«Mi accorgo che sono circondato dal nulla, anche semplicemente parlando con i miei compagni di corso: il dialogo fra noi è all’insegna del nulla, passiamo da un argomento all’altro senza più ricordare ciò di cui parlavamo prima». Tra le righe della lettera di uno studente a Julián Carrón, guida di Comunione e Liberazione, una sensazione che in tanti oggi avvertiamo – come un tarlo che ci svuota, piano. Qualcosa che, nei lunghi silenzi del lockdown, abbiamo forse percepito più nettamente. «La grave minaccia oggi è la perdita del senso del vivere», ha detto il Papa. La minaccia di un nichilismo non ideologico ma esistenziale, che respiriamo inconsapevolmente. Una «sfiducia nella possibilità di compimento e di senso dell’esistenza», lo definisce Carrón nel suo “Il brillìo degli occhi”. Che cosa ci strappa dal nulla? (Editrice Nuovo Mondo, pagine 160, euro 4,00), appena uscito. Che cosa, appunto, ci può strappare a questo impalpabile malessere, quasi l’aria stessa ne fosse contaminata? Domanda forte, che per un cristiano di lungo corso può forse suonare disturbante: io credo in Cristo e nella Resurrezione, potrebbe rispondere uno di loro, e nessun tarlo mi rode. Eppure: lo sfaldamento della famiglia, la violenza nelle case, la diffusa indifferenza al destino di una moltitudine di miserabili, il crollo demografico – quasi una voglia di non continuare – non danno la sensazione che anche l’ambiente umano interiore sia malato e in declino? E davvero sempre la nostra speranza cristiana regge a questo urto, a questo dubbio?

L’ampiezza e la profondità delle domande di Carrón rendono difficile ridurle in un articolo di giornale. Ma chi si ritrova almeno un po’ nel malessere descritto da quello studente dovrebbe leggere questo breve denso libro. Noi qui ci vogliamo soffermare soprattutto sul quarto capitolo, “Un cammino che dura tutta la vita”. Dedicato a chi ormai da tanto ha incontrato Cristo, e ne vede i frutti nella propria vita: eppure. Eppure sperimenta aridità e pesantezza. Con gli anni che avanzano, prova smarrimento e paura. Come se la promessa di Cristo svanisse nella vecchiaia, nell’angoscia di una morte che in questi mesi ci è passata tanto vicina. Ma, scrive Carrón ricordando l’insegnamento di John Henry Newman, riconoscere Cristo è solo l’inizio di un cammino che dura tutta la vita. Con le sue salite erte e apparentemente impossibili, con i pianori in cui riprendi il fiato, con le gioie, e poi le vertigini del dolore. La fede è essere “viator”, essere sempre in cammino. Mantenendo la memoria del desiderio immenso, quasi indicibile, che abbiamo come una radice profonda nel cuore: il desiderio di essere amati e amare, per sempre. Ma questo è possibile solo se Cristo è risorto, se la sua promessa è vera. Senza Cristo, nasceremmo solo per morire. Non può bastare, a sistemare le nostre vite, un’etica, come molti perfino fra i cristiani propongono. Né il compito sta in un nostro sforzo, in un afferrare: invece, scrive von Balthasar, sta nell’essere afferrati, nel lasciarsi afferrare da Cristo. E magari, da giovani, ci è accaduto. Ma, poi?

Poi forse abbiamo creduto di avere già raggiunto la meta. «Mai dare per scontata la sorgente», ammoniva Giussani. Perché se Cristo non è vivo e operante in noi, anche attraverso il volto di una compagnia cristiana, la mentalità del mondo prevale; e la centratura su se stessi, ricorda Carrón, «rende il mondo soffocante». Non è, ti domandi allora tu che ti avvicini alla vecchiaia, che ti succede ciò che Tolstoj straordinariamente descrive in “Resurrezione”? «Pensava (…) di credere; ma intanto con tutto l’essere (…) aveva coscienza che questa fede era qualcosa di assolutamente “inadeguato”. Ed era questo che faceva sì che i suoi occhi erano sempre tristi». Ha scritto Ratzinger: «È proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso». Così sommesso che in fondo, suggerisce Carrón, non germina in noi, inconfessato, «uno scetticismo sull’efficacia del Mistero nel mondo»? Forse nel malessere di questo scetticismo non pochi cristiani oggi potrebbero riconoscersi. Ma, come uscirne? È “Padre”, la parola salvifica, diceva Giussani ai suoi. Non è un nostro sforzo, ma il percepirci figli ciò che salva e colma la vita, e le dà un gusto diverso dall’amara stanchezza che invade anche chi ha tutto, ma si accorge che quel tutto non basta. E, scrive ancora Giussani: «Proviamo a immaginare un uomo che dieci, cento, mille volte al giorno prenda coscienza del fatto che Colui che lo ha mandato, cioè Colui che lo fa, il Mistero che lo fa, è con lui, che Dio è con lui: la serenità di certi volti, di certi volti di monaci e di monache, ha qui la sua radice».

Ed è questo il brillìo degli occhi cui allude il titolo del libro: gli occhi lieti, in pace anche nelle prove più dure, dei cristiani veri. Quello sguardo che stupisce chi lo incrocia, e porta anche i più lontani dalla fede a domandarsi: ma quell’uomo come fa a vivere così? E noi che scriviamo questo pezzo, e abbiamo spesso gli occhi tristi di cui scriveva Tolstoj, e in mente, con l’avanzare degli anni, senso di fine e vuoto, come vorremmo sapere di nuovo di essere figli, semplicemente figli bambini che tendono la mano al padre. Non è uno sforzo che dobbiamo fare, non è qualcosa che possiamo afferrare. È un lasciarsi afferrare. È un desiderio, è una preghiera. Nel tempo del Covid e della paura collettiva, nel tempo in cui tante consolidate certezze sono andate in frantumi, un libro che fa venire voglia di pregare. Di tornare a essere figli. Di riconoscere semplicemente la limpida evidenza: figli, è ciò che siamo.

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