Alla ricerca della buona politica. La lezione di Aldo Moro
In un tempo difettato, dove la politica non mostra un volto costruttivo, è necessario tornare al pensiero dello statista democristiano assassinato 48 anni fa dalle Brigate Rosse. È un’occasione da non perdere quella di guardare al presidente del Dc senza fermarsi ai 55 giorni della prigionia. Per scoprire l’uomo e il politico dimenticato. Per favorire questo incontro, c’è il libro del giornalista di Avvenire Angelo Picariello intitolato Liberiamo Moro dal caso Moro edito da San Paolo. Una efficace ricostruzione storica scandita da suoi interventi. «Laddove emerge con chiarezza il bisogno di una “visione” e non di un cristianesimo professato solo a parole, ma di cristiani capaci di testimoniarlo nei fatti”, scrive il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, nella prefazione al volume
8 maggio 2026
Editoriale
9 maggio 1978, Roma, via Caetani. Il corpo di Aldo Moro crivellato di colpi, depositato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Dopo 55 giorni nella ‘prigione del popolo’ gli assassini delle Brigate Rosse eseguirono la sentenza di condanna a morte del presidente della Democrazia cristiana. Quarantotto anni fa. Quasi mezzo secolo. Da allora si è scritto e detto di tutto su quell’accadimento. Tra legittime domande ed eccessive quanto reiterate fughe in avanti ispirate da morbose visioni complottiste.
E così Aldo Moro è rimasto impigliato nella rete del caso Moro. Tuttora relegato nel covo di via Montalcini. Questa deformazione della realtà ha sfuocato quasi del tutto la verità di quell’uomo, rimasto solo la vittima innocente del progetto mortifero di un’ideologia nichilista. E basta.
La verità della sua persona
Già il regista Marco Bellocchio in Buongiorno Notte aveva fatto una scelta poetica per liberare Moro dall’iconografia del prigioniero immortalato in abbigliamento meno che dignitoso (lui che aveva la premura di mostrarsi in ogni occasione con l’abito istituzionale, anche nei momenti privati) dalla polaroid brigatista con alle spalle il drappo della stella a cinque punte. Nella scena finale del film si vede il presidente della Democrazia Cristiana, interpretato da Roberto Herlinzka, uscire dalla prigione e camminare felice lungo la strada con uno sguardo pieno di vita che guarda dritto la macchina da presa. In quei frammenti che deviano dall’epilogo tragico, l’invito del regista a non cadere nella trappola di ridurre la storia umana e politica di Moro ai cinquantacinque giorni di sequestro, anticipo dell’esecuzione.
Ammazzato due volte.
Che la terribile vicenda Moro, iniziata il 16 marzo 1978 con l’aguato di via Fani, la strage della scorta e il suo sequestro, è stata il nostro 11 settembre è un dato di fatto. Tuttavia i brigatisti decisero di attuare quell’operazione terroristica perché Aldo Moro era la personalità politica italiana di maggior rilievo. Uno statista. Ricordarsene ora, studiarne il suo impegno al servizio del Paese inteso in primo luogo come comunità di donne e uomini, significa far doverosamente i conti con la verità della sua persona.
Aldo Moro è stato un grande uomo politico proprio perché non aveva una concezione salvifica della politica. La coltivava e la esercitava con passione, coraggio, creatività, premura, pazienza; consapevole, però, che la persona nella sua sovranità viene prima; che ci sono gli affetti, le amicizie, i rapporti che sorprendono e vanno custoditi.
Moro è stato un uomo di fede, pace e riconciliazione. Un uomo «buono, mite, saggio, innocente ed amico», come lo ebbe a ricordare papa Paolo VI in quei giorni drammatici.
Costruire per il bene comune
Senza farne un santino -Moro si adonterebbe assai- è maturo il momento di approfondirne la conoscenza del pensiero e dell’azione. Di andare alla ricerca della sua lezione in un’epoca nella quale latita la buona politica. Un percorso dirimente specie per quei giovani che hanno il desiderio di frequentare l’impegno politico animati da una spinta ideale. Angelo Picariello, giornalista del quotidiano Avvenire, con Liberiamo Moro dal caso Moro (San Paolo), ha scritto un libro prezioso che ne racconta la sua struttura di uomo che gli ha permesso di dedicarsi con intelligente dedizione alle molteplici responsabilità che via via si è assunto nella vita. Gli anni giovanili nella Maglie dove è nato, gli studi universitari che lo portarono ad essere un giurista raffinatissimo, l’adesione all’Azione Cattolica e alla Fuci, la passione ragionevole per la politica intesa come il desiderio di costruire qualcosa di buono per il bene di tutti. Gli affetti, il matrimonio, i figli. Tutto intrecciato, tutto tenuto insieme.
Fece parte, ad appena trent’anni, della Costituente, ambito dove venne scritta la Costituzione della Repubblica italiana. La strada verso la carriera politica era segnata. Ma questo non gli vieterà l’insegnamento accademico, prima a Bari e poi a Roma.
A lezione non mancava mai, era un professore che cercava un rapporto cordiale e autentico con gli studenti che seguivano il suo corso. Il libro ne dà conto attraverso testimonianze di giovani stupiti. Sorpresi dalla disponibilità del professor Moro (mostrò attenzione per l’esperienza della comunità di Comunione e Liberazione, partecipava alla Messa che quei ragazzi proponevano a tutti, fino alla fedeltà concreta al gesto della “decima”).
Le riforme necessarie
L’uomo politico è stato per cinque volte presidente del Consiglio e ministro in diverse legislature, figura centrale della Democrazia cristiana. Politico dialogante che mai ha rinunciato alla propria identità. Non aveva in particolare simpatia la destra; si può dire che fece sua, senza mai nominarla, la famosa espressione di Alcide De Gaspari, “siamo un partito di centro che guarda a sinistra”. Ebbe rapporti franchi e costruttivi con il Partito socialista italiano di Pietro Nenni e il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti (il lavoro che li animò nella Costituente è un esempio virtuoso che gli spigoli vanno arrotondati per il bene comune).
Moro, da raffinato politico, non ha mai accelerato quando le condizioni oggettive non lo permettevano. Quando Enrico Berlinguer, segretario del Pci, avanzò la proposta del compromesso storico, il suo interlocutore principale non poteva che essere Moro. Si era negli anni settanta del secolo scorso, il Paese necessitava di riforme e non pochi avvertivano l’urgenza che vi fosse una collaborazione organica fra i due maggiori partiti che rappresentavano una larghissima porzione di popolo italiano.
Ci furono diversi incontri e il presidente della Dc si mosse con saggezza e realismo, senza forzare, come dovrebbe essere chiamata a fare la buona politica. Preferì i piccoli ma significativi passi in avanti senza cedere alla tentazione di seguire le scorciatoie.
Il rapimento di Moro e l’eccidio di via Fani vennero a interrompere quel progetto di cambiamento.
L’inadeguatezza dell’Europa
Picariello racconta di tutte le stagioni dello statista. Arricchendo la stesura con fondamentali contributi del Moro – pensiero. Anche con la ripresa di alcune lettere che il presidente scrisse durante i 55 giorni di prigionia.
Infine, riportiamo appena un frammento di un discorso in cui Aldo Moro parla di Europa. Sembra scritto appena un minuto fa. Dice così: “Siamo per molti aspetti ancora indietro per la mancanza o insufficienza delle politiche comunitarie, l’inadeguato potere del Parlamento, le incompiute strutture di governo, le lacune di una politica estera veramente concertata… L’Europa è una grande occasione per noi, e soprattutto per le giovani generazioni”.
Perciò, è il tempo di liberare Moro per incontrare il pensiero fecondo di un grande statista. Che ha fatto della politica il luogo dinamico nel quale spendersi per esaltare la centralità della persona.