Padre Roberto Busa SJ: la nascita dell’informatica umanistica

Opera del gesuita nato a Vicenza nel 1913 e morto a Gallarate nel 2011, l’Index Thomisticus progettato a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso è stato definito «l’atto di nascita dell’informatica umanistica». Il lavoro ha costituito un modello per lo sviluppo di banche dati testuali, sistemi ipertestuali e strumenti di indagine linguistica assistita da computer anticipando simbolicamente la ricerca sulle reti neurali e l’IA. Un percorso di conoscenza per affermare un nuovo umanesimo tecnologico. Una sfida affascinante ancor più oggi


2 ottobre 2026
In principio era il linguaggio
di Marco Dotti

Padre Roberto Busa SJ il gesuita che ha inventato l’ipertesto

È il 1946. Un giovane gesuita italiano ha un’idea. Un’idea che avrebbe attraversato carsicamente i decenni a venire, cambiando da dentro le modalità di analisi del testo nelle scienze umane in rapporto alle tecnologie emergenti: realizzare un indice completo e lemmatizzato di tutte le occorrenze nei testi di Tommaso d’Aquino.
A prima vista, un progetto filologico come tanti, ancorato alla tradizione scolastica della Compagnia di Gesù. Ma a differenza dei suoi predecessori, Roberto Busa (Vicenza 1913-Gallarate 2011) intuisce che la sfida dell’analisi linguistica di milioni di parole richiedeva strumenti radicalmente nuovi: le macchine.
«Mi resi conto innanzitutto che un’indagine filologica e lessicografica sul sistema verbale di un autore deve precedere e preparare l’interpretazione dottrinale delle sue opere»

Roberto Busa SJ, 1980

L’intuizione maturò durante la preparazione della sua tesi di dottorato su La terminologia tomistica dell’interiorità, discussa nel 1946 alla Pontificia Università Gregoriana e pubblicata per i tipi dei Fratelli Bocca nel 1949.
La scintilla iniziale per l’uso dei calcolatori nacque da un’intuizione teologica: Busa notò che l’espressione praesentia, nella Summa di Tommaso, ricorreva sistematicamente preceduta dalla preposizione in: in praesentia.
Dopo aver scoperto che la concezione della “Santa Presenza” di Dio nell’Angelico era sempre preceduta da un qualche uso della preposizione, quello che a un profano poteva sembrare un dettaglio linguistico divenne l’argomento chiave per introdurre l’uso delle macchine nei testi sacri.
Nel novembre 1949, armato di una determinazione tanto tenace quanto visionaria, si presentò a New York nella sede centrale della IBM, al 590 di Madison Avenue.
Venne ricevuto dal fondatore della compagnia, Thomas J. Watson Sr., cui sottopose l’idea di una collaborazione tra tecnologia e filologia.
«Mentre attendeva nell’anticamera – ricorda Bolognesi, riportando una testimonianza diretta – l’attenzione di P. Busa fu attratta da uno dei cartelli affissi alla parete (così tipici del mondo e della mentalità pragmatica americana) su cui si leggeva lo slogan: “Il difficile lo facciamo sùbito, per l’impossibile ci vuole un po’ più di tempo”. Lo staccò, perché pensò che potesse fare al caso suo.
Il colloquio con Watson ebbe l’esito che facilmente si poteva prevedere. Il fondatore dell’IBM, scuotendo il capo, disse apertamente a Busa che per il lavoro che aveva in mente di fare nessuna macchina poteva aiutarlo: la cosa era “impossibile”.
Già preparato a questa risposta, il gesuita italiano ribatté che, per dichiarare impossibile una cosa, bisognava almeno prima tentarla, e il cartello che aveva staccato dalla parete dell’anticamera fece il resto.
L’IBM aprì allora le sue porte a padre Busa, e gli mise a disposizione ingegneri, tecnici e macchine; da allora i rapporti tra padre Busa e i tecnici dell’IBM divennero così frequenti, prolungati e intensi che nelle alte sfere della società americana si dice che circolasse la battuta – sembra non infondata – che IBM non era la sigla di “Intemational Business Machines”, ma di “International Busa Machines”.
Così quello che sembrava impossibile divenne possibile».[1] Busa ottenne un sostegno materiale e simbolico che avrebbe segnato l’inizio della lunga storia dell’informatica umanistica: il progetto Thomisticus prese forma con l’ausilio di perforatrici, schede e centri di elaborazione dati, coinvolgendo negli anni centinaia di operatori, in maggioranza donne.[2]
Fu così che padre Buusa incominciò la sua opera pubblicando nel 1951 il Sancti Thomae Aquinatis Hymnorum Ritualium Varia Specimina Concordantiarum, significativamente sottotitolato Primo saggio di indici di parole automaticamente composti e stampati da macchine IBM a schede perforate.
«It is not right to say ‘no’ before you have tried.», scriverà Busa a Thomas J. Watson Sr., a margine del loro incontro. Era il suo motto personale: «Non considerare mai un “no” come una risposta». Un motto che lo sostenne anche di fronte agli scetticismi iniziali.

Un sostegno strategico

La scelta di IBM non fu casuale. Nel secondo dopoguerra, IBM era l’azienda leader mondiale nella meccanizzazione dei processi informativi, grazie a una rete globale di filiali e a un know-how sviluppato prima per applicazioni contabili e statistiche, poi adattato per la ricerca scientifica e linguistica. La sede italiana era attiva a Milano dal 1927 e, nonostante la guerra, l’azienda aveva già ricostituito un’ampia presenza internazionale.
Quando Busa decise di affidarsi a una tecnologia in grado di elaborare milioni di parole, sapeva che solo IBM poteva offrirgli non solo le macchine, ma anche il supporto logistico, tecnico e culturale per affrontare un progetto così ambizioso.
Fu l’ingegnere Paul Tasman, dirigente della IBM World Trade Corporation, a comprendere la portata della proposta e a diventare uno dei suoi alleati nel corso degli anni. Il sostegno non fu solo operativo, ma strategico: per IBM, sostenere un progetto umanistico era un investimento strategico in un’epoca in cui la tecnologia andava “umanizzata”.

“World Peace Through World Trade”

Questo motto, inciso su una targa all’ingresso della sede IBM di Madison Avenue, esprimeva l’ethos postbellico dell’azienda. Offrire supporto a un gesuita italiano che voleva digitalizzare Tommaso d’Aquino divenne parte di una visione globale di cooperazione e prestigio culturale.
Paul Tasman riunì una piccola squadra, fornendo loro otto tabulatori IBM 705.
Sotto la guida di padre Busa il gruppo riuscì a elaborare una metodologia per inserire i testi, suddivisi in frasi, su schede perforate. Alla fine, ogni parola aveva la propria scheda, che veniva poi elaborata dalle macchine per compilarne e ordinarne i dati. In pochi anni, si ottenne un prototipo di concordanza completa, preludio alla lavorazione su vasta scala per l’intero Index Thomisticus.
Terminato il lavoro di prototipazione, il gruppo si lanciò in un’impresa ancor più ambiziosa: indicizzare circa 35.000 parole provenienti dai Rotoli del Mar Morto. Busa e Tasman immaginavano che il progetto potesse avviare una nuova stagione di ricerca linguistica, ampliando l’utilizzo del calcolo anche alle scienze umane.
Pur non giungendo a una pubblicazione completa, il lavoro iniziato nel 1957 e terminato due anni dopo aprì nuove prospettive metodologiche, mostrando come l’elaborazione automatica dei testi potesse andare oltre l’indicizzazione strumentale per esplorare dimensioni testuali altrimenti invisibili.
L’uso delle schede perforate e dei nastri magnetici permise di “atomizzare” i testi in unità linguistiche analizzabili, offrendo così un modello di filologia computazionale aperta e iterativa. Il progetto anticipò alcune delle pratiche oggi tipiche delle digital humanities, ponendo le basi per un approccio sperimentale e materiale allo studio dei testi antichi: un lavoro di scavo che permise di gettare le fondamenta del moderno campo dell’elaborazione del linguaggio naturale (natural language processing), alla base di numerose tecnologie odierne: dai motori di ricerca su Internet agli assistenti vocali, fino ai sistemi di traduzione istantanea e ai servizi automatici di assistenza.
Il lascito di padre Busa non si limita a un’impresa editoriale, già di per sé monumentale, come l’Index.
A Busa si deve qualcosa di ancora più profondo: l’invenzione di un nuovo paradigma in cui il testo non era più solo oggetto di lettura, ma una rete di relazioni interrogabile, navigabile, traducibile.
Busa comprese – molto prima che il termine “ipertesto” diventasse d’uso comune – che l’informazione linguistica poteva essere strutturata in forma non solo inter-, ma ipertestuale, ossia secondo nessi molteplici e dinamici tra parole, concetti e contesti.
L’approccio di Busa riprendeva, in forma tecnologica, pratiche antiche della tradizione scolastica gesuitica: la cosiddetta “anatomizzazione” del testo, ovvero lo smontaggio parola per parola del discorso.
Steven Jones osserva che i gesuiti erano particolarmente predisposti a passare all’analisi testuale assistita dal computer. Il metodo standard di insegnamento nei collegi gesuiti consisteva nello “scomporre i testi parola per parola”, pratica che, curiosamente, nel XVI secolo veniva spesso definita “anatomizzazione” — un termine che si collega in modo interessante all’idea di “atomizzazione” o dissoluzione dei testi nell’indicizzazione assistita dal computer.[3]
A proposito del volume pubblicato da Busa nel 1951, il Sancti Thomae Aquinatis Hymnorum Ritualium Varia Specimina Concordantiarum, composto e stampato automaticamente da macchine IBM si è parlato di «un libro che si può veramente definire l’‘incunabolo’ dell’informatica linguistica».[4]
«Il computer ci ripete l’invito: conosci te stesso, ancora più profondamente, scientificamente e umanisticamente. Studia il tuo linguaggio»

Roberto Busa SJ

Nel 1962, l’Almanacco Bompiani dedicherà un’intera annata alle “applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura”, riconoscendo a Busa il ruolo di pioniere.[5] Ma la portata del suo lavoro fu anche politica e diplomatica: grazie a una rete di relazioni personali costruita pazientemente fra Stati Uniti, Vaticano, centri di ricerca e istituzioni accademiche, padre Busa trasformò un’idea teorica in una piattaforma globale di cooperazione.
Busa collaborò stabilmente con Paul Tasman, fondò il Centro per l’Automazione dell’Analisi Letteraria a Gallarate, attivò scambi con Georgetown University, la Biblioteca Apostolica Vaticana, il CETIS di Ispra e persino con il nascente programma sulle traduzioni automatiche del Centro europeo dell’energia atomica.
Presentò i suoi lavori all’Expo di Bruxelles nel 1958, in un padiglione IBM che promuoveva un “nuovo umanesimo” tecnologico. «L’uso dei computer nelle scienze umane – ribadirà – ha come obiettivo principale il miglioramento della qualità, della profondità e dell’estensione della ricerca, e non semplicemente la riduzione dello sforzo e del tempo umano».[6]
La visione di Busa si nutriva della vocazione universalista della Compagnia di Gesù, ma si modellava su una concreta architettura di relazioni transnazionali. “Linguistic data processing”, come veniva chiamato, era per lui il primo passo per ricostruire la mappa del pensiero umano attraverso i suoi linguaggi. In questo senso, l’Index Thomisticus non fu solo un indice, ma una vera e propria cartografia della parola.
«Tutte le parole funzionali o grammaticali […] manifestano la logica più profonda dell’essere, che genera le strutture fondamentali del discorso umano»
Roberto Busa SJ

La grammatica interna dell’intelligenza

A partire dagli anni Ottanta, Busa teorizzò la necessità di comprendere le operazioni mentali come processi strutturati secondo una «grammatica interna dell’intelligenza». Secondo questa visione, l’intelligenza si manifesta non come accumulo di dati, ma come organizzazione di significati attraverso livelli di astrazione, connessione e interpretazione.
Ogni atto conoscitivo, scriveva, è frutto di un processo in cui «l’informazione viene recepita, confrontata, valutata e integrata». Questa prospettiva anticipa, in modo concettuale, il principio delle attuali reti neurali: una conoscenza costruita non per sequenze lineari, ma per attivazioni interrelate. L’opera di padre Busa è un capitolo fondativo dell’informatica umanistica, ma anche una radice profonda della cultura digitale contemporanea. La sua visione connettiva della conoscenza ha anticipato l’idea di reti semantiche, mappe relazionali e ipertesti, ponendo le basi per una riflessione sui meccanismi cognitivi che oggi informano anche l’intelligenza artificiale. Busa ha lavorato per una logica delle connessioni, dove ogni parola è nodo e legame. Ha reso visibile, con rigore filologico e intuizione filosofica, che l’intelligenza – naturale o artificiale – è, prima di tutto, una questione di relazioni. «Ordinare, selezionare e classificare i testi sacri erano storicamente considerate pratiche attraverso le quali gli esegeti acquisivano familiarità con la parola di Dio».[7]
L’analisi automatizzata dei testi sacri, lungi dall’essere una desacralizzazione, fu per Busa uno strumento per accedere a una forma più profonda di prossimità al divino. Secondo una formula a lui cara, in imis verbis Verbum latet («Al fondo delle parole si nasconde la Parola»). Probabilmente, il lascito più fecondo di padre Busa è «stato l’applicazione del suo metodo lessicografico in filosofia e in teologia. Occorre premettere che il suo è un realismo non ingenuo: per lui il linguaggio esprime il pensiero, e il pensiero coglie la realtà; pertanto i primi principi (come il principio di non contraddizione) sono non soltanto regole del linguaggio e del pensiero, ma vere e proprie leggi dell’essere».[8]
In questo senso, sono indicative le parole di Paolo VI su come il «cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale».
Durante una sua visita all’Aloisianum di Gallarate, Paolo VI ebbe a rimarcare che «il pensiero, spiritualissimo verbo dell’anima, ad un dato momento, si fa suono, si fa parola; ad un momento successivo la parola si fa scrittura; poi la scrittura si fa stampa. Non si è per questo materializzato; anzi restando qual è ha acquistato uno straordinario potere di diffondersi. Il processo è meraviglioso e utilissimo. […] Ora la stampa si fa scheda, e la scheda consente combinazioni nuove all’espansione del nucleo iniziale del verbo pensato; combinazioni, delle quali abbiamo appena una vaga idea e non possiamo nemmeno prevedere le innumerevoli conseguenze. Se queste combinazioni, se queste conseguenze sono intelligibili, anzi, com’è da credere, se facilitano e diffondono l’intelligibilità del pensiero iniziale, noi siamo davanti a un nuovo, immenso orizzonte della cultura umana: ed è questo fenomeno che ci rende pensosi, quasi timorosi; i confini della cultura stessa si allargano così, che ora non riusciamo nemmeno a tracciarli. Dove si arriverà? Non lo possiamo dire.
La scienza e la tecnica, una volta ancora affratellate, ci hanno offerto un prodigio, e, nello stesso tempo, ci fanno intravedere nuovi misteri. Ma ciò che a Noi basta, per cogliere l’intimo significato di quest’udienza, è notare come cotesto modernissimo servizio si mette a disposizione della cultura; come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze».[9]
Al termine del proprio intervento pubblicato due anni prima dall’Almanacco Bompiani con il titolo L’analisi linguistica nell’evoluzione mondiale dei mezzi di comunicazione, padre Busa quasi in contrappunto anticipato con queste parole ricordava un aneddoto, al tempo stesso di monito e di metodo: «Domenico De Domenichi, veneziano “di ordine plebeo”, divenne vicario di Papa Sisto IV. Nella prefazione a un incunabolo stampato a Venezia nel 1480, egli così commentò la recentissima, allora, invenzione della stampa: Placuit autem clementissimo Deo his nostris temporibus novam artem docere homines (“È piaciuto al clementissimo Dio insegnare agli uomini, in questi nostri tempi, una nuova arte”). 
Continua riportando la mirabolante notizia che tre uomini in soli tre mesi di lavoro sono riusciti a stampare ben 300 copie del volume: ad quae tota eorum vita haud quaquam sufficeret si cum digitis et cum calamo aut penna scribenda forent (“Per fare ciò, tutta la loro vita non sarebbe affatto bastata, se le cose dovessero essere scritte con le dita, con lo stilo o con la penna”).
E poi conclude: si quid in me est auctoritatis etiam admoneo: ne tanta Dei beneficentia abutantur (“Se ho qualche autorità, esorto anche questo: che non si abusi di una così grande benevolenza di Dio”). Che cosa dovremmo dire oggi?». Che cosa dovremmo aggiungere, noi?


[1] G. Bolognesi, “La linguistica computazionale nell’università cattolica del S. Cuore e l’origine del termine informatica”, Aevum, fasc. 3 (settembre-dicembre 1999) p. 917.
[2] M. Terras – J. Nyhan. “Father Busa’s Female Punch Card Operatives”, in Matthew K. Gold – Lauren F. Klein (a cura di), Debates in the Digital Humanities 2016, University of Minnesota Press, Minneapolis 2016, p. 60.
[3] S. Jones, Roberto Busa, S.J., and the Emergence of Humanities Computing: The Priest and the Punched Cards, Routledge, New York 2016, p. 118,
[4] G. Bolognesi, “La linguistica computazionale nell’università cattolica del S. Cuore e l’origine del termine informatica”, cit., p. 915.
[5] Almanacco letterario Bompiani 1962 – Le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura, Bompiani, Milano 1962.
[6] R. Busa, “The Annals of Humanities Computing.The Index Thomisticus”, Computers and the Humanities, n. 2 (ottobre 1980), p. 89.
[7] A. Ventimiglia, “Open Source Religion: Spiritual Software and the Production and Ownership of Religious Data, 1955–2010”, Information & Culture, n. 3 (2021), p. 283.
[8] G. Piccolo – A. Di Maio, “Roberto Busa: tra cervello meccanico e cervello spirituale”, La Civiltà Cattolica, quaderno n. 3937, 5 luglio 2014, p. 75.
[9] Paolo VI, Discorso al personale del Centro di automazione di analisi linguistica dell’Aloisianum, 19 giugno 1964.