quasi obbligati a spingere ragazzi e ragazze alla scoperta della vita reale, perché i loro figli – spesso – vi avrebbero rinunciato molto volentieri, preferendo adagiarsi nella comfort zone del loro parco giochi virtuale». Il primo burattinaio è la dipendenza digitale, il distacco dalla vita reale.
In un collage di reazioni dei giovani protagonisti, raccolto dai social e pubblicato dal Corriere della Sera nei giorni scorsi, è emersa proprio questa esperienza da parte di un 18enne egiziano, che ha drammaticamente confermato l’analisi di Pellai. Ha detto: «Mi hanno messo nella chat Telegram, non so come. C’erano tantissimi altri, forse mille. Dicevano di andare in Duomo, che c’era da fare casino e prendere tanta roba perché i negozi mettono i prezzi troppo alti. Su TikTok iniziavo a vedere la gente in metropolitana che scriveva “Nike arriviamo”, “Foot Locker arriviamo”, noi non avevamo niente da fare, allora con altri sono andato in via Torino e al Decathlon. C’era troppo casino, la gente correva, sembrava come un gioco della Play».
Seconda questione. La “mente”. Dopo i gravissimi disordini di sabato 17 ottobre, un giovane studioso itlaliano di seconda generazione, Youssef Siher, è stato identificato come ideatore del “Movimento 17 ottobre”. Aveva scritto un commento inequivocabile su una condanna di Matteo Salvini alla strage del 7 ottobre: “Allah Akbar”. Sui social ha cercato di dare un seguito e indirizzare i saccheggi dopo che erano avvenuti. È stato indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico e poi rilasciato dal Gip.
Non era il capo della protesta, perché la sua chat sul Movimento è stata creata dopo i disordini. Il suo profilo, di inneggiatore alla violenza e ad Hamas in nome di un antimperialismo che diffida dell’integrazione richiama però il disagio degli esponenti di una seconda generazione, spesso magrebina e musulmana, che è certamente un elemento di questa confusa mobilitazione, e che era già emerso con l’allarmante attentato di Modena di un giovane disoccupato di seconda generazione, radicalizzato.
Anche se in Italia non c’è una struttura ideologica di radicalismo religioso davvero diffusa. Come sembrerebbe esserci in Francia o in Belgio. E anche in quei Paesi uno studioso serio come Olivier Roy (sarà Milano il 2.12.2026 al CMC su “Università e giovani: conoscenza o competenze cognitive?”) ritiene che i giovani di seconda generazione protagonisti di questi giorni «in parte siano vittime del consumismo, in parte tentano di vendicarsi per essere stati intrappolati in un modello di vita basato sul consumismo. Non agiscono su base ideologica o religiosa».
L’attrattiva del sistema consumistico
Roy solleva la terza questione. Per che cosa davvero sfasciano e si oppongono questi giovani? Stefano Arduini ha scritto su Vita.it un commento intelligente, in cui ha sostenuto che i giovani vandali di Milano non volevano abbattere il sistema ma volevano entrarci. Arduini coglie nel segno quando scrive che i giovani sono dentro fino al collo nel sistema consumistico. Anche questa analisi, vera, però non può esimere dal chiederci se questi giovani si siano mai imbattuti in qualcuno che abbia proposto loro qualcosa di diverso. Una costruzione di bene. Dalla famiglia, dalla strada o dalla cattedra (il lavoro di insegnante soprattutto in Italia è da tempo derubricato da tutta la società a lavoro da sfigati).
I modelli proposti dagli adulti sono soprattutto violenza, sesso, denaro. Consuma, arricchisciti, imponiti con la violenza. Odia, sennò non esisti. Regole che valgono da tempo nei social e adesso sono arrivate in piazza.
Adulti responsabili
La crisi è oggettiva. Non dobbiamo allo stesso tempo negarci che la crisi economica è pesante, morde soprattutto chi guadagna di meno ed è al primo impiego o è precario. Perché i salari in Italia sono così bassi, rispetto a quelli di altri Paesi europei? Perché tanti giovani espatriano per veder riconosciuti i propri meriti? Né la destra, né la sinistra in Italia hanno proposte serie sulla crescita, sui giovani e sull’educazione.
Tanta violenza per il nulla. La mia generazione è cresciuta negli anni di piombo. Anche negli anni Settanta c’era molta violenza diffusa in piazza, fino al parossismo del terrorismo rosso di Brigate Rosse e Prima Linea. Sebbene spesso farneticanti, c’erano, in quella generazione di giovani, ideali o ideologie che venivano indicati come l’orizzonte di certe azioni. Fosse pure la lotta allo stato imperialista delle multinazionali. Oggi non è chiaro quale sia l’ideale per cui battersi. Per cui anche gli atti di violenza e le proteste appaiono spesso non proporzionati. In certo senso meno accettabili. Il nichilismo pratico dei giovani è sconfortante. Nichilismo di cui il mondo degli adulti è responsabile culturalmente.
Rapper e Trapper cattivi maestri? I leader intellettuali della protesta finora manifestatisi paiono essere proprio loro. Le loro canzoni sono violente, inneggiano alla demolizione delle cose, allo stupro delle ragazze, alla devastazione, alla guerra alle forze dell’ordine. È questa la colonna sonora rivendicata dai giovani del saccheggio di Milano. Don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria a Milano, che questi giovani ama e accoglie e riporta alla vita, dandogli fiducia, nella comunità di Kayros, prova ad usare la loro passione musicale per il rap e il trap, proprio per permettere loro di fare qualcosa di grande e di buono. Di fare del bene attraversando il male. Ma questa è la genialità di un educatore cristiano.
La cultura della prestazione
Proprio nei giorni dei disordini papa Leone XIV, che chiede da tempo di praticare una «pace disarmata e disarmante» ad ognuno di noi, ha parlato dei giovani e della questione di fondo dell’educazione, ricevendo i partecipanti al Congresso sulla pastorale scolastica e universitaria. Ha ricordato a tutti che il male non vince. E che i giovani hanno anzitutto bisogno di essere amati.
Con queste parole: «Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare. Aiutate i giovani che incontrate ad essere protagonisti di un modo nuovo di abitare il mondo, costruttori di fraternità, di una società più giusta. Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso.
Gesù non ha scelto i Dodici perché erano coraggiosi; li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci. Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (Mc 10,49).
Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati».
Servono luoghi ma soprattutto persone che facciano una proposta di vita buona.