Perché non sono un algoritmo da aggiustare

Nell’era dell’efficienza a tutti i costi, la rivendicazione del diritto al sintomo è il nostro ultimo atto di resistenza. Vicenda drammatica, una rivendicazione esistenziale che apre a un percorso di autentica umanità dove c’è tutto. Che ci porta a riconoscere che ciascuno non è, in fondo, padrone della propria vita. Ma ciascuno, per così dire, incontra la propria vita


18 settembre 2026
Il vero possesso
di Lorenzo Buggio

L’illusione più grande del nostro tempo è credere che l’Io sia padrone in casa propria. Ci raccontiamo che basti identificare un comportamento dannoso per poterlo cancellare con un atto di volontà. Ma la realtà dell’esperienza umana è drammaticamente diversa: continuiamo a scivolare lungo i medesimi binari, a pronunciare le stesse parole che ci separano dall’altro, a ripetere il gesto che ci sprofonda un po’ di più nell’abisso. Perché questo automatismo resiste alla ragione? Perché questa ripetizione è la voce di un qualcosa che chiede di essere incontrato non cancellato.

Fare i conti con l’inconscio

Più di cento anni fa, la psicoanalisi ha inaugurato il suo cammino partendo proprio da questo scarto irreducibile. Freud lo definì coazione a ripetere (Wiederholungszwang): l’incantesimo tragico per cui l’individuo si trova costretto a rimasticare lo stesso dolore, insensibile alle promesse di guarigione immediata.¹ Fu una rivoluzione scandalosa. Riconoscere che la sofferenza non passa attraverso una correzione comportamentale o farmacologica, ma richiede l’attraversamento della parola, significava fare i conti con l’inconscio. In Al di là del principio di piacere (1920), Freud mostrò come la ripetizione operi al di fuori di ogni logica di guadagno o di benessere, rivelando l’ombra della pulsione di morte: una forza che spinge l’essere parlante a ritornare compulsivamente sul luogo del proprio trauma.
Con il passare degli anni, però, perdendo il focus originario e cercando, anche giustamente, di progredire, si strutturò sempre di più quella che Lacan definiva la psicologia dell’io: una forma di risposta a questa coazione basata su un sapere, un “io so come rompere questa tua ripetizione”.⁴ Mi permetto di dire che oggi molti approcci sponsorizzati nei nostri vari media si posizionano di fronte a questo stesso schema: inizia un percorso, definisci i parametri, modificali in modo da stare bene. Il problema, però, è che questo schema presuppone che la ripetizione sia solo un’abitudine sbagliata da correggere, e non una struttura che ha a che fare con qualcosa di più profondo. Resta quindi una domanda fondamentale: è tutto questo sufficiente per chiudere per sempre la nostra sofferenza?
La risposta breve è no: una simile soluzione è pura illusione. Il motivo affonda le radici in un punto che la società contemporanea sembra aver del tutto smarrito: la coazione a ripetere comportamenti dolorosi non è un mero guasto meccanico, ma è strettamente legata all’angoscia, al timore profondo di abitare il proprio desiderio.

Il sintomo non è un errore di sistema

È una prospettiva che smaschera la deriva ideologica degli approcci oggi più diffusi.
La loro logica è riduttiva: se continui a reiterare una condotta che ti fa soffrire, ti dicono che basta un addestramento (sia esso un’azione attiva o un riflesso condizionato) per ritrovare la felicità.
È la pedagogia del comportamentismo, una categorizzazione cinica che ci riduce ad animali da ammaestrare, imposta con una facilità disarmante. Eppure il sintomo (come ci ha insegnato Freud) non è un errore di sistema: il sintomo è una lettera d’amore al contrario, parla sempre un linguaggio.
È la sola via che il nostro essere trova per dare forma a una sofferenza irriducibile. Non si tratta di un banale “voler stare male”, di un gesto privo di senso (come potrebbe essere l’andare a prendere un bicchiere d’acqua quando si ha sete). Ciò che la clinica dell’efficienza e del calcolo dimentica è che dentro ogni condotta umana abita l’inconscio: un territorio fatto di rimandi e di simbolico che non si lascia mai addomesticare.
Mi spiego meglio. Il punto centrale dell’approccio alla parola era che nemmeno noi, possessori di un’esistenza, sapevamo perfettamente cosa stessimo facendo.
C’era sempre qualcosa che sfuggiva al nostro essere, che rimaneva latente, e che, non trovando una forma per essere espresso, si traduceva in comportamenti, sintomi fisici o lapsus per poter emergere. Perché allora oggi abbiamo dimenticato questo? Perché vogliamo trovare una cura immediata a tutto, in poco tempo. E perché vogliamo trovare una cura immediata? Perché non vogliamo lasciarci il tempo di capire che noi, proprietari della nostra vita non lo siamo del tutto.

“La mia vita”: possesso apparente?

Pensiamo al gesto disperato di Mazzarò nella celebre novella di Verga: percuotere la propria roba di fronte all’avanzare della morte, gridando l’illusione di poterla portare con sé.⁶ La sua tragedia non è solo l’avidità, ma l’incubo di scoprire che ciò che si è accumulato per una vita intera sfugge al possesso definitivo. Ma se per Mazzarò la ferita era la perdita dei beni terreni, la questione che ci riguarda è ancora più radicale. Riguarda ciò che chiamiamo “la mia vita”.
Come possiamo stare di fronte a questo possesso apparente, sapendo che al centro del nostro essere c’è un punto cieco, qualcosa che resiste ostinatamente al nostro controllo?
È un’esperienza che genera angoscia, non possiamo negarlo. Eppure è solo attraversando questo smarrimento che possiamo accedere alla verità della nostra esistenza, abbandonando il feticcio del controllo assoluto. Accettare il limite non significa abdicare, ma riconoscere la stoffa di cui siamo fatti.
Oggi più che mai, in un’epoca dominata dall’illusione prestazionale e dall’efficienza algoritmica dell’intelligenza artificiale, rivendicare la possibilità di dire “non ce la faccio e non so il perché” diventa un atto di resistenza squisitamente umano. È la rivendicazione del diritto all’errore, al sintomo: il coraggio di abitare lo smarrimento senza pretendere una guarigione istantanea.
È esattamente in questo orizzonte che si colloca il pensiero di Wilfred Bion. La vera conoscenza non è accumulo, non è saturazione, ma sorge solo a partire dall’esperienza di un’assenza: ciò che è già pieno non può più accogliere nulla.⁷
La mente non tocca mai direttamente la realtà ultima (ciò che Bion chiama O) perché ogni nostra esperienza viene continuamente trasfigurata dalle nostre difese, dai nostri affetti, dal nostro mondo emotivo (il passaggio da O a K).⁸ La psicoanalisi, allora, non serve a riempire il soggetto di spiegazioni riassicuranti, ma ad insegnargli a sostenere lo scarto tra ciò che si può sapere e ciò che resta fondamentalmente irriducibile.

La traccia di un Reale

Solo aprendo questa crepa la ripetizione smette di apparire come un guasto da riparare e rivela la sua natura profonda: una via d’accesso a ciò che sfida la parola, la traccia di un Reale che insiste e chiede ascolto. Come ricordava Lacan, il sintomo “viene dal Reale” e si comporta “(…) come un pesciolino il cui becco vorace si richiude solo mettendo del senso sotto i denti. (…) o questo lo fa proliferare (…) oppure crepa.”⁹
La psicoanalisi, in questo senso, non mira a eliminare la ripetizione, ma a trasformarla in un’occasione di verità per il soggetto. Nel Seminario XXIII, Lacan arriva a parlare di sinthome (Sinthomo in italiano, N.d.A.) : non più solo una formazione da decifrare, ma un nodo singolare che tiene insieme il soggetto, il suo godimento (jouissance) e il suo modo di abitare il mondo.¹⁰ La ripetizione, allora, non è solo il ritorno di un trauma, ma anche il modo in cui il soggetto organizza il proprio godimento intorno a un nucleo irriducibile.
E allora, perché ripetere questo discorso? Perché la ripetizione non è un difetto da correggere, ma una struttura costitutiva dell’essere parlante. Ripetiamo perché c’è qualcosa che non si lascia dire una volta per tutte, perché il desiderio non è un oggetto da raggiungere, ma una forza che ci spinge oltre ogni soddisfazione immaginaria. Ripetiamo perché, come diceva Freud, “nella vita psichica esiste davvero una coazione a ripetere la quale si afferma anche a prescindere dal principio di piacere”.² E ripetiamo, infine, perché solo attraverso la ripetizione il soggetto può incontrare, a suo modo, la propria verità: non come una formula da apprendere, ma come un’esperienza da attraversare, con tutto il suo dolore, il suo godimento e la sua impossibilità.

Ferita e riconoscimento

La domanda decisiva, allora, si sposta: non più “come posso smettere di ripetere?”, ma “quale verità di me rifiuto di ascoltare al punto da doverla continuare a mettere in scena?”. Di chi o di che cosa sto attendendo il riconoscimento attraverso questa ferita che si riapre inesorabile?
In questo interrogativo risiede il senso autentico della psicoanalisi. Essa non si presenta come una profilassi per aggiustare le vite storte né come una guida per un benessere senza macchia. È, al contrario, una pratica di verità che accetta la crepa del soggetto. Un percorso in cui ciò che prima poteva essere soltanto agito cieco, coazione tragica, godimento distruttivo, trova finalmente la via della parola, trasformando la ripetizione in una possibilità di riscatto.

Note e riferimenti

¹ S. Freud, Ricordare, ripetere e rielaborare (1914), in Opere, vol. 7, Boringhieri, Torino, 1975. 
² S. Freud, Al di là del principio di piacere (1920), in Opere, vol. 9, Boringhieri, Torino, 1977. 
³ S. Freud, Al di là del principio di piacere (1920), ed. it. come alla nota 2. Sulla pulsione di morte.
⁴ J. Lacan, Il Seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi (1954-55), Einaudi, Torino, 1991. 
⁵ S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), in Opere, vol. 8, Boringhieri, Torino, 1976. 
⁶ G. Verga, La roba (1880), in Novelle rusticane, edizione a scelta (es. Einaudi, Milano, varie ristampe). 
⁷ W. R. Bion, Attenzione e interpretazione (1970), Armando, Roma, 1973; e Elementi di psicoanalisi (1963), Armando, Roma, 1972. 
⁸ W. R. Bion, Attenzione e interpretazione (1970), ed. it. come alla nota 7. 
⁹ J. Lacan, “La terza”, in La Psicoanalisi, n°12, Astrolabio, Roma, 1993, p.19.
¹⁰ J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthome (1975-76), Einaudi, Torino, 2006.