Ilan Greilsammer: “Il primo obiettivo è rimuovere Netanyahu”
Il 27 ottobre il Paese torna alle urne. Una tornata elettorale molto attesa in tutto il mondo. In pratica si tratta di un referendum pro o contro il capo del governo. I sondaggi non danno vincente il blocco del cambiamento. “Per arrivarci servirebbero i partiti arabi che rappresentano il 21 per cento della popolazione. Ma su questo la maggior parte degli israeliani non concorda. Parla il docente di Scienza politica all’Università Bar-Ilan, distretto di Tel Aviv, che ha dedicato buona parte dei suoi studi al sionismo e al rapporto tra religione e Stato. “Qualunque governo venga dopo non potrà che essere migliore”
16 ottobre 2026
Israele al voto
Conversazione con Ilan Greilsammer a cura di Andrea Avveduto
“Netanyahu va rimosso. Ma per i palestinesi cambierà poco”. Meglio non illudersi, dunque. Il 27 ottobre Israele torna alle urne. È la prima volta dal 1988 che la Knesset arriva a fine mandato, e succede dopo tre anni segnati dalla guerra a Gaza, dal fronte libanese e dal conflitto con l’Iran. I sondaggi non indicano un vincitore. Il Likud di Benjamin Netanyahu e Yashar, la lista dell’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, si contendono il primo posto, e nessuno dei due blocchi sembra in grado di raggiungere i 61 seggi necessari per governare. Ilan Greilsammer, nato in Francia nel 1948, insegna Scienza politica all’Università Bar-Ilan e ha dedicato buona parte dei suoi studi al sionismo e al rapporto tra religione e Stato. Si colloca all’ala sinistra del fronte anti-Netanyahu, vicino ai Democratici. Ma non si fa molte aspettative su che cosa un cambio di governo significherebbe per i palestinesi. Anche perché “qui in Israele di ciò che accade dall’altra parte del muro importa poco”.
Professore, queste elezioni sono semplicemente un referendum su Netanyahu o c’è qualcosa di più profondo in gioco?
Oggi la popolazione ebraica è divisa in due, quasi a metà (mentre i cittadini arabi sono un discorso a parte). Una parte vuole liberarsi di Netanyahu e del suo governo, l’altra vuole che resti. Il punto non è tanto il 7 ottobre o la guerra a Gaza: agli israeliani interessa poco quello che accade nella Striscia. Interessa molto di più la riforma giudiziaria che Netanyahu voleva imporre prima dei massacri, o il fatto che gli ultraortodossi non servano nell’esercito mentre mancano soldati e il peso della riserva che ricade su tutti gli altri. Netanyahu governa da più tempo di qualunque altro primo ministro. Col tempo molti hanno cominciato a odiarlo, ma molti credono in lui quasi come gli stalinisti credevano in Stalin: può mentire, può fare cose terribili, e loro restano con lui. Il risultato è che, sondaggi alla mano, nessuno dei due schieramenti può formare un governo, e non escludo che si torni a votare una seconda o una terza volta.
Il voto degli haredim, gli ultraortodossi, può essere decisivo dopo la crisi sulla leva?
Gli ultraortodossi si interessano solo di sé stessi. Non si occupano del futuro dello Stato, della scuola o della sanità. Il loro obiettivo principale è conservare l’esenzione dal servizio militare per i giovani; il secondo è ottenere fondi pubblici. Si chiedono quale blocco possa garantire di più, e la risposta, in modo freddo e oggettivo, è Netanyahu. Non che lo amino, ma lui e i suoi alleati sionisti religiosi possono dare loro ciò che il fronte del cambiamento non può offrire. Bibi è disposto a concedere tutto pur di restare al potere e il fatto che stiano con lui è per ragioni molto contingenti.
Un discorso a parte merita il sionismo religioso, che da Smotrich a Ben-Gvir è arrivato nel cuore del governo. È una fase o un cambiamento strutturale dell’assetto politico?
Il sionismo religioso in realtà è una corrente antica, nata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando il mondo religioso si divise tra chi condannava il sionismo e i rabbini che sostenevano Herzl. Per decenni è stata una corrente moderata, alleata addirittura dei laburisti e di Ben Gurion. La svolta arriva con la Guerra dei sei giorni. La Cisgiordania, che in Israele si chiama Giudea e Samaria, è parte della terra biblica, e la conquista viene letta come un miracolo voluto da Dio. Cederne anche solo una parte diventa proibito, mentre costruire insediamenti è un dovere. Da allora la corrente si è spostata sempre più a destra, e oggi nel quadro israeliano si schiera con l’estrema destra. Per questo può allearsi solo con il Likud.
Se il governo cambia, cambierà qualcosa anche a Gaza e in Cisgiordania?
Qualcosa sì, ma non la svolta che molti all’estero si aspettano. Ci sono molti problemi oggettivi. Hamas non è scomparso, si sta rafforzando e governa la parte della Striscia non controllata da Israele. Nessun israeliano, nemmeno a sinistra, accetterebbe che resti lì come organizzazione militare. L’idea degli accordi promossi da Trump era proprio il suo disarmo, che non è avvenuto. Ritirarsi oggi significherebbe riconsegnare tutto a Hamas.
In cosa allora potremmo aspettarci un cambiamento?
Un nuovo governo potrebbe al massimo far entrare più cibo e qualche aiuto in più, ma non cambierebbe radicalmente la posizione. Nella coalizione di Netanyahu c’è chi vorrebbe tornare a costruire insediamenti a Gaza, e anche se il blocco del cambiamento non lo accetterebbe, stiamo parlando di una differenza marginale. Diverso sarebbe se Stati Uniti, Qatar e comunità internazionale costringessero Hamas a deporre le armi. Quanto alla Cisgiordania, il blocco del cambiamento probabilmente vieterebbe gli insediamenti illegali, ma nessuno – ad oggi – chiede che i coloni tornino in Israele.
Senza Netanyahu si potrebbe riaprire un dialogo con l’Autorità palestinese?
Rispetto a oggi ci sarebbero più tentativi di dialogo, ma senza esagerare: nel fronte anti-Netanyahu c’è anche Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman, chiaramente schierato a destra. I cambiamenti veri sarebbero altrove: lo stop alla riforma giudiziaria, per difendere la Corte suprema e gli organi di garanzia; la leva per i giovani ultraortodossi, su cui l’intero blocco è d’accordo. E la lotta alla criminalità nelle città arabe, dove le bande uccidono di continuo. Sui palestinesi non mi aspetto molto. Dopo il 7 ottobre sono tutti contrari a uno Stato palestinese.
L’isolamento internazionale di Israele peserà sul voto?
Non credo. La maggior parte degli israeliani pensa che il mondo sia comunque contro di loro: è ipocrita chi tace su Assad o sulla guerra in Ucraina condanna Israele. Molti vedono dietro queste condanne anche l’antisemitismo, e in parte è vero, basta leggere tra le righe di certe posizioni della France Insoumise di Mélenchon. Alla fine si conclude che bisogna conviverci. I voli per Roma e Milano sono sempre pieni, lo shekel, la valuta ufficiale israeliana, è forte. Quello che fa infuriare gli israeliani è altro: fare 100, 200, 300 giorni di riserva che non servono per una popolazione così numerosa, quando gli ultraortodossi non fanno nulla…
E ricevono ingenti fondi pubblici…
Enormi. Perché senza gli ultraortodossi Netanyahu non ha una maggioranza. È un tema centrale di queste elezioni. L’altro è il suo rifiuto di riconoscere qualsiasi responsabilità per il 7 ottobre. Eppure la responsabilità è sua: ha favorito Hamas, anche lasciando arrivare i soldi del Qatar, convinto che fosse un ostacolo all’Autorità palestinese e quindi alla nascita di uno Stato palestinese.
E dopo il 27 ottobre?
Il primo obiettivo è rimuovere Netanyahu. I suoi ministri contano poco, sono servitori. È lui ad avere un effetto velenoso e a corrompere la società israeliana. Qualunque governo venga dopo non potrà che essere migliore. Ma i sondaggi non danno al blocco del cambiamento i 61 seggi necessari, e per arrivarci servirebbero i partiti arabi. So che la maggior parte degli israeliani non la pensa come me, ma lo considero un bene. E io penso che se gli arabi sono il 21 per cento della popolazione, è giusto che stiano anche al governo, a cominciare dal partito più moderato. Altrimenti non cambierà mai nulla.
I cristiani d’Israele alle urne
Sono circa 185.000, poco meno del 2 per cento della popolazione. Quasi otto su dieci sono arabi e vivono soprattutto al Nord: Nazaret, Haifa, Nof HaGalil. Il loro peso elettorale è minimo, ma il voto cristiano dice molto della minoranza araba di cui fa parte. Per tradizione i cristiani votano la sinistra o le liste arabe, in particolare Hadash, il partito ebraico-arabo di origine comunista radicato a Nazaret. Il 27 ottobre Hadash corre con Ta’al e Balad in una Lista comune ridotta. Resta fuori Ra’am di Mansour Abbas, nato dal Movimento islamico: è l’unico partito arabo che punta a entrare in coalizione, ma è anche il più lontano dall’elettorato cristiano. Il nodo resta l’astensione. Un sondaggio del Moshe Dayan Center stima l’affluenza araba al 53 per cento, che salirebbe al 67 con una lista unica di tutti i partiti arabi. Una piccola parte dei cristiani, che si riconosce nell’identità aramaica, guarda invece ai partiti sionisti. Rimane un forte limite: gran parte del fronte anti-Netanyahu esclude di governare con i partiti arabi.