“Aba ora guardaci da lassù”. Il senso di una vera domanda d’amore in un cartello appeso a scuola

Come prevedibile sull’uccisione dello studente Abanoub Youssef è calato il silenzio. Ma di quel drammatico fatto accaduto in una scuola di La Spezia cosa rimane? Almeno un cartello scritto a mano con la foto del giovane colpito a morte da un coltello da cucina. Il racconto di un professore che in classe è ripartito proprio dalla frase scritta a mano e appesa alla parete. Facendone dialogo con gli studenti. Provando a non cedere alla tentazione degli stereotipi e delle strumentalizzazioni ideologiche. E chiedendo soccorso a Dante, al “suo” Virgilio, alla “sua” Beatrice. Con un’incursione realistica nel Vangelo e in un’espressione di don Luigi Giussani. A proposito dell’urgenza di testimoni che scuotano un’umanità sempre più distratta. Perché la vita non è un inferno. Un’occasione perduta      


27 febbraio 2026
Scuola: non dimenticare
di Pierluigi Castagneto

©Yann-Arthus-Bertrand-Jeunes-filles-portant-des-seaux-en-pays-dogon-près-de-Bandiagara-Mali (da web IL FOTOGRAFO)

Sulla vicenda di Abanoub Youssef, lo studente ucciso in una scuola della Spezia con un fendente il mese scorso, è già calato il silenzio.   
Finito Il clamore mediatico e la viralità social, entrambi mossi da strategie e algoritmi che hanno solo lo scopo di vendere la notizia, non rimane più nulla? Sulla parete di una classe di un altro istituto spezzino è appeso un cartello scritto a mano corredato da una foto di Aba, con la scritta “Aba ora guardaci da lassù”
Tutte le volte che entro in quella classe, mentre gli studenti vivono la loro tumultuosa e allegra vita, ne rimango colpito e spesso mi indirizza nell’impostare le lezioni. Innanzitutto penso che di fronte ai fatti della vita, soprattutto quelli drammatici che tolgono il respiro e annichiliscono lo sguardo sul destino, sia necessario partire da quello che c’è.  Invece la vicenda è stata avvolta da un enorme e astratto chiacchiericcio. I cosiddetti esperti pronti a parlare, seduti comodamente in uno studio televisivo hanno descritto in mille modi il disagio giovanile, che in certi casi degenera in violenza e hanno puntato il dito sulla mancata inclusione dei cosiddetti maranza.   Altri invece hanno evidenziato la mancanza di valori, ripetendo il concetto come un mantra senza fine, come se delle parole altisonanti possano portare giovamento all’usura del vivere e alla dramma della negazione della vita.

“Bisogna tener altro viaggio”

A fine gennaio stavo spiegando agli studenti di quella III classe Dante, la Divina commedia, il viaggio verso la salvezza, Virgilio e Baetrice. Leggo la parola “lassù” e colgo l’occasione per collegarmi ai fatti. Chiedo: «ma voi ne avete mai sentito parlare del lassù? Mi sembra difficile parlare oggi di un “lassù”, mentre facciamo esperienza dell’Inferno quaggiù». Colti di sorpresa, si mettono in ascolto. Continuo. «Perché di fronte alla negazione della vita a molti viene in mente l’altra vita? È un moto naturale? Ne avete già sentito parlare quando Dante, che dopo aver tentato di trovare una personale soluzione alla propria esistenza, accorgendosi che il male è troppo potente, ritorna giù nella selva oscura e disperato, all’unico che incontra, grida “abbi pietà di me”.  Virgilio non rappresenta solamente il grande fluire della sapienza antica, Virgilio per il poeta fiorentino è l’allegoria della ragione umana».
E dunque, aggiungo «dobbiamo imparare utilizzare quello che studiamo e in questo caso bisogna capire cosa sia la ragione e usarla per capire bene i confini del dramma. La nostra ragione, scartando ogni spiegazione a buon mercato, immediatamente di fronte alla morte, si rivolge ad altro.  Cerca confusamente più in là. L’uomo con il cuore grande come un lago -ricordate il verso 20 sempre del I canto? –  non si accontenta della prima risposta e si mette a cercare, ma spesso poi si smarrisce perché l’impresa è difficile, non c’è nessuno che l’aiuta.
Siamo in un mondo pieno di parole, ma spesso sono vuote, sparse al vento. Raramente troviamo un Virgilio che fa usare in modo corretto la ragione e tantomeno nessuno è come Beatrice. Lei non è un valore astratto, è la donna che Dante ama, quindi di lei il poeta si fida, ecco perché può indicare la strada.
Dante sa che è stata mandata da Dio, ma prima di incontrarla, grazie al sostegno di Virgilio-Ragione, bisogna “tener altro viaggio”».  Spiego nel silenzio che persiste, non è indifferenza è un misto di sorpresa e incredulità e anche diffidenza. Il volto smarrito dei miei alunni ancora mi interroga. Davanti alle parole chiare della vita e della morte, del dolore e della salvezza non sanno che pesci prendere.
E gli adulti lo sanno? I figli dell’nostra Italia lontana dalla fede sono pensosi, mentre i ragazzi di cultura arabo musulmana non capiscono, perché per loro la risposta è data. Lo dice Allah, c’è scritto nel Corano. Per loro un Dio a prescindere offre i suoi precetti indiscutibili. Ma come tutti, anche loro non capiscono, ma non osano dichiarare i dubbi dei coetanei italiani, perché interrogarsi sulle verità è segno di miscredenza.

Scuola di La Spezia i giorni successivi all’omicidio di Aba

La solitudine immensa del colpevole

E l’aggressore?  Circondato dall’aura delinquenziale, grazie all’orribile fotografia segnaletica che ne fa un mostro secondo i dettami di Lombroso, non ne ha mai parlato nessuno. Assalito dallo sdegno collettivo è il colpevole di un orribile fatto di sangue, ma è anche capro espiatorio di una società che immerge i nostri ragazzi, stranieri e non, in un clima di violenza, da tik tok alle serie Tv e che affida ai siti pornografici la relazione amorosa. Ora nel carcere di Villa Andreino alla Spezia sarà sprofondato nella sua solitudine immensa e cercherà di fare i conti con gi effetti di quella lama prelevata in cucina. Ma anche lui è una persona che cerca il perdono, al netto della sua consapevolezza. Spiego che un uomo è sempre una creatura, anche se è un assassino.
Bisogna tuttavia tener conto anche della sua responsabilità di uomo libero capace di scegliere, tra il bene e il male. Allora mi si permetta una considerazione che riguarda la società e la scuola. Molti stranieri di seconda terza generazione si sono integrati, hanno usato bene la ragione e la morale, perché hanno uno scopo e una famiglia alle spalle. Almeno una famiglia, non un intero villaggio come ci ha insegnato papa Francesco riguardo ai fattori dell’educazione. 
Ma come Zouair Atif, che ha voluto risolvere la sua vicenda sentimentale con una pugnalata, ci sono anche quei ragazzi che non hanno voglia di niente, che cercano il denaro facile.  Poco prima di Natale alcune classi di una scuola spezzina si sono recati a far visita a un museo e un paio di loro hanno ben pensato di prelevare i portafogli dagli stipetti del personale. 
Uno è saltato fuori vuoto in un cestino delle toilette, dell’altro nessuna traccia. La polizia non è volutamente intervenuta perché la scolaresca era costituita da minorenni e la vicenda è finita con una ramanzina alle classi e un senso generale di impunità. 
Che ci sia una delinquenza giovanile è acclarato e molti fatti di cronaca lo attestano, ma come ai piccoli ladruncoli della Spezia, coloro che non hanno capito che la vita è sacrificio e la fanno facile con il coltello in tasca, pensano che tutto sia lecito e che nessuno li possa fermare. Qui sono le istituzioni e la politica a dover intervenire, ma non devono dividersi tra intransigenti e permissivi, devono agire, anche loro guardando quello che c’è. Non possono girarsi dall’altra parte e non vedere che sta montando una delinquenza giovanile diffusa.
In Italia non c’è solo Caivano e sono molte le scuole ghetto in cui docenti, personale e dirigenti fanno quello che possono, ma non hanno strumenti. In genere, ma non solo, sono gli istituti professionali a diventare ricettacolo della marginalità sociale giovanile, ubicati nelle periferie urbane dove la lingua ufficiale tra gli studenti non è certamente l’italiano e che quelle scuole non possono essere gestite con criteri uguali a quelli applicati nei licei del centro città.
Bisogna fare un censimento degli istituti cosiddetti difficili, senza strumentalizzazioni ideologiche e inviare in quelle scuole personale specializzato, non solo individuato dalle graduatorie degli uffici scolastici.
Da quelle scuole i docenti, spesso precari, se possono scappano e il punteggio non può essere l’unico criterio di assegnazione; serve una motivazione speciale e strumenti più duttili per lavorare e come accade in altri stati europei, investire più risorse mirate, ma anche un’autonomia scolastica molto più marcata che cerchi di recuperare anche quelli che hanno assolto l’obbligo scolastico, ma che non sanno far nulla e non hanno un mestiere.  Mi sembra un approccio realista e non discriminatorio.

©Yann Arthus-Bertrand Haiti – Da il documentario Human – Il senso dell’esistenza

Testimoni di cui ci si può fidare

Alcuni giorni dopo rientro in classe e dico che il cartello sulla parete mi fa ancora riflettere. Riprendo la questione in un’ora verso fine mattinata.  La maggior parte dopo un’attenzione di maniera si distrae, mentre un gruppetto di quattro o cinque si interroga di come sia possibile parlare in modo più preciso del “lassù”.
Ognuno dà la sua risposta e uno in particolare dice che se ne parla in casa. E mentre questo gruppetto si avvicina alla cattedra con volti stupiti e gli altri si distraggono in attesa della campanella d’uscita, intuisco con chiarezza che il problema per l’umanità distratta e a volte ostile sono i testimoni e rifletto sulla concretezza della frase evangelica “quando tornerà il figlio dell’uomo troverà ancora fede?”  che don Luigi Giussani spiegava “troverà ancora persone che vivono facendo memoria di Gesù”. Allora la questione si gioca sui testimoni di cui ci si può fidare, come Beatrice per Dante.