La grande politica / Il dialogo rivelatore fra Andreotti e Gorbačëv

L’invasione russa dell’Ucraina apre a scenari inquietanti. Rintracciare ragioni e scopi di quel che sta avvenendo è molto complicato. La lettura di un libro da poco uscito aiuta a mettere a fuoco passaggi fondamentali della Storia. E scoprire perché dopo la caduta del Muro di Berlino le speranze di convivenza e collaborazione si siano progressivamente affievolite


di Alessandro Banfi

Quando cadono le bombe, quando si susseguono le storie e i volti delle vittime civili, quando si accavallano immagini di morte e distruzione, come in questi giorni terribili di guerra, sembra impossibile ragionare, cercare di capire e provare a distinguere. Resta giustamente l’appello del Papa per la pace. E dev’essere chiaro e condiviso un giudizio netto sulla criminale invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin e dell’esercito russo. Non è una premessa scontata, è l’orizzonte necessario per ogni approfondimento. Allo stesso tempo va respinta la tentazione di spengere il cervello perché c’è la guerra, come se la logica bellicista investisse tutto, impedisse il farsi domande, censurasse il pensiero stesso, per non favorire il Nemico.

“Ogni guerra è ironica, perché ogni guerra è peggiore di quel che ci si aspettasse. Ogni guerra costituisce una situazione ironica perché i suoi strumenti sono melodrammaticamente sproporzionati ai suoi presunti scopi”. Le parole dell’inglese Paul Fussell, grande storico della Prima Guerra mondiale, sono perfette anche in questa occasione. Non a caso, la Grande Guerra è stata quella per cui gli storici meno sono riusciti a distinguere le responsabilità di chi l’aveva provocata. Per noi italiani Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu resta un grande punto di riferimento: il racconto del fervente interventista che al fronte scopre tutta l’insensatezza e la follia del conflitto, confrontandosi a distanza, dalle trincee, con i suoi coetanei austriaci.

Anche i “presunti scopi” della guerra voluta da Putin, per stare a Fussell, già non sono più comprensibili, a pochi giorni dall’inizio delle ostilità. La motivazione iniziale dell’intervento era legata alla richiesta dei separatisti del Donbass, delle Repubbliche autoproclamatesi indipendenti di Lugansk e Donetsk, ma Putin è andato subito oltre, puntando su tutta la nazione ucraina e sulla capitale, ponendosi l’ulteriore obiettivo della “denazificazione” del Paese (obiettivo quanto mai vago). È vero: prima dell’invasione sia Draghi che Macron, in diversi colloqui telefonici, avevano riconosciuto con Putin che Kiev non aveva mai applicato i punti principali dell’intesa raggiunta a Minsk, sotto l’egida di Francia e Germania, con i separatisti del Donbass. Ma Putin non ha mai più fatto cenno agli accordi (non rispettati) di Minsk. Anche perché anche la Federazione Russa li ha in parte disattesi.

È stato poi un articolo già preparato dall’agenzia Ria Novosti, pubblicato per errore da Mosca, a rivelare il vero “presunto scopo” di questa guerra. Il pezzo annuncia l’inizio di una nuova era: “L’Ucraina è tornata in Russia, l’epoca della diaspora del mondo russo sta volgendo al termine (…) La Russia sta ripristinando la sua unità”. Poi l’articolo più avanti dice esplicitamente: “La tragedia del 1991, questa terribile catastrofe nella nostra storia, la sua dislocazione innaturale, è stata superata. Con la decisione di non lasciare la soluzione della questione ucraina alle generazioni future, possiamo dire senza un minimo di esagerazione che Vladimir Putin si è messo sulle spalle una responsabilità enorme. (…) Il nostro problema era il complesso di essere una nazione divisa e umiliata, cominciato quando Madre Russia cominciò a perdere pezzi del suo territorio e poi venne obbligata a riconciliarsi con l’idea di essere divisa in due Stati e in due popoli. Adesso il problema non esiste più: l’Ucraina è ritornata a essere Russia. Questo non significa che le sue istituzioni verranno cancellate, ma saranno ricostruite e torneranno alla loro condizione originaria, essere parte del mondo russo”.

Le parole dell’articolo sulla vittoria russa rivelano molto: c’è tutta l’ideologia del pan-russismo e tutta la nostalgia dell’Impero sovietico. L’ideologia, appunto, del “Russkiy mir”, del mondo russo. La ferita aperta è quella della grandezza dell’Urss evaporata trenta anni fa, una ferita ancora dolorosa per il Cremlino. E tuttavia volendo cercare di capire le bombe e le atrocità della guerra, è giusto ritornare al punto della mancata integrazione fra la Russia e l’Europa. L’Occidente conserva il dovere del dibattito e dell’autocritica, sempre necessarie. La domanda che non si può eludere resta: si poteva immaginare un altro modello delle relazioni internazionali dopo la caduta del Muro di Berlino? È stato giusto mantenere e anzi accrescere il ruolo della Nato, un’alleanza militare che era stata concepita come scudo difensivo dall’aggressività bellica del Patto di Varsavia? Ha scritto Domenico Gallo sul Manifesto: “Dobbiamo interrogarci come è stato possibile che il clima di distensione, di smilitarizzazione e di pacificazione in Europa, introdotto da Gorbačëv con l’abbattimento del muro di Berlino, il ritiro delle truppe dell’Unione sovietica dall’Europa orientale e lo scioglimento del patto di Varsavia, sia stato rovesciato nel suo contrario”.

Molte cose sono state scritte in questi giorni, cercando di rispondere a questi inevitabili quesiti. La nostra rivista offre qui ora un altro contributo. Quello fornito recentemente da un’importante pubblicazione che contiene un eccezionale materiale storico e documentale di prima mano. Stiamo parlando del volume Andreotti e Gorbačëv. Lettere e documenti 1985-1991, a cura di Massimo Bucarelli e Silvio Pons uscito poche settimane fa per le Edizioni di Storia e Letteratura. La pubblicazione raccoglie diverse carte: la corrispondenza fra i due uomini politici, ma anche minute e brogliacci di dialoghi ed incontri, cablogrammi “riservati” e “riservatissimi”spediti dall’allora ambasciatore Sergio Romano da Mosca a Roma, verbali ufficiali di vertici, compresi quelli con gli allora ministri degli Esteri De Michelis e Shevardnaze. Un materiale molto interessante che giustamente i curatori hanno diviso in due grandi capitoli: La fine della Guerra fredda 1985-1989 (in questo periodo Giulio Andreotti è Ministro degli Esteri fino al luglio dell’89) e La crisi finale dell’Unione Sovietica 1989-1991 (in questa fase Andreotti è presidente del Consiglio).

I temi ricorrenti nell’intenso dibattito fra Andreotti e Gorbačëv si legano alle analisi di questi giorni: il futuro della Nato, il destino del Patto di Varsavia, l’assetto della Germania (ancora divisa fino al crollo del Muro) e delle stesse Repubbliche allora sovietiche, l’integrazione e lo scambio fra Europa e Russia. Come ha ricordato anche il professor Adriano dell’Asta in questi giorni, Michail Gorbačëv, ultimo segretario del PCUS, aveva una visione straordinariamente avanzata e che si basava anche sull’idea di una riconciliazione nazionale del popolo russo. Non a caso il termine glasnost veniva dagli intellettuali del dissenso sovietico. Giulio Andreotti scommetteva sulla bontà e sulla sincerità della perestroika, come riferisce già nel 1988 un messaggio “riservatissimo” scritto da Romano.

Sul tema della Nato, che appare oggi così centrale nella propaganda ma anche nelle riflessioni su questa guerra, ci sono molti spunti. Andreotti, durante la visita di Gorbačëv in Italia, dice esplicitamente che l’alleanza militare atlantica ha un carattere “esclusivamente di carattere difensivo”. Mentre gli allora ministri degli Esteri De Michelis e Shevardnaze discutono esplicitamente di quale debba essere il destino di una Germania riunificata, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino. Spunta l’idea di una possibile zona “neutrale” fra Est ed Ovest. E l’aspirazione ad un progressivo disarmo nucleare, bilaterale e concordato.

La fotografia che le carte di trent’anni fa ci restituiscono è di una grande speranza e di una visione comune fra Andreotti e Gorbačëv, che però non prevarrà nelle vicende storiche. E anzi in qualche modo finirà per segnare la fine della parabola politica di entrambi i protagonisti: la caduta del Muro non porterà allo scioglimento della Nato, contestuale alla fine del Patto di Varsavia. Non si arriverà alla tanto asupicata integrazione fra Europa e Russia, che allora sembrava finalmente a portata di mano. Vincerà invece nella storia reale un’altra linea sia in Occidente (riconducibile al saggio sulla “fine della storia” dello studioso americano Francis Fukuyama) sia nella Russia di Eltsin e poi di Putin.

Due nota bene, lasciando a storici e studiosi di approfondire i tanti elementi d’interesse. Al “sogno” comune di Andreotti e Gorbačëv non è estraneo l’interesse del Vaticano e anche quello personale di Giovanni Paolo II. Non solo per la visione dell’Europa dopo l’89 ma anche nella più complessiva valutazione dell’ordine mondiale, come emerge dal dibattito sulla prima Guerra del Golfo, successiva all’invasione del Kuwait (1990-1991). Seconda considerazione: Andreotti nel suo dialogo con Gorbačëv sottolinea più volte l’importanza politica dell’Europa e del suo sviluppo, mentre tende a mettere sempre in secondo piano l’alleanza militare della Nato.

Ci vorrà tempo per capire se la Russia potrà mai tornare alle intuizioni di Gorbačëv e l’Europa ritrovare davvero quello spirito andreottiano di integrazione e inclusività, che è stato tanto negato nell’ultimo periodo dalla politica dei muri e dei fili spinati.

Un’ultima osservazione su questi giorni: il nostro cuore è comunque dalla parte degli ultimi e dei deboli. Al di là di ogni osservgazione di geopolitica, la nostra ragione «internazionale» sta in questo momento con i civili ucraini che subiscono un’invasione terribile e violenta. E con quelli russi che manifestano per la pace, contro la guerra.


Immagini (in ordine di apparizione):
Kohl, Gorbachev, Shevardnadze, Gensher (DDR) riuniti
Inizio della invasione della Russia in Ucraina
Lenin e Stalin
Gorbachev e Andreotti
Bush e Gorbachev – Malta-Summit,1989
Gorbachev con san Giovanni Paolo II
Conferenza-di Yalta – Churcill, Eisenhower, Stalin
Putin e Papa Francesco