Il ritorno in Germania di Thomas Mann: le ferite di allora le ferite di oggi
Il grande romanziere torna a casa dopo l’esilio forzato per via delle persecuzioni razziali del regime nazista. Il film racconta le due Germanie del 1949, controverse, con macerie più simboliche che fisiche, attraverso un viaggio compiuto dall’autore dei Buddenbrook e sua figlia Erika. Pellicola di chiaro respiro europeo, girata in bianco e nero dal regista polacco Paweł Pawlikowski. Una visione che ci catapulta in un mondo non così lontano. Di sbiadito non vi è nulla. Laddove le questioni aperte a quel tempo rimangono tuttora materia vivissima. E assai interrogativa
30 ottobre 2026
Europa malandata
di Beppe Musicco
A differenza delle sue precedenti opere, Ida (su di una suora novizia che alla vigilia dei voti scopre le sue origini ebraiche) e Cold War (su due artisti separati dall’asfissiante controllo comunista), entrambi ambientati in gran parte nella natia Polonia, Fatherland di Paweł Pawlikowski, si svolge totalmente nella Germania (o meglio, nelle due Germanie) del 1949, e segue le vite di personaggi storici realmente esistiti. Non per questo il regista adotta un cambio di stile: come le opere precedenti, Fatherland è stato girato dal direttore della fotografia Łukasz Żal in un lucente bianco e nero e utilizzando il formato 4:3 dell’immagine, creando una sorta di galleria di personaggi storici in movimento.
Un allarmante status quo
Il film da subito introduce una dimensione emotiva inattesa, attraverso un umorismo ironico e amaro. Fin dalla prima scena, l’atmosfera straniante di Fatherland è inconfondibile: il figlio di Thomas Mann, Klaus (August Diehl), accasciato dopo una notte di ubriachezza ai piedi del letto dove giace la sua amante, mentre parla al telefono con la sorella Erika (Sandra Hüller), fuma e borbotta sull’ingiustizia della vita, parlando della divisione del suo paese come di dover scegliere tra “Stalin e Topolino”.
Questo approccio descrive il tono di Fatherland, in cui Erika accompagna suo padre, il gigante della letteratura e premio Nobel Thomas Mann (Hanns Zischler), in un viaggio attraverso la Germania nel 1949 per ricevere due premi, entrambi intitolati al padre della letteratura tedesca Wolfgang Goethe: uno a Weimar (nell’Est occupato dai Russi) e uno a Francoforte.
Fuggiti in America per sfuggire alle persecuzioni politiche dei nazisti, i Mann si trovano ora ad affrontare una Germania di un nuovo tempo, nuova e divisa. In Occidente lo status quo è presieduto da americani in preda alla paura del comunismo, con un agente della CIA (David Menkin) che pedina padre e figlia per la loro “sicurezza” e giornalisti che li bersagliano di insinuazioni su presunte simpatie comuniste. Nel frattempo, vecchi conoscenti che avevano venduto l’anima ai nazisti ostentano il loro reinserimento nell’alta società del dopoguerra: una cena memorabilmente imbarazzante vede Erika riunirsi con il suo ex marito collaborazionista, l’attore Gustaf Gründgens (Joachim Meyerhoff), mentre Thomas Mann viene sollecitato a dare il suo appoggio al festival organizzato dai nipoti di Richard Wagner, due stoccafissi dai capelli impomatati. «Lei è il wagneriano vivente più famoso», dice uno dei fratelli con tono lusinghiero, al che l’autore de I Buddenbrook precisa: «Dopo la morte di un certo Adolf Hitler».
Urgenza contemporanea
Se questa è l’atmosfera all’Ovest, la Germania dell’Est, stretta nella morsa dell’imperialismo sovietico, non rappresenta certo un luogo migliore.
Qui, Thomas ed Erika vengono accolti da inni comunisti intonati a squarciagola da bambini nelle strade gelide; altrove devono sopportare le pompose lezioni del responsabile della propaganda Sergei Ivanovich Tulpianov (Daniel Wagner) sulle “evidenti qualità marxiste-leniniste di Goethe…”, e scoprono che gli ossequiosi devoti di Stalin hanno riaperto l’ex campo di concentramento nazista di Buchenwald, per detenere i presunti nemici del regime.
Pawlikowski, il regista, con l’aiuto dell’interpretazione quasi comicamente dignitosa di Zischler, inquadra efficacemente il vecchio Mann come la figura dell’umanista liberale per eccellenza, intento a difendere i propri principi e a forgiare la propria immagine di tedesco in un contesto di tiranni imperialisti che si contendono il suo patrimonio culturale.
Le preoccupazioni per l’indipendenza, l’impegno civile e la diffidenza verso le visioni sempre più cupe del futuro (sia dell’America che della Russia) sono, ovviamente, temi attuali sia per la Germania che per la Polonia, conferendo a Fatherland un’urgenza contemporanea che lo distingue da altre opere del genere.
Per dare forma a questa vicenda drammatica, il film si affida a un espediente narrativo i cui risultati appaiono però contrastanti. Il viaggio in auto tra padre e figlia, con tutte le sue aride assurdità politiche, viene presto oscurato dall’improvvisa morte di Klaus, che rivela le profonde fratture nel suo rapporto con il padre e mette in discussione la purezza della figura del sedicente leader morale. In pratica, questo crea opportunità per la Hüller di recitare in modo sempre più angosciato di fronte allo stoico e pignolo padre, mentre discutono sul vero valore del viaggio, dei premi e dei discorsi di Mann in vista dell’imminente funerale del figlio.
L’apparente e spietato rifiuto di Thomas nei confronti del figlio scomparso («Non avrebbe dovuto fare questo a tua madre», parole pronunciate con voce gelida) lascia Erika sempre più angosciata e dubbiosa sia nei confronti del padre in carne e ossa, sia nei confronti dei valori che egli dichiara di rappresentare.
Vincolata dalla fedeltà a persone ed eventi reali, quella che potrebbe evolversi in una trama di tensione che porta a un finale rivelatorio, sceglie invece un altro percorso. Le questioni relative ai sentimenti di Thomas e al suo rapporto con la figlia trovano una soluzione pacata che non stonerebbe in una storia drammatica a sfondo familiare. La risoluzione è priva della disperazione filosofica cui i precedenti film di Pawlikowski ci avevano abituato, lasciando invece spazio a una tristezza di fondo che sembra trovare però un segno di speranza nella struggente scena finale accompagnata dalla musica di Bach.
Fatherland
Polonia 2026
di Paweł Pawlikowski, con Hanns Zischler, Sandra Hüller, August Diehl, Devid Striesow, Anna Madeley