Cisgiordania: fronte di guerra che fa troppo poco rumore

A “Ovest del Giordano” c’è un territorio abitato da sei milioni di palestinesi. Lì c’è un conflitto in corso da anni acceso dalla presenza invasiva e violenta dei coloni israeliani con la complicità dell’esercito. Una terra sotto continua pressione. Vittima di abusi in serie. Negli ultimi tempi si è alzato il livello dell’aggressione. Anche gli Usa si dicono preoccupati e premono su Tel Aviv. Il cardinale Pizzaballa, assai preoccupato, dice che “non si può pensare di pacificare Gaza e dimenticare quanto accade in Cisgiordania… La questione palestinese è un tutt’uno…»


14 novembre 2025
Terra abusata
di Andrea Avveduto

Colono israeliano in Cisgiordania

Un altro fronte di guerra, più subdolo, più nascosto, più dimenticato. È la Cisgiordania (letteralmente “a ovest del Giordano”), un territorio abitato da sei milioni di palestinesi dove non esistono tregue, e il conflitto in corso fa le morti più silenziose. Strade chiuse a singhiozzo, check-point che diventano confini mobili, villaggi circondati da nuove barriere, una geografia che ogni mese diventa più frammentata. La violenza dei coloni cresce, spesso impunemente; l’esercito a volte interviene per “stabilizzare” la situazione, ma i numeri parlano chiaro: degli abusi denunciati nell’arco degli ultimi vent’anni, solo il 3% è stato effettivamente riconosciuto e punito. E secondo l’Onu, tra il 7 e il 13 ottobre scorso si sono contati più di settanta attacchi in Cisgiordania: metà legati all’olivicoltura, distribuita in 27 villaggi, con alberi danneggiati, furti di olive e aggressioni ai raccoglitori.
I feriti sono più di un centinaio e nel paesino Deir Jarir, vicino Ramallah, un uomo è stato ucciso. A Beita, vicino Nablus, i coloni vengono visti accanto ai soldati mentre lanciano lacrimogeni su contadini e attivisti impegnati nella raccolta. Nello stesso villaggio, il 6 settembre 2024, l’attivista turca Aysenur Ezgi Eygi, 26 anni, è stata uccisa da un proiettile alla testa sparato dall’esercito durante una protesta. Per il vicesindaco Mohammed Hamayel, gli episodi di due settimane fa sono stati «gli attacchi più violenti, brutali ed estremi» degli ultimi anni.
La pressione a cui sono sottoposti colpisce soprattutto le donne. Un rapporto di Miftah mostra che, tra 260 intervistate, l’82,7% ha subito aggressioni nei campi e il 17,3% in casa. Il picco coincide con il raccolto delle olive: si va da aggressioni fisiche (il 30,4% dei casi) e restrizioni d’accesso ai terreni (33,1%) a distruzione dei raccolti (47,6%) e furti di olive o attrezzi (30,1%). Le conseguenze sono perdite economiche (42,7%) e danni alle abitazioni (44,8%), oltre a degrado ambientale (13,2%), paura, traumi e sfollamento (17,6%). 

Insediamenti-illegali-israele-palestinesi

Un pericoloso salto di qualità

Il quadro generale degli insediamenti aiuta a capire i motivi di queste violenze ripetute: nel 2025 il governo israeliano ha approvato nuove colonie a ritmi record e i coloni hanno moltiplicato gli avamposti informali, spesso regolarizzati a posteriori. A fine agosto è arrivato il via libera definitivo al progetto E1 (3.400 nuove unità tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim, con ulteriori 4.200 a Ma’ale Adumim e altri investimenti infrastrutturali), un intervento che di fatto taglia in due la Cisgiordania e isola i principali centri palestinesi, rendendo più remota la contiguità territoriale di un futuro Stato palestinese. «Uno Stato palestinese non verrà creato. Questo posto è nostro», ha detto Benjamin Netanyahu inaugurando un insediamento in West Bank a metà settembre.
La regia politica è in larga parte nelle mani di Bezalel Smotrich: il ministro delle Finanze, riferimento del movimento dei coloni, ha accelerato autorizzazioni per nuove costruzioni, zone industriali, un grande parco solare e l’ampliamento della strada 60. Nel maggio 2025 il governo ha istituito 22 nuovi insediamenti in una sola delibera; le unità abitative approvate nel 2025 sono 24 mila (il doppio dell’anno precedente) e gli avamposti sorti quest’anno sono circa 60, otto volte la media degli anni scorsi.
Sul terreno, oltre agli insediamenti, pesano le operazioni militari: dall’inizio dell’anno le forze israeliane hanno occupato stabilmente tre campi profughi (Jenin, Nur Shams e un’area presso Tulkarem), sfollando complessivamente circa 40 mila residenti e demolendo centinaia di edifici per aprire passaggi ai mezzi militari.

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and Finance Minister Bezalel Smotrich

Le testimonianze raccolte dalle Ong israeliane denunciano un “salto di qualità” nella violenza e nella partecipazione di personale armato: «Assistiamo a un enorme aumento nel numero di incidenti, nella loro brutalità, nel numero di coloni che vi prendono parte e nel modo in cui l’esercito vi prende effettivamente parte», spiega Yair Dvir della ONG B’Tselem.
«Si vedono soldati in uniforme e armati che partecipano ai furti o che non partecipano, ma semplicemente se ne stanno in disparte, vedono la violenza e non fanno nulla». Nei primi sette mesi del 2025 l’Onu ha annotato più di 930 attacchi di coloni con vittime o danni materiali, e almeno 3.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case nell’Area C (sotto totale controllo israeliano).
Il collasso del turismo religioso ha svuotato Betlemme e Gerico; Nablus e Hebron vivono cicliche operazioni militari; le aree agricole soffocano tra strade riservate e recinzioni. Il pendolarismo verso Gerusalemme è un privilegio per pochi; per molti altri (i coraggiosi che saltano dal muro di separazione per pochi shekel al giorno) è una lotteria quotidiana.

Le responsabilità dell’ANP

Il quadro politico – da ambo le parti – non aiuta. In ottobre la Knesset ha discusso – e in via preliminare fatto avanzare – una mozione per «applicare la sovranità» israeliana alla West Bank, mentre da Washington sono arrivati avvertimenti: per l’amministrazione statunitense un’annessione metterebbe a rischio la fragile cornice negoziale legata al piano su Gaza.
La pressione americana, con visite ravvicinate dei suoi massimi esponenti, ha ribadito che un passo unilaterale sulla Cisgiordania costerebbe a Israele il sostegno degli Stati Uniti. E un piccolo passo indietro è stato fatto, anche se il quadro è stato fortemente compromesso. Sullo sfondo di una situazione politica e militare fragilissima, l’Autorità Palestinese porta addosso accuse che tornano come un ritornello: corruzione e clientelismo che corrodono la fiducia, una stretta sempre più autoritaria sul dissenso — con arresti e intimidazioni a giornalisti e attivisti —, e una legittimazione politica indebolita dall’assenza di elezioni nazionali ormai da anni. A peggiorare il clima c’è il coordinamento di sicurezza con Israele, percepito da molti come una resa strutturale, mentre resta controverso il sistema dei sussidi a prigionieri e famiglie dei caduti, che l’ANP ha promesso di riformare senza riuscire finora a spegnere le polemiche. In mezzo a questo quadro, la distanza tra istituzioni e società si allarga: la gente chiede protezione e rappresentanza, e riceve solo procedure e decreti.

Card. Pierbattista Pizzaballa e il patriarca della Chiesa ortodossa Teofilo III esprimono vicinanza ai fedeli vittime di attacchi sistemici e mirati che si vanno intensificando

Una cultura nuova

Gaza e Cisgiordania rimangono due quadri distinti e allo stesso tempo inseparabili. Il Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, lo ha ricordato anche in questi giorni: «Non si può pensare di pacificare Gaza e dimenticare quanto accade in Cisgiordania… La questione palestinese è un tutt’uno… Bisogna anche capire dove sta andando la società israeliana».
Per aprire davvero un nuovo capitolo servirà un cambiamento nelle leadership: «Se vogliamo davvero qualcosa di nuovo, servono volti nuovi… Senza una nuova visione dentro Israele, e senza una leadership palestinese forte e riconosciuta, sarà difficile arrivare a una soluzione stabile». Non tanto come un atto calato dall’alto, ma come percorso quotidiano fatto di educazione, responsabilità civica, dialogo tra comunità e “nuovi testimoni” capaci di un linguaggio diverso dall’odio. Una cultura nuova che coinvolge scuola, politica, media e vita sociale.