Che opportunità il nichilismo del tempo presente

Con il nichilismo del nostro tempo (Carocci) Il professor Costantino Esposito svolge un’indagine cronachistica per richiamare l’attenzione su un fatto: l’avvenuta mutazione del fenomeno nichilista rispetto alla sua vicenda classica. Non più fisiologia consolidata, abitudine divenuta pensiero dominante nel Novecento, ma una vicenda cruciale tornata a essere una questione aperta. E dunque fattore decisivo per accendere il bisogno umano del porsi le incancellabili domande di senso per vivere.


14 novembre 2025
Nulla è per nulla
di Enzo Manes

Tokyo, 1976 @Greg Girard

Ma il nichilismo l’ha avuta vinta, infine, la guerra agli ideali e a valori?

Affilate le armi taglienti e convincenti (Nietzsche, per dire, sapeva eccome il fatto suo da eccellente iconoclasta) a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo il nichilismo, di erosione in erosione, ha reso normale, consueto, quasi un attestato riconosciuto, il dominio di un pensiero e dunque di una cultura alquanto seria eretta a sistema. Non per nulla: dominante. Per la convincente attività di arrotondare, rendendo innocui e perciò ininfluenti se non addirittura sopravvalutati, gli spigoli delle domande di senso.
L’ha avuta vinta dunque il nichilismo, il nichilismo classico. Sembrerebbe di no. O almeno, l’oggi racconta sì della presenza del nichilismo ma sotto altre spoglie.
Nel nostro tempo sembra trasformatosi tornando, perciò, ad essere un problema, una questione aperta. «Paradossalmente oggi il nichilismo non sembra più consistere – come nella sua forma classica – in una perdita di valori e di ideali, ma piuttosto nell’emergere di un bisogno irriducibile (…) Il nichilismo del nostro tempo può essere paradossalmente una chance per la ricerca di un significato vero della nostra esperienza nel mondo». Così scrive il professor Costantino Esposito, emerito di Storia della filosofia e di Storia della metafisica all’Università di Bari Aldo Moro, nelle pagine che introducono il libro Il nichilismo del nostro tempo (Carocci editore).

Un bisogno ultimo

La sua proposta di viaggio si snoda in 18 capitoli nei quali si sofferma su problemi/criticità evidenti dettagliandole, legandole a domande “esperienziali”; facendoli vedere i problemi anziché analizzarli per filo e per segno. In una sorta di immedesimazione con il lettore e, al pari, una evidente simpatia per l’incontro con il pensiero di autori anche quelli, forse, a lui meno vicini. Un viaggio interessante, pungente e ricco di soste culturali laddove è parso di vedere, proprio in ragione di un volto sostanzialmente mutato del nichilismo, il riaffiorare degli spigoli, a motivo dell’insorgenza di un bisogno ultimo mai uscito per davvero di scena.
La scelta, per così dire, di una scrittura narrativaa supporto di un’indagine cronachistica non suona certo a detrimento del rigore filosofico.
La riflessione è sofisticata, la mutata postura contemporanea del nichilismo viene affrontata con esempi che tengono conto di tributi alla filosofia, al romanzo, alla poesia, ma anche alle serie televisive (efficace l’incursione nella prima stagione di True detective per ragionare di libertà che attraversa il buio difficile del nichilismo), così come un capitolo è dedicato al volto tecnico del nichilismo («E la responsabilità dell’uomo nei confronti della tecnica non parte più da una preoccupazione di tipo etico – questa al limite sarà una conseguenza – ma da una diversa, possibile consapevolezza di quello che ciascuno di noi “è” di fronte al pericolo di questa chiamata»)

Costantino Esposito e il suo saggio Il nichilismo del nostro tempo. Una cronaca, pubblicato da Carocci

Sulla Strada con McCarthy

In fondo, ci dice Esposito, si tratta di mettersi in ascolto di ciò che ci sta dicendo il nichilismo di un tempo, questo tempo, così tanto perturbato. Ma si tratta di un perturbato che potrebbe ancora turbare l’umano e dunque motivarlo a ritrovar sé stesso nella memoria dell’umano. Così riprendono quota le cose rispetto al niente. Così si avanza nel desiderio e nella speranza, e non si soffoca dentro l’esperienza del deserto che sembra aver fatto terra bruciato.
Ecco allora che l’autore chiama in causa il genio di Cormac McCarthy e il suo romanzo La strada. Una vicenda di sopravvissuti, di un padre e un figlio che hanno il cuore aperto, che procedono volendosi un bene dell’anima. Che affermano un bene quando tutto porterebbe a dire il contrario.
Il ‘non c’è nulla da fare’ parrebbe la sentenza, la fine di quel peregrinare affaticato, inutile. E invece no. Il loro legame è verità elementare, ancestrale, salda e fragile. Sembrerà strano ma loro vivono compiutamente momenti di vita, di rinascita, in quel deserto. Loro due ci sono. Si guardano, dialogano e vedono. Ma come vedono? Vedono il deserto che non li sta vincendo perché accesi da occhi vivaci, non disabituati all’abbandono delle domande. Vedono con occhi sensati. Non domina il nulla neppure lì dove sarebbe quasi ovvio. È in quel quasi che avviene qualcosa. È in quel quasi che prende corpo la salvezza. Salvezza che significa patto definitivo, che significa distacco che li unisce. E unisce. È la memoria dell’essere.

Esposito si affida alle parole di McCarthy per far risaltare la resistenza operosa dell’umano attraverso quella familiarità di nuovo conquistata passo dopo passo: «Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta bianca delle pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano e odoravano di muschio. Erano lucenti e forti e si torcevano su sé stessi. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva mettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano, ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero (and they hummed of mistery)».
McCarthy è illuminante: anche le trote di sorgente, come ogni cosa del resto, hanno le stimmate di un senso che le fa vibrare. Il senso del mondo è la vibrazione di quei salmerini. Nelle pieghe di quelle anonime e trascurate esistenze per dire delle pieghe di qualsiasi esistenza. E, scrive, Esposito: «Ma cercare di decifrare il significato di ciò che c’è resta sempre, poco o tanto, un labirinto: in esso ci si può perdere, perché può spezzarsi il filo che stiamo seguendo. Il mondo non è mai dato una volta per tutte, ma è dato in divenire, cioè si costituisce più o meno sensatamente grazie alla genialità di chi lo abita. Il genio del genere umano sta proprio in questa capacità di interpretare la realtà senza volerla e senza poterla mai “mettere a posto”, “sistemare” nei nostri schemi. Ma senza questo nostro sguardo essa non ci sarebbe neanche, sarebbe niente per noi. Solo uno sguardo attento può accorgersi del darsi misterioso – perché non scontato – delle cose rispetto al niente».

Io sono, urgenza di esperienza

L’ombra lunga del “nuovo” nichilismo sta segnando questo momento storico. E dunque le nostre vite. La sfida, perché di sfida si tratta, è allora sul terreno della comprensione e dell’intercettare. Che vuol dire cogliere i punti di luce che oggi si manifestano attraverso l’emergere di un bisogno. E si possono cogliere sollecitando l’intelligenza, la ragione, la conoscenza, la componente affettiva, la carnalità della vita, la gratitudine per l’essere nati, il desiderio di libertà, il desiderio di felicità. La libertà, la rinascita e la resurrezione della libertà. Sollecitazioni che sono questioni aperte, sollecitazioni che accendono le domande di senso, che restano così pregnanti nell’Occidente che viviamo.
Tali domande scuotono la già evidente instabilità del nichilismo contemporaneo. Un avversario ostico e comunque un alleato de facto indispensabile, prezioso, per ricollocare al centro della partita l’essere impegnato a strappare le carte di un gioco insidioso dalle mani del nichilismo abituato a tenere la mano.  Questo per dire che il nichilismo, lo si voglia o no, non è un incidente di percorso ma è una vicenda accidentalmente e incidentemente normale della nostra storia, perché è un affare assai concreto che riguarda la storia dell’essere. Da qui non si scappa. 
Abbiamo imparato e magari sperimentato che il nichilismo classico ha sgombrato il campo da idoli e affini rendendo, apparentemente, inutili e dunque ormai prive di significato le domande di senso. Il nichilismo del nostro tempo, afferma Esposito, non si presenta con il volto deciso di chi ha la consapevolezza di aver terminato l’opera di normalizzazione dell’insensato, di fine perciò del “problema”.  Ma per il nichilismo del nostro tempo quel problema che riteneva risolto una volta per tutte è tornato ad essere quel che doveva essere e cioè un problema.    Problema bruciante in un deserto che scotta ma che non è riuscito a bruciare ogni cosa. A fare il deserto. Quel problema, tornato ad essere un problema, apre a una possibilità; mostra una fessura dove possono di nuovo transitare le domande di sempre. Ecco perché unproblema così non può che tornare prepotentemente a riguardare l’umano. L’io sono, ovvero consapevolezza di sé mossa da un’urgenza di esperienza.