Byung-Chul Han incontra Simone Weil. Un pensiero libero per l’uomo digitalmente stordito

Parlare di Dio (Nottetempo), il saggio appena uscito del filosofo sud coreano da tempo in Germania, è il racconto di un dialogo scoppiettante, quanto mai intenso, tra l’autore e la filosofa e mistica francese, una delle personalità più originali del pensiero novecentesco. Un vero e proprio incontro maturato attraverso frammenti estratti dalla copiosa opera dell’intellettuale transalpina ispiratrice di Albert Camus e Maria Zambrano. Il testo incrocia i nodi più sensibili della riflessione weiliana con quelli dell’autore. Il cuore è l’uomo tra dimenticanza e ricerca di Dio. L’abbandono di Dio per seguire l’inganno delle ideologie totalitarie del Novecento si sposa perfettamente con le nuove tentazioni prodotte dagli imperi assorbiti dall’idolatria digitale. Ma c’è la strada per superare il profondo stato di crisi antropologica


05 giugno 2026
Editoriale

Byung-Chul Han

Sapessi com’è strano darsi appuntamento oggi con un saggio davvero singolare nel quale l’autore, il filosofo Byung-Chul Han, scrive le ragioni che lo hanno motivato a scriverlo: «Qualche tempo fa, Simone Weil è venuta a stare dentro di me. Si è sistemata nella mia anima. Ora continua a vivere e a parlare in me». Il saggio è il racconto di un incontro, una profonda amicizia, un’affinità elettiva con la filosofa e mistica francese, una delle intellettuali più originali del Novecento. Un incontro attraverso un confronto fra pensieri.
La voce di Weil si sente nelle numerose citazioni che lo studioso sudcoreano, da diversi anni trasferitosi in Germania, ha estratto dalle opere di quella brillante mente teologica e filosofica che ha ispirato personalità quali Camus, Zambrano e Agamben. Per animare un dialogo intimo intorno ad alcuni dei temi più cari a Weil, questioni che hanno arroventato la sua vita così densa nel suo essere donna di fede radicale, insensibile alle suggestioni ideologiche fra quelle più in voga. Byung-Chul Han ha reso gli argomenti weiliani titoli per ciascun capitolo: attenzione, decreazione, vuoto, silenzio, bellezza, dolore, inazione. Vere e proprie stazioni, vere e proprie soste per entrare dentro ad argomenti che sollecitano l’uomo a fare i conti con il significato vero del suo essere al mondo con la consapevolezza di non appartenervi, in ragione della realtà incarnata che rimanda in modo inequivocabile alla presenza del trascendente. Ecco perché il saggio porta come titolo un esplicito e affascinante Parlare di Dio per i tipi di Nottetempo.

Simone Weil e Byung-Chul Han

Un affetto profondo

Parlare di Dio è sempre un’ottima decisione. Leggendo il saggio – quasi mai il testo si inerpica lungo salite ostiche – si avverte in modo inesorabile come l’autore sia impegnato in una sua personalissima esperienza di fede che già si poteva cogliere in precedenti lavori, ma qui esplicitata con sincera partecipazione nell’interlocuzione con Weil con cui testimonia di aver sviluppato «un affetto profondo per i suoi pensieri». E dunque per la sua persona. D’altronde se così non fosse non avrebbe potuto nascere il dialogo divenuto saggio. Dove certe venature del buddismo di Byung-Chul Han hanno potuto essere accolte dal genio di Weil, forse la più aperta a quel pensiero e stile di vita.

@Fan Ho – Quarter to Four San Dian Jiu Zhong Huan Jie Shi -Hong-Kong-tra 1950-and-60 @courtesy of Blue

Uno stato di alterazione

In questo libro che ci porta lontano per farci sentire la densità del nostro essere persone abitate dal Mistero, si afferma la necessità di scoprire «la gioiosa pienezza dell’essere». Ciò che preme a Weil è null’altro che la salvezza. È la domanda al soprannaturale la ragion d’essere. L’esclusione dell’Altro scatenata dal collettivo totalitario (lei ha fatto esperienza diretta del nazionalsocialismo) trova vera resistenza nell’amicizia con l’altro che apre all’amicizia con il soprannaturale, presentimento e riflesso dell’amore divino. Senza amicizia con Dio non c’è l’amicizia degli uni con gli altri. Pensare così e scriverlo a chiare lettere è un salto di qualità.
Imbattervisi ora per la via proposta dal filosofo coreano è una salutare provocazione al tempo dell’inimicizia, dell’amicizia farlocca, dell’aperta ostilità verso la diversità.
I nuovi imperi stanno facendo buon uso della lezione impartita dai novecenteschi sistemi dittatoriali. Ne hanno aggiornato i temi tentando di plasmare un uomo sacerdote di sé stesso, venditore strepitante in una società mancante di compassione, digitalmente stordita. Si performa per compiacersi e compiacere.
Il quotidiano è la faglia della follia frammentaria, uno stato di alterazione dove sono i like a definire il benessere della persona. E quando «l’anima si trasforma in motore di ricerca» il più è fatto.  L’uomo incontra solo sé stesso e avvizzisce. Precisa Byung-Chul Han: «Un mondo digitalizzato è del tutto umanizzato, un mondo cioè che abbiamo per così dire ricoperto con la nostra retina, schermandolo dallo sguardo di Dio».

Da sinistra copertina del libro Parlare di dio Un dialogo con Simone Weil di Byung-Chul Han e Foto @Fan Ho

Il superamento della crisi antropologica

Questo umano troppo umano è divenuto un ibrido avendo assunto come modelli forme neoliberiste alimentate dalle spinte tecnocratiche. E così ha spento la domanda di libertà con quel che ne sta conseguendo. L’io ridotto soltanto a soggetto di prestazione è moribondo. Simone Weil direbbe che siamo tutti diventati adoratori di falsi idoli. Il Buono che desideriamo e supplichiamo è mero quantum senza vita: «Nessun essere umano sfugge alla necessità di concepire al di fuori di sé un bene verso il quale si volge il pensiero in un moto di desiderio, di supplica, di speranza. Quindi si può scegliere solo tra l’adorazione del vero Dio e l’idolatria».
Weil e con lei l’autore del saggio, certo non disperano che si possano superare le crisi antropologiche. Allora come ora. Non danno per perso l’uomo nella misura in cui l’uomo torni a fare spazio nella propria vita alla domanda di senso, alla trascendenza nell’immanenza, all’eternità già qui: «Iddio colma il vuoto».
Ecco il cammino che mette in discussione la piattaforma imperante del controsenso. Perciò Weil ci incita al rovesciamento, alla conversione. In modo da scoprire, scrive il filosofo Byung-Chul Han che «l’esperienza stessa di Dio è un’intensa esperienza di presenza».
Non conviene alzare il sopracciglio davanti a queste sollecitazioni ragionevoli, perché umanamente ragionevoli. Perché, avverte il filosofo «la digitalizzazione dell’esistenza mostra una volta di più come l’uomo diventi schiavo delle proprie stesse invenzioni».