9 / 02 / 2021 – ilSussidiario.net – Cecilia Puccio

Nonostante le difficoltà, i malati mentali non sono stati abbandonati nei momenti più difficili della pandemia. L’esperienza della Fondazione As.Fra
Tra le tante patologie che la pandemia di Covid ha obbligatoriamente posto in secondo piano (cardiologia e oncologia tra le altre) quella probabilmente più dimenticata di tutte è stata la malattia mentale, probabilmente perché occupava già l’ultimo scalino dell’interesse sanitario anche prima della diffusione del virus. Se non fosse infatti per tante Onlus e strutture private che si sono attivate solo negli ultimi anni, convenzionate con le Regioni, che si sono prese cura di loro, sarebbero migliaia le persone abbandonate per strada o a carico delle famiglie: quasi ogni giorno leggiamo fatti di cronaca dove un figlio con problemi mentali uccide i genitori o viceversa. Un dramma nel dramma. Non si tiene conto infatti che, come dicono studi scientifici internazionali, la depressione e il disagio mentale sono una emergenza destinata a diventare quella primaria al mondo.

Una di queste realtà che offre accoglienza, cura e riabilitazione è la Fondazione As.Fra di Vedano al Lambro, dove è responsabile Cecilia Puccio, tecnico della riabilitazione psichiatrica, da noi intervistata: “Durante la prima fese i centri come i nostri sono stati obbligati alla chiusura, ci siamo attivati per non lasciare nella solitudine quei pazienti che non hanno legami familiari andando a salutarli sotto casa, portando loro dei pranzi caldi, facendo videochiamate. E’ stato commovente, perché non si aspettavano che la chiusura del centro di accoglienza significasse che il rapporto con gli operatori potesse continuare”.

Il vostro è un centro di accoglienza diurno, significa che i pazienti alla sera tornano a casa a dormire, è così?

Sì, stanno con noi dalle 8 fino alle 16 e 30. A parte una ragazza di 25 anni, sono tutti pazienti che vanno dai trenta fino anche ai settant’anni.

Come è stato l’impatto nella prima fase? Centri analoghi al vostro, quelli dove i pazienti dormono anche, hanno dovuto sbarrare le porte e tenere tutti i pazienti “rinchiusi” per mesi, una sofferenza per molti di loro. È stato così?

Durante la prima fase abbiamo dovuto chiudere e non ricevere più nessun paziente. Abbiamo persone di varie patologie, ad esempio alcune hanno una rete sociale, familiare, abbastanza solida per cui si è potuto rimediare grazie a loro. Altre persone si sono trovate completamente da sole, perché oltre a noi non hanno nessuno.

Come vi siete rapportati con loro?

Per non lasciarli del tutto soli ci siamo un po’ rimodulati.

In che modo?

Ci siamo attivati con l’assistenza da remoto, la teleriabilitazione con videochiamate, in alcuni casi portavamo il pasto a casa. Nella prima fase c’era il problema che non avevamo dispositivi di sicurezza a sufficienza per cui suonavamo alla porta e lasciavamo il vassoio davanti al portone. Ci si salutava dal balcone, ci scambiavamo qualche parola, cosa che li confortava molto nella loro solitudine.

Si è riusciti a superare il disagio della solitudine imposta?

Sì, molte volte ci è capitato di commuoverci davanti a persone che dopo una videochiamata ci ringraziavano profondamente, non se lo aspettavano. Tutta l’équipe si è attivata per non lasciarli soli e non si sono sentiti soli. Qualcuno tra i più anziani non aveva computer, li chiamavamo solo per telefono oppure andavamo a salutarli sotto casa. Abbiamo cercato di fare tutto il possibile perché non si sentissero abbandonati.

Hanno capito cosa sta succedendo, quale sia la gravità della pandemia?

All’inizio sì, erano un po’ spaventati dalla novità del problema. Adesso sono un po’ stanchi, qualcuno si lamenta perché non possono riprendere a fare le uscite o a fare i gruppi di lavoro, c’è un po’ di stanchezza.

Il centro ha comunque riaperto?

Sì, è aperto alla nostra massima capienza disponibile, 27 persone. Abbiamo dovuto inventare nuovi spazi, nuove attività, attenendoci alla distanza di sicurezza. Facciamo tante attività all’interno grazie alla struttura che ce lo permette, qualche passeggiata al sabato al parco grazie alla zona gialla.

Nonostante la fatica della situazione potete dire che è stata una esperienza positiva?

L’esperienza è positiva, qualcuno è riuscito a capire, a fare dei passi avanti, a comprendere determinate regole sociali a prescindere dalla pandemia, dal punto di vista riabilitavo. Altri fanno fatica: ad esempio, spiegar loro che non devono salutarsi con la stretta di mano o rinunciare a giocare a carte, sembra banale, ma per loro non lo è.

Tornando a casa alla sera, non c’è il rischio della diffusione del virus?

A noi non è successo fortunatamente, solo un caso di un paziente la cui madre aveva un po’ di febbre ci ha fatto allarmare. Grazie al nostro medico, che ci ha messo a disposizione dei tamponi rapidi, abbiamo appurato che non era nulla di grave. E monitoriamo continuamente la situazione.

(Paolo Vites)