di Olivier Rey
Società Editrice Fiorentina/Gallimard
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http://www.sefeditrice.it/catalogo/lidolatria-della-vita/4306

Il saggio è apparso in Francia a luglio 2020, pubblicato da Gallimard, nella collana fondata e diretta da Antoine Gallimard e Alban Cerisier. La Redazione del CMC lo ha letto e deciso di tradurre per la sua originalità e per avere un confronto con un Paese europeo, la Francia, nelle sue diversità ma anche in alcune similitudini.

Tra i diversi interventi che hanno cercato di comprendere e far emergere le domande autentiche che l’esperienza locale e globale della pandemia ha ingenerato nell’esperienza del nostro quotidiano e del pensiero, questa riflessione è davvero originale, intensa e provocante. Il saggio presenta la novità di mettere in luce come si sono espresse le relazioni tra la persona, il governo, la società, svelando il cortocircuito tra mali e cause, mettendo a nudo quali sono le nostre concezioni della vita, del corpo, del tempo, svelando, in relazione alla storia, sia francese che comune del recente passato, come esse sono mutate nel loro senso e bisogno. Un traccia preziosa per cogliere (e decidere) quale strada prendere per vivere il presente e impostare il nostro futuro.

di Olivier Rey, testo tratto dal libro

(…) “La modernità è stata descritta come un passaggio dall’eteronomia all’autonomia, un’emancipazione degli uomini di fronte a tutte le istanze che avevano un autorità sulle loro azioni (religione, natura, tradizione). Una libertà piena e intera reclamava tutto questo.

A distanza di tempo, è lecito domandarsi se il rifiuto di ogni trascendenza (del quale Hans Jonas ha detto che è forse stato «l’errore più colossale della storia»16) abbia permesso che la promessa sia stata compiuta e non abbia portato con sé potenti germi di schiavitù. Nel momento stesso in cui obbliga, la trascendenza libera gli schiavi. Essa lega, ma anche slega. A un certo punto, alcuni «principi» hanno potuto stare in piedi da soli. Ma, progressivamente, lasciati a se stessi, si sono deformati. Siamo entrati nel mondo dei «valori».

Quando i soggetti parlano con gravità dei loro valori, credono di accordare la più grande importanza a quello che designano con questo termine mentre, qualsiasi cosa ne dicano, è a loro stessi che torna la supremazia, poiché un valore ha valore solo a causa del soggetto che glielo riconosce. Lo Zarathustra di Nietzsche ne era pienamente cosciente: «Di tutte le cose alle quali si accorda valore (geschtäzten Dinge) è la valutazione stessa che costituisce il valore supremo (Schatz und Kleinod)».

Rémi Brague commenta: «I “valori” sono anche colpiti da una debolezza intrinseca, poiché porli come tali, vuol dire riconoscere al tempo stesso che non possono sussistere da se stessi. Nulla di stupefacente dunque nel fatto che si parla tanto di “difendere i valori”: essi sono troppo deboli per farlo da soli, a maggior ragione per difendere noi che li poniamo». Poiché il soggetto che pone i valori vale più dei valori che pone, nessun valore vale, in quanto tale, da potergli sacrificare la vita, se le circostanze lo richiedessero. Invece del superuomo creatore di valori che Zarathustra chiamava all’esistenza, si ottiene piuttosto Bardamu di Céline che concludeva: «Non c’è che la vita che conta».

Da una parte, l’individuo si vede moralmente emancipato da tutto ciò che la sua vita poteva esigere da lui. Dall’altra e simultaneamente, si trova sempre più disposto a essere sottomesso alle potenze che proteggono la suddetta vita. Eccoci di nuovo alla situazione descritta da Hobbes, nella quale l’individuo accetta di sottomettersi al potere assoluto del Leviatano in cambio della protezione che dovrebbe assicurargli contro la morte.” (…)