Testori e il San Francesco “liberato”

Per gli ottocento anni dalla morte dell’Assisiate, tra le molte pubblicazioni uscite ecco, quasi a sorpresa, certo a sorprendere, un libro, a firma del grande scrittore, critico d’arte, intellettuale vero e molto altro ancora, che già nel titolo suggerisce un approccio originale: San Francesco, il barbaro di Dio (Il Saggiatore). Si tratta di un testo scritto per una prolusione in occasione degli ottocento anni dalla nascita del Santo. Pagine dense, che sono esperienza, incontro, immedesimazione. Per collocare fuori dal recinto in cui, per lo più, si prova a tenerlo rinchiuso. Non certo da oggi. Un lavoro fisico e appassionato costruito attraverso la lettura, che sempre sorprende, delle Fonti francescane. Quasi superfluo segnalarne l’attualità   


16 ottobre 2026
Lettura innamorata
di Enzo Manes

Cairo-Francesco san Francesco in estasi c 1633-35 olio su tela Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano

Per dire dell’intensità del suo incontro con san Francesco d’Assisi, Giovanni Testori si è immerso nella fecondità delle Fonti francescane e con particolare riguardo e dunque amore per Jacopone da Todi, catturato dal suo linguaggio così fisico, così concreto: O Francesco, da Deo amato,/ Cristo en te ne s’è mustrato. (avvio della lauda n.71).  Ed è in quella immersione, anche per lui anzitutto fisica, che l’autore si è imbattuto nella sorprendente scoperta di «quelle testimonianze così dirette da parer scalfite nella carne e nelle ossa». Ed è da tale siffatta esperienza che è uscito un libro San Francesco, il barbaro di Dio fresco di stampa per i tipi de Il Saggiatore. In origine non pensato, questo suo testo esperienziale, nella forma del libro. 

Impastato con la povertà vera

Il volume – contenuto nelle pagine ma debordante per profondità di urgenza umana e dunque di domanda di senso – curato da Giuseppe Frangi (è sua l’introduzione mentre la postfazione appartiene a fra’ Marco Marino), giornalista e critico d’arte nonché fondatore dell’Associazione Giovanni Testori, raccoglie una prolusione di Testori avvenuta nel settembre 1981 in occasione delle iniziative per l’ottavo centenario della nascita dell’Assisiate e di cui un convegno che si tenne nell’aula magna del Pontificio Ateneo Antonianum di Roma.
Insieme agli necessari estratti dalle Fonti francescane, perché senza quelle non avrebbe visto la luce un testo così prezioso, anch’esso fatto di carne ed ossa, cioè parola incarnata.
Adesso che si avviano a conclusione le celebrazioni per l’ottavo centenario della morte del Santo, quello che lo scrittore di Novate produsse e lesse addirittura quarantacinque anni fa, accresce la sua forza innovativa. Collisione con questo presente ferito dall’astrazione con l’irruenza di una compromissione totale con il reale. Dando conto di un Francesco liberato da aureole, bozzettismi e altri annebbiamenti e stordimenti. Perché, come scrive Testori, Francesco si impastò per davvero con la povertà. L’abbracciò di una stretta definitiva. 

Lo scrittore Giovanni Testori

Il cammino dello scrittore di Novate

Francesco è l’uomo, il cristiano profondamente cristicoche per Gesù ha abbandonato il suo mondo, spogliandosi di tutto, per abitare il mondo. Il disfacimento dalla ricchezza per il recupero essenziale, aderendo all’opera di ri-facimento.
Una povertà cristica, la sua: «Infuocato, ma d’un fuoco in cui repulsione e attrazione, risolvendo in loro opposti in unità caritativa, risolsero per la prima volta in positività cristica la negatività dissipatrice dell’esperienza giovanile (…)». 
Quando Testori consegnava il testo sull’assisiate- a tutti gli effetti un saggio – aveva intrapreso il cammino di conversione. E nella radicalità della fede del Santo avvertiva una consonanza che lo struggeva. Darne conto, estirpandolo perciò da un terreno inquinato da troppo preoccupate sottrazioni al vero (che peccato tirarlo per il saio per assecondare il proprio obiettivo), è stata la cifra del suo incontro con Francesco, della sua parola al servizio della Parola (scritta in maiuscolo come voleva non per vezzo) Così allora descrive la preoccupazione che l’ha sollecitato: «“Al Francesco ‘barbaro’ che balza fuori, irruente e dolcissimo, innamorato e durissimo, rivoluzionario e fedele, dalle Fonti, da Jacopone e dalle prime immagini figurali che di lui apparvero, abbiamo sostituito il Francesco che addolcisce, culla e che in tal modo vorremmo si disponesse a favorire la nostra insana e agiatissima sonnolenza».  

Dolcezza di animo e corpo

Il dolciastro, il mieloso, l’eccedentemente fiabesco sono il San Francesco immaginetta buona per tutte le stagioni. Deriva non ascrivibile appena agli anni recenti, ma pratica ben alimentata nel giro dei secoli: «Qualcosa come un tradimento sia stato perpetrato sul corpo e sull’anima del grande, roccioso umile, assoluto, tronchico, ‘cruciato’ e inevitabile Santo d’Assisi».
Tuttavia, essendo, quella di Testori, l’esperienza di un bellissimo incontro con Francesco, il testo trasuda amore, ogni parola affiora per rendere bellezza e verità di un accadimento di vita così necessario, misericordioso, viscerale. Come nelle pagine che egli dedica alla caduta da cavallo e al bacio al lebbroso. Vicende che richiamano l’indissolubile unità tra anima e corpo. Un’indissolubile che è prova, sacrificio, incomprensione, comprensione plasmata da Altro. Nel Testamento del 1226 Francesco ci fa rivivere quel momento, quel passaggio, quel segno che, forse, è già stimmate nella carne: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e corpo». La sua amarezza davanti all’evidenza della sofferenza, attraverso la guida fisica di Cristo, si compie in un atto di misericordia.

Uscire dal mondo per non fuggire dal mondo

Francesco, ricorda Testori, si consegnò totalmente alla presenza di Cristo non certo fuggendo dal mondo. Non ha mai inteso volgere le spalle al mondo; piuttosto, starci dentro per davvero. Lui, allora, non è fuggito ma è uscito. Come si esce di casa al mattino per poi farvi ritorno. Dopo la giornata di lavoro, quando giunge la sera. «Francesco sa che la sua ‘uscita’ dal mondo, per raggiungerne il senso reale, deve accadere ogni giorno e, dentro ogni giorno, ogni ora.
E mentre la fuga postula l’eversione e, con moltissima probabilità, il non – ritorno, l’uscita postula, e immediatamente, il percorso contrario; poiché il disprezzo non riguarda il mondo ‘creato’, bensì il mondo ‘costruito’; quel mondo che s’è sovrammesso al primo fino a scardinarlo; certo a impedire che esso potesse procedere nel segno voluto dal Dio creante».

Un dono in un tempo insanguinato

L’abitare il mondo impastato dall’incontro con Cristo non poteva che divenire scandalo per Francesco. Come lo è la croce del Signore, segno scandaloso di disegno salvifico. Non fu Francesco a voler essere scandaloso. È stata la radicalità della sua scelta, il suo essere “barbaro di Dio”, a farlo scandalo creaturale dello scandalo della Croce d’amore, fedeltà per sempre.
E come l’incarnazione è presenza che abita il mondo, l’esperienza di fede del Santo di Assisi è un qualcosa che interroga e provoca l’oggi. Testori si immedesimò da pellegrino errante, umilissimo, con quella proposta di bellezza radicale. Con il sì di Francesco. Verrebbe quasi da dire, ma ne siamo convinti, che il suo saggio, letto ora, arriva tra noi come un dono in un tempo davvero drammatico. Come l’invito a destarsi per uscire di casa e abitare il mondo con la consapevolezza che «la creaturalità dell’incarnazione è sempre totale; ed è sempre ex novo». Un saggio di «realismo senza scampo» che segnala urgenza. Urgenza d’amore.