6 aprile 2021 ore 21.00
in Streaming su Canale YouTube e Facebook
e qui sul sito www.centroulturaledimilano.it

in collaborazione con

 

intervengono
Francesco M. Cataluccio, scrittore e saggista
Krystyna Jaworski, Università di Torino
Jaroslaw Mikolajewski, poeta, italianista

coordina
Luca Fiore, giornalista

con contributi di

Guadalupe Arbona Abascal, Università Complutense di Madrid
Marco Bruno, curatore, traduttore del libro Guarire dal silenzio
Monika Bulaj, fotografa e giornalista
Maurizio Cucchi, poeta e scrittore
Rossella Pretto, traduttrice e poeta
Davide Rondoni, poeta e scrittore
Ugo Rufino, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Cracovia
Gian Mario Villalta, poeta e scrittore

 

 

Un omaggio al poeta polacco Adam Zagajewski, scomparso a Cracovia, la sua città adottiva, il 21 marzo
scorso, giornata mondiale della poesia. Era atteso al Centro Culturale di Milano in giugno per una
conferenza insieme all’Istituto Polacco di Roma.
Il mensile Tracce lo aveva intervistato lo scorso gennaio 2021 rlasciata a Luca Fiore che coordinerà l’omaggio del 6 aprile 2021 alle ore 21:00

L’11 aprile 2021 a Cracovia si terrà una Santa Messa per il poeta.
Voce che impressionava per la sua verità, intima alle cose, al mondo dell’umano e del reale, un canto dal piccolo al grande, a cui tutto il mondo della scrittura, della poesia e della cultura si sente legato per la forza della sua testimonianza. Uomo legato ad una dimensione di origine e nello stesso tempo senza patria, nato nel 1945 a Leopoli in Polonia, proprio nell’anno in cui diventa Ucraina, a solo 4 mesi emigra a Gliwice, in Slesia (un tempo tedesca).
“Nel saggio “Due città” Zagajewski fece lucidamente i conti con il mito polacco di Leopoli, città perduta, sacrificata sull’altare delle leggi della geopolitica, e salvata nella memoria” (Morte di un poeta errante: Adam Zagajewski di Francesco M. Cataluccio, pubblicato su “il Foglio”; 23/III/2021).
Partecipante ai movimenti di opposizione al regime comunista polacco, richiamando il compito della poesia come lo stesso del senso dell’umano e del vero, costretto all’esilio, vivendo in Francia e negli Stati Uniti. Nel solco della poesia di C. Milosz (ospite al CMC nel 1987) aveva intrecciato un rapporto di amicizia e un dialogo fecondo con alcuni grandi poeti erranti come Brodskij e Walcott.
Dal 2003 era tornato a vivere a Cracovia (con annuali soggiorni di insegnamento all’University of Chicago). Negli Stati Uniti gli era stato conferito, nel 2004, il prestigioso premio letterario Neustadt International Prize for Literature.

Morte di un poeta errante: Adam Zagajewski di Francesco M. Cataluccio, pubblicato su “il Foglio”; 23/3/2021
Domenica pomeriggio 21 marzo è morto a Cracovia, a causa di un tumore, Adam Zagajewski: il migliore poeta polacco vivente e uno dei più interessanti sulla scena internazionale. Per lui la poesia era una forza di rinnovamento, un’energia spirituale. Uomo timido e schivo, scriveva versi nello sforzo continuo per far sì di “non lasciare che il momento luminoso si dissolva”. Era nato nel 1945 in una città polacca, Leopoli, che proprio da quell’anno entrò a far parte ufficialmente dell’Ucraina. Aveva quattro mesi quando la sua famiglia emigrò a Gliwice, in Slesia (un tempo tedesca). Nel saggio “Due città”; Zagajewski fece lucidamente i conti con il mito polacco di Leopoli, città perduta, sacrificata sull’altare delle leggi della geopolitica, e salvata nella memoria.
Zagajewski apparteneva a quella generazione di poeti che hanno vissuto tutte le tappe del sistema socialista realizzato goffamente, e talvolta tragicamente, in Polonia, e si sono avvicinati alla politica durante i moti studenteschi del sessantotto (aveva fatto l’università a Cracovia, divenuta la sua città) e gli scioperi degli operai di Danzica e Stettino del 1970, repressi nel sangue.
Esponente di primo piano della corrente letteraria “Nowa Fala” (La nuova ondata), della quale esiste in italiano un’antologia curata da Giorgio Origlia (Guanda, 1981), fu autore, nel 1974, assieme a Julian Kornhauser, di un manifesto che rimproverava molti dei poeti più anziani di non rappresentare le contraddizioni della realtà polacca, e rifugiarsi in privatissime odi a farfalle e all’ascolto dei propri strazi del cuore. Il disimpegno allora faceva comodo al potere che, passata la “fase eroica dello stalinismo”, lo incoraggiava, spacciandolo per libertà.
Questo atteggiamento, e l’appoggio seppur critico ai movimenti dell’opposizione, costò a Zagajewski, dopo un periodo passato a Berlino, un lungo esilio in Francia, trasformandolo in un convinto europeo critico:

“Rispetto al passato l’Europa è migliore, più democratica, più giusta, ma sono andate disperse alcune delle nostre energie estreme. La religione, per esempio. Lo dico da poeta che non si sente un cattolico istituzionale. Il nostro continente si è ridotto spiritualmente. Rischiamo di perdere la nostra tradizione. Ma il mio non è un lamento, piuttosto è una sfida”. Gran parte dell’opera poetica di Zagajewski è caratterizzata da un senso di spaesamento e disappartenenza che la malvagità umana e storica ha imposto alla vita indifferente delle cose e degli oggetti (Dalla vita degli oggetti), rendendo l’uomo e il poeta, straniero nelle città straniere (Nelle città straniere), viandante e migratore in cerca di una verità che coincida con l’identità.

(Il viandante) e con il segreto di un Io che

“E’ piccolo e invisibile come i grilli
ad agosto. […] Abita tra
blocchi di granito, in mezzo a verità
utili.
Eterno fuggiasco […] è solitario, così diffidente da non
ricevere nessuno, me compreso”.

Col tempo, e i soggiorni all’estero, lo stile della sua poesia si era raffinato, i temi trattati si eran fatti più universali. L’impegno politico si era rarefatto, anche perché il suo sguardo si era rivolto all’animo umano: più attento e sensibile alla cultura (soprattutto alla musica e alla pittura) che alla società. Fuori dal proprio paese Zagajewski aveva avuto modo di intrecciare un rapporto di amicizia e un dialogo fecondo con alcuni grandi poeti erranti come Brodskij e Walcott. Ma dal 2003 era tornato a vivere a Cracovia (con annuali soggiorni di insegnamento all’University of Chicago). Negli Stati Uniti gli era stato conferito, nel 2004, il prestigioso premio letterario Neustadt International Prize for Literature.
Come amava ripetere, Zagajewski era diventato un poeta fisicamente e mentalmente errante:
“[…] scrivo viaggiando – perché volevo vedere,
e non solo sapere – vedere chiaramente
incendi e scorci di quell’unico mondo.”

Un poeta come Zagajewski intratteneva col reale un rapporto inevitabilmente sbilanciato a favore della dimensione simbolica e destinato a risolversi fatalmente nei termini di un’asimmetria (Asimmetria si intitola la sua raccolta forse più matura, pubblicata nel 2014). I suoi saggi, scritti molto bene, non erano profondi come la sua poesia. Su Léautaud, che definiva “grafomane”, aveva scritto: “Era un autodidatta.
Non che questo significhi molto, visto che in letteratura, in fondo, sono tutti autodidatti”. In Tre storie, dove si interrogava del perché non esista una Storia del dolore, aveva accennato ad Auschwitz: “Neanche gli storici dell’arte si occupano di Auschwitz. Fango, baracche, cielo basso. Nebbia e quattro pioppi smilzi.
Orfeo non va a passeggio da quelle parti. Non è lì che si annega Ofelia”. Di Zagajewski era recentemente uscita in italiano, nella bella traduzione di Marco Bruno, la più completa antologia delle sue poesie: Guarire dal silenzio (Mondadori, 2020). Precedentemente erano state pubblicate: Dalla vita degli oggetti (Adelphi, 2012) e Prova a cantare il mondo storpiato (interlinea, 2019). Aveva visto anche pubblicato una pregevole, e per molti versi ancora attuale, “introduzione” al suo paese (Polonia: uno stato all’ombra dell’Unione sovietica, Marietti, 1982) e un volume di saggi: Tradimento (Adelphi 2007). La rivista “Poesia” (n. 183, maggio 2004) gli aveva dedicato la copertina e una lunga intervista di Paola Malavasi.

Adam Zagajewski
QUEL GIORNO

Quel giorno in cui giunge la notizia
che è morto qualcuno di vicino, un vero amico, oppure
qualcuno
che non conoscevamo, ma soltanto ammiravamo
da lontano
il primo istante, le prime ore: egli oppure ella ormai
non è più vivo,

ciò sembra certo, inesorabile, forse finanche
dimostrato, ci fidiamo (malvolentieri) della persona
che c’informa
attraverso il telefono, disperata, oppure forse dello
speaker di un’indifferente
stazione radio, eppure non possiamo crederci,
per niente al mondo possiamo accettarlo,
perché ancora non è morto (per noi), non è
completamente, non è affatto morto,
egli non c’è più (ella), ma ancora non è svanito
per sempre, al contrario, è, sembra, nel più forte
punto della sua esistenza, ancora cresce,
sebbene non ci sia più, ancora parla,
sebbene si sia ammutolito, ancora trionfa,
sebbene abbia già perso, abbia perso la lotta – con
che cosa?
col tempo? col corpo? – ma no, non è vero, ha vinto,
ha conseguito la pienezza, la più grande pienezza
possibile,
è così pieno, così grande, magnifico, che
non trova spazio
nella vita, fa scoppiare il fragile vaso della vita,
svetta sui viventi, come se fosse composto
di un altro materiale, del più duro dei bronzi,
e contemporaneamente cominciamo a figurarci,
temiamo, indoviniamo, sappiamo
che fra poco sopraggiungerà il silenzio
e l’impotente pianto.

(da: Asimmetria, 2014)

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