Crans Montana e La Spezia: per i ragazzi servono compagni di viaggio
Un prof di un istituto tecnico avvia un dialogo in classe dopo i fatti terribili di Crans Montana e La Spezia. Discussione per nulla facile, eppure necessaria. Perché tocca il tema della morte. Perché tocca il tema della vita. Un confronto sincero che non può mettere le cose a posto. A suo modo un’ora di lezione dove emerge il tarlo della solitudine dei giovani. E la domanda di adulti che si mettano in gioco per far loro compagnia
30 gennaio 2026
Questione di senso
di Paolo Covassi
Ora buca. Ne approfitto per svolgere quelle incombenze burocratiche e sostanzialmente inutili che sono sempre più parte del nostro lavoro.
Mentre sono in giro per i corridoi a caccia di colleghi suona la campanella. Strano, non è il cambio dell’ora. Guardo l’orologio: le undici. Certo, ora mi ricordo… il minuto di silenzio per le giovani vittime dell’incendio a Crans –Montana. Mentre passo guardo dentro le aule: in una classe i ragazzi si sono alzati in piedi, in un’altra sono seduti ma il silenzio è totale. Incredibile.
Qualcuno aveva sommessamente sbuffato quando è girata voce di questa iniziativa, invece sembra proprio che i ragazzi rispettino il minuto di silenzio.
Esperienze in maschera
Pochi giorni dopo un’altra notizia scuote il mondo della scuola: un ragazzo di un istituto tecnico di La Spezia viene accoltellato e, poche ore dopo, muore. Qualche foto sui social e una gelosia malata pare siano alla base di questo gesto… ma può esserci un motivo valido per uscire di casa con un coltello nello zaino? Passa qualche giorno e in tv e sui giornali è un delirare di commenti, spesso proposti da gente che l’ultima volta che è entrata in una scuola è stato per il proprio esame di maturità… il che non vuol dire che non abbiano diritto di parola, per carità, ma è evidente che parlano “per sentito dire”, di una realtà che non conoscono.
Un amico mi suggerisce un articolo di Eraldo Affinati che, parlando dell’adolescenza, scrive: «Se, durante questa delicata fase di esperienze in maschera, non si hanno di fronte adulti stabili ed equilibrati, pronti a recitare il ruolo del nemico, stabilendo il necessario circuito dialettico, il giovane più vulnerabile […] resta da solo a fronteggiare il tumulto emotivo che lo scuote». Tutto assolutamente sottoscrivibile, ma a mio modestissimo parere manca un passaggio: il desiderio dell’adulto di implicarsi con chi ha di fronte. E lo dico a ragion veduta perché, spesso, è l’atteggiamento che ho io.
Quando sentite queste cose…
Così qualche giorno dopo entro nella mia quinta e chiedo: “Sono successi fatti importanti, gravi, che riguardano ragazzi come voi… quando sentite queste cose come reagite?” Generalizzando potremmo dire che la risposta è: apatia.
Le risposte sono timide, poche e impacciate. Qualcuno si “giustifica” sottolineando la distanza di questi fatti, come dire, finché una cosa non mi tocca direttamente non la prendo in considerazione.
Poi parte, immancabile, la deriva giustizialista: “se ci fossero pene certe e severe queste cose non accadrebbero”. Argomento fin troppo semplice da confutare, visto che anche nei paesi più rigidi da questo punto di vista i crimini non mancano, però mi colpisce come resti sempre presente la tentazione di costruire una società “perfetta”, dove facendo fuori la libertà (anche violenta, purtroppo) del singolo si risolvono tutti i problemi.
Cerco di ricondurre su un piano più personale la discussione, ma mi rendo conto che è difficile per i ragazzi paragonarsi, lasciarsi interrogare da quello che accade. Allora provo a farlo io per primo, a raccontare quello che è accaduto a me quando avevo la loro età: la perdita tragica e improvvisa di una nostra amica e la frase del mio prof di italiano: questa morte non ha senso.
Le parole del vescovo di Crotone
Racconto la rabbia e l’incapacità di ribattere a questa affermazione, sentivo con tutto me stesso quanto fosse sbagliata quella frase ma non capivo perché. L’ho capito diverso tempo dopo: se la morte non avesse senso non ne avrebbe neanche la vita. Le facce e le frasi dei miei ragazzi mi confermano quanto sia difficile stare di fronte a una simile affermazione, figuriamoci viverla.
“Infatti – aggiungo – non è possibile stare da soli, occorre avere delle persone accanto, degli amici che ci aiutino a guardare tutto ciò che accade chiedendoci quale sia il senso che, per quanto misterioso, non può non esserci. Tutto di noi grida di questo significato, quindi le possibilità sono solo due: o la vita è un’inutile corsa nel nulla, oppure in qualche modo una risposta c’è”.
Mi viene in mente un passo dell’omelia che il vescovo di Crotone, Alberto Torriani, ha tenuto per il funerale di Chiara, una ragazza morta nella tragedia in Svizzera e la leggo: «Oggi chiediamo solo questo: la forza di trovare qualcosa fuori di noi che ci rimetta in cammino. Perché dentro di noi, oggi, troviamo solo cenere e vuoto».
Dentro di me sono soddisfatto, penso di aver trovato il punto di leva per scardinare la corazza, ma la reazione dei ragazzi mi schiaffeggia: “Sì prof, bello, ma non è che ci sia sempre qualcuno con cui parlare”, “e poi bisogna avere la forza di affrontare da soli le situazioni”, “esatto, se c’è qualcosa che non va decido di cambiare e lo faccio”.
Resto spiazzato, provo a dire che mi sembra difficile non avere qualcuno di fianco a noi, e poi, parlare è un aspetto importante ma non è quello decisivo… ma dove non cedono di un millimetro è sulla necessità di essere capaci di affrontare e risolvere da soli ciò che accade. Su questo non sentono ragioni: con l’amico ci parli, ti sfoghi, ma poi sei solo ad affrontare la vita.
Come uscire da questo stallo?
Finisce l’ora, non è andata come pensavo, ma i ragazzi sono contenti e me lo dicono in modo che si capisce che è vero, non è “solo” perché non abbiamo fatto lezione… qualcuno addirittura propone di avere più spesso questi confronti, di parlare di “filosofia” (siamo pur sempre in un istituto tecnico…), alcuni uscendo continuano a parlare animatamente.
Alessandra aspetta che tutti escano e mi si avvicina: “Lo sa prof, a me è andata proprio così: ho avuto una grossa questione e l’ho affrontata da sola. L’ho superata”. Me lo dice con gli occhi lucidi, stringendo i libri tra le braccia, poi abbassa lo sguardo e se ne va. “Ale – la chiamo – ritieniti abbracciata!” Mi lancia un sorriso incerto ed esce.
La discussione, quegli occhi lucidi, il sorriso mi rimbalzano in testa. Davvero i nostri ragazzi sono così soli? L’amico è quello che ti ascolta, punto.
Adulti? Non pervenuti. Si vince o si perde da soli, con la propria forza di volontà come unico rimedio. Come fare? Come uscire da questo stallo?
Per me non è stato così e non lo è tutt’ora. Ma come far loro compagnia? Servono “adulti stabili ed equilibrati” diceva Affinati, ma ora capisco che non basta. Servono compagni di viaggio.