L’amore, mai compiuto del tutto
È un esercizio inutile, dannoso, fuorviante andare alla ricerca di definizione efficaci su cosa è veramente amore. Così ci si perde e si perde la bellezza della relazione amorosa. Che è una forma di rapporto che dà il giusto spazio alla distanza. Presenti certi uno all’altra, ma in un percorso quotidiano di costruzione dove si lavora per liberarsi dalla tentazione di mettere in piedi progetti che chiudono anziché aprire alla novità di una condivisione che non è possesso. Una condivisione che non è distruzione. Perché come potrei definirmi un giardiniere se, nel momento in cui i fiori non sbocciassero secondo i miei tempi e secondo i miei canoni, distruggessi l’intero prato?
16 ottobre 2026
Il giardiniere e il fiore
di Lorenzo Buggio
Sempre più spesso siamo convinti che l’amore, persino davanti a una parola così semplice, richiami qualcosa di distruttivo: un annichilimento del tutto, una perdita dei confini, quasi che l’amore puro, proprio perché assoluto, possa essere soltanto distruttivo. Ma non è così, o almeno non può esserlo del tutto. L’amore vive nella nascita e nella creazione e, se è davvero una forma dell’amore, è rivolto alla costruzione.
Rimanere presenti
La cronaca, purtroppo, ci mostra invece che cosa significhi l’amore per molte persone: un luogo simbolico in cui tutto si distrugge, tutto diventa mancante e nulla sembra più avere una forma. Quando, ipoteticamente, quell’amore finisce, sembra allora necessario distruggere anche tutto ciò che gli sta intorno. È certamente un sentimento travolgente, ma rimane chiuso in sé stesso, fine a sé stesso, e non porta con sé altro che sofferenza.
Come potrei definirmi un giardiniere se, nel momento in cui i fiori non sbocciassero secondo i miei tempi e secondo i miei canoni, distruggessi l’intero prato? Il giardiniere sa perfettamente che molte cose non sono nelle sue mani e che la crescita non può essere comandata. Eppure, rimane il custode di una bellezza che forse vedrà soltanto più tardi: annaffia la terra, se ne prende cura, la protegge dai “cacciatori” e procede un passo dopo l’altro, fino a quando qualcosa fiorisce. Non pretende di ordinare alla primavera quando arrivare, perché sa che prendersi cura non significa possedere il risultato, ma rimanere presenti mentre qualcosa cerca la propria forma.
In questo senso, mi sembra ancora significativa la frase di Antoine de Saint-Exupéry secondo cui «amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione», anche se forse persino questa immagine deve essere accolta con cautela. Non sempre amare significa guardare nella stessa direzione. A volte significa accettare che l’altro guardi altrove, che abbia un desiderio diverso dal nostro e che non possa essere ricondotto alla forma che vorremmo imporgli. L’amore non è la cancellazione della distanza, ma il modo in cui si abita quella distanza senza trasformarla immediatamente in una colpa.
Il punto di incontro
Distruggere ciò che si vorrebbe curare è una contraddizione. La rabbia esiste, così come esistono la paura, l’impazienza e il desiderio di trattenere ciò che sentiamo allontanarsi; ma una cosa la sto imparando piano piano, mentre cresco: la bellezza sta anche nel sapere che qualcosa può essere costruito senza essere completamente nelle mani di qualcuno. Può essere una traccia, un segmento, un frammento, qualcosa che, ancora prima di nascere, non appartiene più interamente a nessuno.
Una relazione non è infatti un oggetto che una persona possa progettare e controllare da sola. Esiste soltanto nel punto d’incontro tra due persone che decidono liberamente di generarla. È per questo che mi torna in mente la celebre frase di Lacan, secondo cui «amare è dare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole». È una frase provocatoria, ma proprio per questo riesce a toccare qualcosa di essenziale: ci mette davanti alla domanda che spesso dimentichiamo, cioè come si possa definire perfettamente l’amore e come si possa descrivere fino in fondo qualcosa che continua a sfuggire a ogni descrizione. Non si può.
La distanza che libera
Quando pensiamo di aver nominato l’amore in modo definitivo, forse stiamo nominando soltanto ciò che per noi è giusto, desiderabile o rassicurante. L’amore, invece, esula da questo punto: non può essere chiuso completamente in una formula, perché porta con sé una mancanza, un vuoto, qualcosa che non si lascia possedere. Dire «io non voglio il tuo amore» può allora significare anche: «Non voglio che tu possa definirmelo, darmelo già completo, già concluso, già perfetto». Desidero che sia qualcosa che cresca, un pezzetto alla volta.
Tu non possiederai mai completamente quel pezzetto, anche se vorrai darmelo, perché esso esiste soltanto nell’unione di due persone che decidono liberamente di generarlo. L’amore, quindi, non è la fusione totale tra due persone, non è la cancellazione dell’uno nell’altra e nemmeno la pretesa di diventare il centro assoluto della vita altrui. È piuttosto un legame che conserva una distanza, una parte che rimane irriducibile e che proprio per questo permette al desiderio di continuare.
Forse è in questa direzione che si può comprendere anche la riflessione di Rilke, quando scrive che l’amore è «due solitudini che si proteggono, si toccano, si salutano». La frase non descrive un amore pacificato o privo di conflitti, ma un rapporto capace di riconoscere la solitudine dell’altro senza volerla cancellare. Proteggere, toccare e salutare significano infatti restare vicini senza appropriarsi completamente, riconoscendo che l’altro rimane altro e che proprio questa alterità rende possibile un incontro.
Per te, allora, non ucciderei. Al contrario, per te amerei. Comprenderei la bellezza del mondo, respirerei e costruirei nuove albe e nuovi orizzonti. Non cercherei di costringere il fiore a sbocciare secondo il mio tempo, ma proverei a diventare il giardiniere di qualcosa che non posso possedere.
Perché amare davvero non significa distruggere ciò che si vorrebbe trattenere. Significa avere la forza di accompagnarlo mentre cresce, anche quando non sappiamo ancora quale forma prenderà.