C.S. Lewis: Il relativismo morale come radice della crisi antropologica

Adelphi riedita L’abolizione dell’uomodel grande scrittore, teologo, filosofo britannico. Un testo – edito per la prima volta nel 1943, in pieno conflitto mondiale – che mantiene originalità, freschezza nell’esposizione degli argomenti, acuta e provocante fotografia, nonché anticipazione di un declino dell’umano. Perché, scrive, «la verità, come la realtà, è diventata “negoziabile”».  Accettare la sfida di questo testo che contiene tre lezioni da lui tenute al King’s college di Newcastle è un confronto serrato, appassionante, per nulla accomodante con un pensiero che fa sobbalzare. Se lo si accosta da uomini che non intendono finire… “aboliti”


27 febbraio 2026
La profezia
di Marco Dotti

Viviamo in giorni che hanno fatto del relativismo morale il proprio presupposto silenzioso. Non più una tesi da argomentare. Non più pensiero debole contro pensiero forte. Ma un retroterra culturale diventato, oramai, comune. Lo si respira nelle aule universitarie, nei documenti istituzionali, nelle conversazioni. Anche le più educate. Dire che qualcosa è oggettivamente buono o cattivo suona, nel migliore dei casi, ingenuo. Nel peggiore, si è tacciati di autoritarismo. La verità, come la realtà, è diventata “negoziabile”.

Un sublime poco sublime

Questa rinuncia così disinvolta a ogni fondamento normativo della vita è precisamente ciò che C.S. Lewis (1898 – 1963), in un suo libro originariamente edito nel 1943, diagnosticava come il primo passo verso l’abolizione dell’umano.
Adelphi ripropone quel testo, L’abolizione dell’Uomo, nella sua Piccola Biblioteca, nella traduzione Edoardo Rialti. Una nuova edizione che subentra a quella storica di Jaca Book, curata da Franco Marano nel 1979. Il testo consta di tre conferenze tenute al King’s College di Newcastle nel pieno della guerra, mentre i giovani europei morivano per valori che i loro professori si affrettavano a dichiarare inesistenti. La provocazione lewisiana è tanto più efficace quanto più prende le mosse da ciò che è apparentemente basico: un manualetto di grammatica per le elementari, i cui autori — ribattezzati “Tizio e Caio” — insegnano ai ragazzi che definire «sublime» una cascata non dice alcunché sull’oggetto, ma solo sullo stato d’animo di chi parla. Lewis riconosce qui la cellula originaria di un soggettivismo spinto all’estremo, una vera metastasi culturale. Se nessun giudizio di valore riguarda il mondo allora l’educazione non è più chiamata a formare il carattere. Basta limitarsi a condizionare risposte emotive. Il risultato è devastante e Lewis lo sintetizza con una delle pagine più feroci della saggistica del Novecento: «Con una sorta di spaventosa semplicità rimuoviamo l’organo e pretendiamo la funzione. Produciamo uomini senza petto e ci aspettiamo da loro virtù e intraprendenza. Ridiamo dell’onore e ci stupiamo di trovare dei traditori in mezzo a noi. Castriamo e pretendiamo che l’animale sia fecondo».
Ecco l’immagine che dà il titolo al primo saggio e la chiave all’intero libro. Il «petto» — sede delle emozioni ordinate, del coraggio, della magnanimità — è l’elemento intermedio tra intelletto e appetito, ciò che fa dell’essere umano qualcosa di più di una scimmia ragionante. Sradicarlo significa produrre creature incapaci di virtù ma perfettamente esposte alla propaganda: uomini che non credono in nulla e che dunque crederanno a qualunque cosa.

C S Lewis R R Tolkien- The Inklings at Oxford University anni 30

Ingegneri dell’anima

Il secondo saggio, La via, spinge il discorso ancora più in là. Lewis chiama Tao l’insieme dei principi morali riconosciuti, con variazioni minime da ogni civiltà. Da Platone a Confucio, dal Levitico al Beowulf. Non un codice confessionale, ma il substrato normativo dell’umano in quanto tale. Chi attacca il Tao in nome del “progresso” o della “ragione” non fa che strappare rami dall’albero su cui è seduto. Ogni valore “nuovo” che pretende di autofondarsi è in realtà un frammento del vecchio ordine estrapolato e assolutizzato.
Ma è nel terzo saggio, quello che dà il titolo al volume, che la diagnosi lambisce i confini, sempre insidiosi, della profezia. Lewis spinge una tendenza culturale, il relativismo, fino alle sue conseguenze ultime, con la freddezza di chi costruisce un teorema. Il futuro che intravede è quello di un’umanità fabbricata a tavolino da tecno-elites: «I plasmatori d’uomini della nuova epoca saranno armati dei poteri di uno stato onicompetente e di una irresistibile tecnica scientifica: avremo infine una specie di Condizionatori che potranno davvero modellare la posterità nelle forme che vogliono».
Non tiranni nel senso classico del termine, ma ingegneri dell’anima. Una minoranza tecnocratica emancipata da ogni vincolo morale, che plasma l’umanità futura per mezzo dell’eugenetica, della propaganda e dell’educazione scientificamente calibrata. Quella che chiamiamo «conquista della natura» si rivela, al suo stadio finale, il dominio di pochi uomini su tutti gli altri – e la natura, ridotta a materiale inerte, ne è lo strumento. L’alternativa che Lewis pone è radicale e non ammette terze vie: «O siamo spiriti razionali obbligati per sempre a obbedire ai valori assoluti del Tao, o siamo semplice natura da plasmare e modellare in nuove forme per il piacere di padroni che non devono, per ipotesi, avere altro motivo che i loro impulsi “naturali”. Solo il Tao fornisce una comune regola umana di azione che può accogliere in se stessa dominatori e dominati insieme».

Una pura negazione di potere

La domanda che Lewis poneva ottant’anni fa – che cosa significa restare esseri umani? – è la stessa che oggi si agita, con meno chiarezza e più ansia, nei comitati di bioetica e nelle audizioni sulla regolamentazione dell’IA. Ma resta oramai senza fondamento. Il relativismo morale pare aver vinto ovunque. Ma non è mai stato un vezzo eccentrico uscito da qualche seminario di filosofia. L’errore è stato considerarlo tale. Questo relativismo è la matrice della crisi antropologica radicale, la premessa che rende ogni altra discussione sull’”umano” una pura negoziazione di potere.
Lewis lo sapeva. Noi, che viviamo nel mondo che lui descriveva come ipotesi, non abbiamo più il lusso di ignorarlo.