Chi pagherà i costi di una società di anziani (e senza giovani)?

L’inverno demografico è la spada di Damocle che certifica il declino del nostro Paese. I numeri sono impietosi. Ma siamo arrivati a questa drammatica situazione per diverse ragioni. In primo luogo per l’affermazione culturale di una visione individualistica. E per un progressivo atteggiamento di indifferenza. Oltre che per deficienze dei decisori politici. Ed è così che oggi appare irrealistico ipotizzare una ripresa delle tendenze demografiche


12 dicembre 2025
Demografia: una battaglia persa
di Gianfranco Fabi

L’Italia, insieme, ma ancor più degli altri paesi europei, è entrata in un inverno demografico a cui non potrà fare seguito alcuna primavera. Diminuiscono le nascite, diminuisce la popolazione, aumentano gli anziani e i giovani che emigrano. Non facciamoci illusioni. È inutile credere che sia ancora possibile una ripresa su tutti questi fronti.

Numeri negativi

I dati statistici parlano chiaro, ma non spiegano fino in fondo le ragioni del declino di un paese con sempre meno giovani e sempre più anziani. Nel 2024 le nascite sono state 370mila, registrando una diminuzione sul 2023 del 2,6%. I decessi sono stati 651mila. Il saldo naturale, ovvero la differenza tra nascite e decessi, è quindi ancora fortemente negativo (-281mila unità). Il tasso di natalità (il rapporto tra nascite e popolazione) si è attestato al 6,3 per mille, contro il 6,4 del 2023. I nati di cittadinanza straniera, il 13,5% del totale, sono stati quasi 50mila, 1.500 in meno rispetto all’anno precedente.
Il tasso di fecondità (numero di figli per donna in età feconda) nel 2024, si è fermato a quota 1,18 inferiore a valore del 2023 (1,20) e al precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995. E tutto lascia credere che anche nel 2025 vi sarà un record negativo con un tasso di fecondità che, sulla base dei primi sette mesi, difficilmente supererà quota 1,15.
Al di là di cifre e percentuali la realtà è quella di un’Italia in cui si fanno sempre meno figli mentre aumentano le classi di età più anziane con una speranza di vita che fortunatamente dopo la pausa del Covid è tornata a crescere ed è arrivata a 81,4 anni per gli uomini e in 85,5 anni per le donne. Al Nord si vive più a lungo che al Sud con il Trentino-Alto Adige ai primi posti tra le regioni.
L’Italia perde abitanti anche perché cresce l’emigrazione, sia dei giovani, in cerca di migliori prospettive di lavoro, sia di anziani, pensionati per migliorare la qualità della vita (e pagare meno tasse). Nel 2024, su 156mila espatri di cittadini italiani, circa un terzo appartiene alla fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni, 52mila giovani in gran parte diplomati e laureati.

La storia della natalità in Italia parla chiaro. C’è stato il periodo del baby boom dopo la guerra con le annate 1964, ’65, ’66 in cui il numero delle nascite ha superato quota un milione. Poi è iniziata la discesa, prima lenta (910mila nel 1974) poi più rapida (570mila nel 1990) a cui è seguita una sostanziale stabilità soprattutto grazie alla maggiore fecondità delle donne immigrate. Ma nel 2015 si è scesi per la prima volta sotto quota 500mila e la discesa, come abbiamo visto, è continuata e forse potrà rallentare, ma non sarà possibile fermare.
Sono numerosi i parametri che segnalano questa dinamica, pericolosa per gli equilibri sociali e finanziari.
Cresce l’età in cui si ha il primo figlio. Nel 2000 le donne diventavano madri per la prima volta intorno ai 28 anni, mentre ora l’età media è salita a 32,6 anni, con punte oltre i 34 anni nelle grandi città. E questo vuol dire che sempre più spesso ci si ferma al figlio unico. È quanto accade per il 35% delle donne a cui si può aggiungere un 25% di donne che di figli non ne ha nessuno.
Diminuisce il numero di donne in età feconda. Le classi di età nate tra il 1990 e il 2005 (quindi tra i 20 e i 35 anni) sono la metà di quelle degli anni del dopoguerra. Questo vuol dire che se anche si ritornasse a tassi di fecondità tali da garantire la stabilità (quindi 2,1 figli per donna) il numero delle nascite sarebbe comunque drasticamente inferiore a quello del baby boom.
È in continua flessione il numero dei matrimoni. Nel 2000 se ne sono celebrati 280mila. Sono scesi a 246 mila nel 2005 e a 217 mila nel 2010. E’ vero che i figli non nascono solo nel matrimonio, ma in qualche modo costituire una famiglia è un passo che vede nella maternità uno sbocco naturale.
Diminuisce la fertilità maschile. Gli uomini italiani sono i papà “più vecchi” d’Europa: il primo figlio arriva mediamente dopo i 35 anni e con l’avanzare dell’età aumenta anche la quantità di danni al Dna spermatico e il rischio di una vera e propria infertilità. Anche per questo è in aumento la fecondazione assistita con oltre centomila trattamenti all’anno con un terzo di risultati positivi.

L’inutile bacchetta magica

Si potrebbe continuare a snocciolare numeri e statistiche, così come prospettive e previsioni. La realtà è quella di un paese in declino dove le pur volenterose politiche per la natalità non riescono a modificare le tendenze di fondo. Anche perché non esistono bacchette magiche che possano invertire la tendenza di un fiume che scorre lento, ma inesorabile.
Va quindi bene l’assegno unico universale (dai 50 ai 180 euro al mese a seconda del reddito familiare), vanno bene i maggiori congedi parentali, così come nuovi asili nido utilizzando i fondi europei. Ma i nodi strutturali restano: le difficoltà economiche per le nuove famiglie, i bassi salari nei primi anni lavorativi, gli alti costi degli affitti soprattutto nelle grandi città, la difficile conciliazione tra lavoro e famiglia, la bassa percentuale di donne al lavoro (nei paesi in cui è più diffuso il lavoro femminile è più alta la natalità).
Negli ultimi anni è certamente cresciuta l’attenzione verso i problemi demografici, ma la complessità del tema sembra tenere lontano un intento troppo impegnativo. Anche perché i demografi affollano la loro analisi con proiezioni al 2050 e oltre, proiezioni che appaiono come studi teorici e accademici più che veri e propri segnali di allarme. Invece le conseguenze del calo delle nascite cominciano a vedersi qui ed ora. E quindi per contrasto verso le prospettive apocalittiche spesso sembra prevalere l’indifferenza. Come scriveva Blaise Pascal: “Gli uomini non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci”.
E tra i fattori che l’indifferenza tende a far dimenticare ci sono le dimensioni politiche, sociali e culturali dell’inverno demografico.
Il baby boom degli anni ’60 si è sviluppato anche se è mancata da parte dei governi di allora, imperniati sulla Democrazia cristiana, una vera e propria politica demografica. Sia perché non ce n’era bisogno dato che il vento della ricostruzione e l’aria del miracolo economico trainavano anche le scelte familiari. Sia perché le politiche demografiche erano state uno dei punti forti di un fascismo da cui bisognava in ogni modo prendere le distanze.
Molto è cambiato negli anni ’70. Insieme alla crisi economica (ricordate le domeniche a piedi…) è esplosa la stagione dei cosiddetti diritti civili: con divorzio e aborto, approvati non solo a livello parlamentare, ma anche con due referendum popolari. Il mondo cattolico si è trovato spiazzato di fronte ad una ideologia sempre più dominante basata sulla difesa dei diritti individuali al di sopra e al di fuori dei tradizionali valori sociali. Sull’onda pseudo-liberista del non negare ad altri scelte e possibilità, anche se queste sono contrarie ai propri valori, si è aperta la strada ad un relativismo individualista in cui hanno trovato sempre meno posto la genitorialità, lo spirito di sacrificio, la stabilità dei rapporti interpersonali.

Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella nel suo forte richiamo sul tema della natalità

Battaglia persa?

In questa dimensione appare quasi impossibile oltre che politicamente scorretto rimettere in discussione una laicità dello Stato che ha trasformato i diritti in valori e che sostiene l’orgoglio (pensiamo al “gay pride”) di chi non riconosce la differenza naturale tra maschi e femmine. Avanza così, anche e soprattutto tra i giovani, quella cultura dominante, dove c’è poco spazio per contrastare un individualismo che non riconosce l’apporto positivo di relazioni che trovano la propria espressione più alta nell’essere partecipi della creazione: donando la vita.
È così che il calo delle nascite, che non ha solo un’origine solo economica, potrà avere riflessi finanziari molto pesanti per l’intera società. Anche perché la politica sembra non rendersi conto degli effetti che avranno i sempre più rapidi cambiamenti nella struttura sociale. Più anziani vuol dire doverosamente maggiore spesa pensionistica e sanitaria, meno giovani vuol dire meno entrate fiscali e meno contributi previdenziali.
Anche se l’età pensionabile “legale” è di 67 anni, l’età effettiva a cui si va in pensione in Italia è ancora attorno ai 64 anni, tra le più basse d’Europa. E allora, per esempio, appare surreale la richiesta, portata avanti all’interno della legge finanziaria, di bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita, come peraltro previsto dalla Legge. Creando un onere crescente per le generazioni future, forse perché hanno il difetto di non poter far pesare il loro giudizio al momento del voto.
E con queste premesse quella per una ripresa delle tendenze demografiche appare fin d’ora una battaglia persa.