Ma la realtà esiste? Dialogo in classe a partire da una poesia di Montale
Partire dai versi scritti da un grande poeta per entrare dentro la questione decisiva della nostra esistenza: la realtà ha un senso? E, nel caso, si può trovarlo? Montale di fatto dice: se la realtà non mostra il suo senso, se il mistero delle cose non si lascia conoscere è perché la realtà non esiste. In sintesi estrema: non potendo negare la necessità di una risposta, si nega l’esistenza della domanda. E così la classe va in vacanza portandosi dentro qualcosa di una conversazione “sensata”
17 luglio 2026
Forse un mattino…
di Paolo Covassi
“Ragazzi buongiorno. La volta scorsa, al termine della lezione, una vostra compagna mi ha chiesto se Montale l’avesse poi trovato ‘lo sbaglio di natura’ o ‘l’anello che non tiene’. Ricordate?”
Silenzio.
Qualche mugugno da cui capisco che la vera domanda è “ma chi è che va a chiedere ‘ste cose al prof” poi Martina, quasi auto denunciandosi, risponde: “Sì sì, io mi ricordo…”
“Va bene, breve riepilogo… Montale nelle sue poesie degli Ossi di Seppia cerca, spera di trovare un punto della realtà che gli sveli il senso, il mistero, ciò che sta ‘dietro’ pur affermando, contemporaneamente, che la risposta sia impossibile. Lo trova questo ‘varco’? Tutta la poesia di Montale, soprattutto in questa prima raccolta, si gioca proprio in questo paradosso: parto dalla convinzione che il mistero della vita e della realtà non possa essere svelato ma, allo stesso tempo, mi accorgo che non posso fare a meno di cercarlo.
Comunque, la risposta alla domanda di Martina è: no. Non lo trova, anzi, arriva alle conseguenze più estreme del suo ragionamento, perché non parte da una ipotesi positiva, cioè che la realtà abbia un senso e che possa essere trovato… Si capisce?
Vi leggo una poesia (espressioni di giubilo ed entusiasmo in classe) così capiamo.
Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida,
rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Il dubbio sistematico
Andiamo subito al punto. Montale di fatto dice: se la realtà non mostra il suo senso, se il mistero delle cose non si lascia conoscere è perché la realtà non esiste.
In sintesi estrema, potremmo dire che non potendo negare la necessità di una risposta, si nega l’esistenza della domanda. È come se voi vedeste passare per strada una ragazza bellissima (o un ragazzo, a seconda) ma immediatamente escludeste la possibilità di conoscerla, di starci insieme. È impossibile, vi ripetete continuamente, lo desiderate ma intanto negate questa possibilità al punto da arrivare a dire che, forse, quella ragazza nemmeno esiste, che è frutto di un sogno o di un inganno.
Non a caso la poesia inizia con questa parola: forse. È il dubbio sistematico, che è una cosa molto diversa dalla domanda! Malgrado questo forse iniziale, però, tutta la poesia è scritta con i verbi all’indicativo, che è il modo della realtà e della certezza. Non dice ‘Forse potrei vedere’ ma vedrò. Tanto che la percezione che si ha leggendo è che ci racconti qualcosa che è accaduto; invece tutto si svolge in un futuro ipotetico ma che, nella visione ridotta del poeta, diventa certezza. E che cosa vede? Compiersi un miracolo. Ora, noi siamo abituati ad attribuire alla parola ‘miracolo’ un’accezione positiva: una guarigione inaspettata per esempio.
“Un sei in inglese!”
“Anche, esatto. Nessuno direbbe ‘oggi piove e miracolosamente ho dimenticato l’ombrello!’ o ‘ho studiato un sacco e miracolosamente ho preso quattro!’.
Eppure, il miracolo visto da Montale è così, o meglio, la parola miracolo indica semplicemente qualcosa di straordinario, fuori dalla norma, contrario alle leggi di natura. Ma non porta con sé nulla di positivo: quello che vede (o meglio, che pensa un giorno, forse, potrebbe vedere) è lo svelarsi della realtà e, cioè, che non esiste. Il nulla, il vuoto. Perché sarebbe un miracolo? Perché finalmente avrebbe la sua risposta: la realtà non ha senso perché neppure esiste. Ma è una risposta che non risponde (scusate il gioco di parole), infatti ciò che provoca è un ‘terrore di ubriaco’. Proviamo a immedesimarci, come se quello che racconta accadesse davvero: il poeta cammina, si volta, si trova di fronte la verità dell’esistenza e barcolla, senza parole e con la faccia stravolta dal terrore. Può davvero la verità scatenare queste reazioni, avere queste conseguenze? È disumano. Proviamo a tornare al nostro esempio: vedete una ragazza meravigliosa, proseguite chiedendovi come avvicinarla e, appena vi voltate, vi accorgete che non c’è, non è mai esistita. È una cosa che vi farebbe impazzire, appunto: un terrore di ubriaco.
Eludere la domanda
Ma è un attimo, siete ancora lì che vacillate per quello che avete visto (o meglio, non visto) e subito la realtà torna ‘per l’inganno consueto’. Dà per scontato che tutto è inganno, sogno (incubo). Non prende neanche in considerazione che l’inganno sia stato quell’attimo di vuoto che gli è apparso di fronte, perché a volte eludere la domanda è più facile che continuare a cercare una risposta.
Che in questo caso è una risposta talmente poco credibile che resta un segreto da non dire, una ‘verità’ per pochi eletti, per quei pochi uomini (i poeti?) che si voltano. Ma che senso ha afferrare un pezzo di verità e poi nasconderlo come un segreto? Si può percepire, intuire, scoprire qualcosa sul senso della vita e poi tacerlo? Forse, non ci crede fino in fondo neanche lui, per questo ‘se ne va zitto’.
Montale qui è “disumano”, nel senso che va evidentemente contro a ciò che maggiormente contraddistingue l’uomo: la necessità di un senso.
Silenzio. Non si capisce se dettato dal sonno o dal contenuto della lezione, quando dal fondo un timido: “Quindi?”
Quindi la posizione di Montale è teoria, pensiero astratto, la realtà è un’altra cosa e se continuiamo a cercare un senso è perché sappiamo, o anche solo intuiamo che è possibile incontrarlo. La realtà è mistero, è vero, ma il mistero non è qualcosa che non puoi conoscere ma, come dice Sant’Agostino qualcosa che non finisci mai di conoscere.
Cosa genera il vuoto
Montale forse se ne accorge per differenza, quando la sua amata moglie viene a mancare. Mi spiace, ma vi tocca un’altra poesia.
Immaginate questa scena: Montale abitava in via Brera, in centro a Milano, immaginate un vecchio palazzo con quelle scalinate ampie, di marmo, con il corrimano di legno. Lui arriva sul pianerottolo in cima alle scale, si ferma, guarda a quel gesto semplice e quotidiano e pensa: Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale.
Sente una mancanza che non è più illusione ma assenza. Il vuoto non genera terrore ma ricordi, nostalgia, perfino dolore ma non può più negare la realtà, non può più affermare di essere l’unico testimone di un “miracolo” che taglia fuori la realtà: vorrebbe dire negare la donna amata. che riconosce essere stata la sua salvezza, colei che sapeva guardare la realtà lealmente, senza bisogno di negare nulla.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Più di quarant’anni dopo il tema della realtà e del senso, della verità, ritornano: “gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede”. La presenza della donna amata al suo fianco, e ora la sua assenza (ma la memoria resta!) rendono possibile guardare il mistero del mondo senza bisogno di cancellare nulla.