«Ahi, serva Milano»: cronaca di una città in tempesta
La città sta prendendo acqua. I problemi sono enormi, certo. E riguardano tutti e non solo chi ha responsabilità politiche. Ma la barca non è ancora affondata. Riflessione d’amore di un giovane psicologo, fotografo e insegnante. Milanese da più generazioni. Provocato dall’intensità delle parole di Dante Alighieri
28 novembre 2025
Piano incrinato
di Lorenzo Buggio
«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello.» Dante Alighieri, Purgatorio, VI canto
Mai come oggi sento vicine queste parole di Dante. Non tanto per l’Italia intera, quanto per qualcosa di più intimo, di più mio: Milano. Ricordo ancora quando, durante l’università, un professore americano chiese alla nostra classe, composta da studenti italiani e internazionali, di indicare i tre grandi gruppi a cui sentivamo di appartenere da un punto di vista identitario. Molti risposero “cittadino del mondo”, “europeo” o altre definizioni più ampie e universali. Io, invece, scrissi tre parole semplici: milanese, italiano, europeo. Oggi voglio parlare proprio del primo di questi tre cerchi, di quel sentirsi milanese che mi accompagna da sempre.
Sentirsi estranei
Sono nato e cresciuto a Milano, in una famiglia di generazioni milanesi. Mio nonno materno, per tutti gli anni che abbiamo trascorso insieme, mi portava in giro per la città raccontandomi storie, leggende, episodi del passato. Mi mostrava la Milano dei lavoratori e dei cantautori, quella dei tram che scorrono lenti al tramonto e dei caffè pieni di discussioni e sogni. Era una città viva, concreta, orgogliosa. Una città che si costruiva con fatica e che, dopo ogni caduta, trovava sempre la forza di rialzarsi.
Eppure, oggi qualcosa sembra essersi incrinato. Leggo, vedo, sento di una Milano che appare sempre più violenta, impaurita, disattenta. Ogni giorno i fatti di cronaca raccontano di aggressioni, di baby gang, di furti, di un degrado che non è soltanto nelle strade, ma anche negli sguardi, nei comportamenti, nel modo in cui abitiamo la città. Il vero degrado, però, non è la criminalità in sé. È la disattenzione. È quella sensazione di essere ormai estranei a Milano, come se fosse diventata una nave in tempesta, senza nocchiere.
Non voglio che questo sembri un discorso partitico, in caso politico. Non parlo del sindaco o della giunta, ma di noi, dei milanesi, di chi vive qui ogni giorno. Ho l’impressione che molti abbiano smesso di guardare davvero la città, lasciandola scivolare senza più preoccuparsi della direzione. Milano viene vissuta come un motore economico, un luogo dove correre, guadagnare, consegnare, produrre. È diventata la città in cui ci si lamenta se il treno arriva dopo cinque minuti invece che dopo tre, dove non si può restare fermi sul lato sinistro delle scale mobili, dove tutto dev’essere immediato, ottimizzato, consegnato in giornata.
Prendersi cura
Eppure, Milano anche oggi non è questo. Non lo è mai stata. È la città dei lavoratori che si rimboccano le maniche, ma anche della cultura, della solidarietà, della cura. È la città che ha costruito il Duomo pietra dopo pietra, anche grazie ai piccoli contributi dei cittadini. Quella era una Milano che credeva nel valore comune, nella bellezza condivisa. Oggi invece sembra contare solo ciò che porta profitto: ciò che non è economicamente utile viene trascurato, abbandonato, dimenticato. Opere d’arte vendute o lasciate degradare, spazi storici che devono ospitare pubblicità per pagare le spese, persone che dormono per strada senza che nessuno si fermi davvero a guardarle.
Mi capita spesso di vedere sui social turisti che, dopo aver visitato il Duomo, dicono che Milano finisce lì. E ogni volta mi si stringe il cuore. Perché Milano non è solo il suo centro scintillante. È fatta di storie, di cortili, di angoli che raccontano un passato e un presente di fatica e speranza. È una città che ha saputo accogliere e che ha sempre aperto le braccia a chi arrivava da fuori. E chi veniva accolto, un tempo, se ne prendeva cura. Oggi invece il concetto di cura sembra scomparso.
Ci si prende cura solo di ciò che è proprio, e solo finché è comodo: la casa, le proprie cose, il piccolo mondo personale. Ma prendersi cura significa anche restare, anche quando è difficile (poi, è vero che la città è diventata inaccessibile specie alle giovani coppie), anche quando l’acqua entra nella barca.
Il compito di tutti
Milano non sta affondando. Sta prendendo acqua, questo sì, ma può essere salvata. E salvarla non è compito di pochi, è compito di tutti: dei cittadini, dei lavoratori, dei giovani, di chi ancora la ama nonostante la tempesta. Perché soltanto prendendoci cura delle cose nei momenti difficili possiamo poi goderne nei momenti belli. Se invece ci arrendiamo al disinteresse, se lasciamo che l’indifferenza vinca, allora sì, un giorno ci sveglieremo e non resterà più nulla da amare.
E io, milanese da generazioni, non voglio che accada. Voglio che Milano torni ad avere un nocchiere. Anche piccolo, anche imperfetto. Ma con lo sguardo rivolto avanti e il cuore rivolto a casa.
–