Damiano Palano: “La crisi del diritto internazionale è soprattutto la grave crisi della diplomazia”

Viviamo il tempo drammatico e interrogativo del disequilibrio pericoloso del mondo. I pilastri fondamentali che fin qui hanno regolato, non senza tensioni e conflitti, le relazioni internazionali, appaiono sempre più fragili e sotto attacco. “La crisi attuale non dipende soltanto dal fatto che alcuni Stati siano tornati a utilizzare apertamente la forza per fini di conquista, come nel caso della guerra russo-ucraina. Quel passaggio è stato piuttosto l’emersione visibile di un indebolimento graduale delle regole sull’uso della forza”. Urge un realismo della prudenza più che della ricerca di potenza. Parla il professor Damiano Palano, ordinario di filosofia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore di ASERI, l’alta scuola di economia e relazioni internazionali  


27 febbraio 2026
Nazioni disunite
Conversazione con Damiano Palano a cura di Nicola Varcasia

United Nations Headquarters in New York City view from Roosevelt Island

C’era una volta la diplomazia. E il diritto internazionale. Con l’idea di un (disequilibrato) ordine mondiale a trazione statunitense in grado di gestire i conflitti del nostro pianeta.
Oggi quell’intreccio appare inadeguato di fronte a ciò che accade. Per citare solo due episodi, mentre svolgiamo la conversazione con Damiano Palano, professore ordinario di filosofia politica all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore di Aseri, l’alta scuola di economia e relazioni internazionali, si sta riunendo il cosiddetto Board of Peace per la ricostruzione di Gaza, mentre lo scandalo Epstein potrebbe travolgere un’istituzione secolare come la monarchia inglese. Difficile ragionare a “bocce ferme”. Ma .CON nasce esattamente per pensare e andare al largo.

Professor Palano, il diritto internazionale sta cambiando pelle?

Partiamo da un punto fermo: il diritto internazionale è convenzionale ed è qualcosa di profondamente diverso dal diritto interno. Non esiste un’autorità sovrana superiore agli Stati capace di imporre il rispetto delle regole. Tutto è fondato sul loro impegno ad attenervisi.

La sua non “graniticità” a molti di noi probabilmente sfugge.

Ci appare meno evidente perché, dopo il 1945, le Nazioni Unite hanno coltivato l’ambizione di svolgere una funzione di “stato mondiale”: la Carta dell’ONU prevede la possibilità di autorizzare interventi contro gli Stati che violano le norme fondamentali, in particolare contro chi ricorre alla guerra di aggressione.

La strada era tracciata.

L’impressione di essere vicini a una “polizia internazionale” si è rafforzata dopo il 1989. La fine della Guerra fredda e interventi come quello contro l’Iraq nella prima guerra del Golfo hanno dato l’idea che stesse emergendo qualcosa di simile a un embrione di governo mondiale. Ma si trattava, almeno in parte, di un’illusione ottica.

Perché?

Quel momento storico era reso possibile da equilibri molto fragili: la Russia post-sovietica era troppo debole per esercitare un ruolo globale, la Cina era ancora agli inizi della propria ascesa e gli Stati Uniti restavano l’unica vera superpotenza. Perciò la crisi di cui oggi parliamo è soprattutto la crisi del modello di diritto internazionale affermatosi negli ultimi 35 anni e del ruolo delle Nazioni Unite.

Votazione alle Nazioni Unite per la condanna dell’invasione Russa? Ap

Stiamo tornando a una fase “pre-ONU”?

Non va dimenticato che prima del 1945 – e ancor più, prima del 1919 – esisteva un diritto internazionale che non vietava in modo generale il ricorso alla guerra da parte degli Stati. Non si tratta certo di auspicare un ritorno a quel passato, ma di ricordare che l’idea di un diritto internazionale capace di impedire la guerra è una costruzione storica relativamente recente e, come tale, non irreversibile.

Che cosa è successo nel frattempo? 

Ad essere andate in crisi sono le regole sull’utilizzo della forza. La guerra, ovviamente, non era scomparsa negli ultimi 35 anni. Tuttavia, soprattutto nelle aree centrali del sistema internazionale, il divieto di ricorrere alle armi per risolvere le controversie era stato sostanzialmente rispettato. Nelle aree periferiche la conflittualità non è invece mai scomparsa.

Quando l’equilibrio ha iniziato ad incrinarsi?

Dopo l’11 settembre, con la guerra globale al terrorismo, abbiamo assistito a un aggiramento delle regole sull’uso della forza da parte di diversi attori, in primo luogo, gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali. Poi ne hanno approfittato anche altri Stati, a cominciare dalla Russia, con la guerra in Cecenia. Si è progressivamente affermata una modalità di impiego della forza che, pur non presentandosi come guerra esplicita, comportava l’utilizzo sistematico di strumenti militari. Il fenomeno è esploso negli ultimi cinque anni, ma era già innescato.

Cioè?

Nel corso degli ultimi 25 anni molti Stati hanno fatto ricorso a strumenti cosiddetti “ibridi”, che non solo combinano mezzi militari e non militari, ma permettono anche di sfumare o occultare la responsabilità diretta di chi li compie. Pensiamo al sostegno a gruppi armati, al terrorismo, agli attacchi alle infrastrutture critiche o alla disinformazione.

Con quale risultato?

La progressiva erosione della capacità del diritto internazionale di contenere la violenza. La crisi attuale non dipende soltanto dal fatto che alcuni Stati siano tornati a utilizzare apertamente la forza per fini di conquista, come nel caso della guerra russo-ucraina. Quel passaggio è stato piuttosto l’emersione visibile di un indebolimento graduale delle regole sull’uso della forza. Favorito anche dalla trasformazione delle tecnologie, che consentono di colpire, destabilizzare e influenzare senza necessariamente mettere “gli stivali sul terreno”.

Questa evoluzione è solo il frutto di scelte politiche contingenti?

In realtà, è l’espressione di una profonda trasformazione degli equilibri internazionali, destinata ad accentuarsi. Nel Consiglio di sicurezza dell’ONU siedono le vincitrici della Seconda guerra mondiale, con l’aggiunta della Cina, che non rappresentano più l’insieme delle grandi potenze attuali. Restano escluse realtà come l’India, con il suo enorme potenziale demografico e nucleare. O il Brasile, potenza regionale in un’area strategica. L’Africa non ha alcuna rappresentanza permanente. Questo squilibrio e il meccanismo dei veti rendono sempre meno credibile un ruolo più incisivo del Consiglio di sicurezza. Inizio moduloFine modulo

Ci si aspetterebbe che a mettere in discussione l’ONU siano le potenze emergenti, escluse o sottorappresentate nell’attuale assetto. E invece è proprio Washington a farlo.

In parte è una reazione comprensibile: se altri Stati mostrano di non sentirsi più vincolati dal diritto internazionale, anche gli Usa possono ritenere di non dover accettare limiti che riducano la loro libertà d’azione. Anche per ragioni di politica interna, gli Stati Uniti non mancano mai di ribadire di essere i principali finanziatori delle organizzazioni internazionali, rivendicando un trattamento coerente con il loro peso.

Non era già accaduto in passato?

Gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto un atteggiamento selettivo verso i trattati internazionali. Ad esempio, con la mancata adesione alla Corte penale internazionale, grazie alla quale Washington non intendeva esporsi a vincoli che avrebbero potuto limitare le sue operazioni militari all’estero. D’altra parte, l’ordine internazionale degli ultimi decenni si è fondato sull’egemonia americana: gli Stati Uniti ne erano il principale garante e, al tempo stesso, il principale beneficiario. Il commercio globale, la centralità del dollaro, la sicurezza garantita agli alleati occidentali sono stati pilastri di questo sistema.

Che cosa accade quando il garante dell’ordine mette in discussione le regole?

In ogni ordinamento esiste una tensione tra la norma e il potere che la sostiene. Il “sovrano” è chiamato a rispettare le leggi, ma tende a considerarsi autorizzato a superarle in situazioni eccezionali, soprattutto se ritiene di agire per preservare l’ordine stesso. Nel caso attuale, però, la spinta sembra andare oltre l’eccezionalità. Con la stagione trumpiana, le scelte di politica interna e l’uso sistematico della minaccia contribuiscono a indebolire un ordine internazionale già fragile, mettendo in discussione quel poco di coesione che ancora rimane.

Il “bullismo diplomatico” innescato da Trump è solo una caratteristica del personaggio o l’esito dei profondi cambiamenti in corso?

Direi entrambe le cose, perché Trump estremizza tutte le tendenze in atto. Ma la crisi del diritto internazionale, che è soprattutto una grossa crisi della diplomazia, non dipende soltanto dalla personalità di Trump. È anche il risultato delle trasformazioni tecnologiche che tendono a spettacolarizzare la gestione della politica estera.

In che senso?

Assistiamo ogni giorno a momenti mediaticamente molto “attrattivi”, ben diversi da quelli in cui la diplomazia tentava di risolvere le controversie senza trasformarle in risse da bar. Se in un momento di transizione geopolitica, la crisi del diritto internazionale ce la potevamo aspettare, quella diplomatica è un fatto aggiuntivo per certi versi ancora più preoccupante.

Yannis Bekharis Greek ιάννης Μπεχράκης nato il 29 Agosto 1960 morto il 2 Marzo 2019 E’ stato uno dei più grandi e amati photoreporter morto prematuramente di cancro, Senior editor di Reuters. Ha segnato lo sguardo ai teatri delal crisi in Grecia, profughi del mare della rotta mediterranea, dei migranti e rifugiati tra Afghanistan Turchia e Croazia e molto altro

Perché mina la possibilità del dialogo fra gli Stati?

Certo, e anche perché allontana la possibilità di trovare dei compromessi necessari, sebbene non immediatamente graditi all’opinione pubblica. Quando si deve concludere una guerra, nessuna delle parti sarà soddisfatta senza una vittoria netta sul campo. La diplomazia serve proprio a questo. Rendere visibili e spettacolarizzare tutte le fasi della trattativa può essere molto pericoloso. Al pari, però, delle dichiarazioni dei leader europei, ad esempio quando si accusano reciprocamente di varie inadempienze.

Che cosa realisticamente ci possiamo aspettare dall’Europa?

I rivali dell’Europa si aspettano che l’Unione si disgreghi al proprio interno. La Russia di Putin, la Cina e in parte gli Stati Uniti vedrebbero bene che un attore così anomalo come l’Unione Europea si dissolvesse. Quello che l’Europa dovrebbe fare è esattamente l’opposto.

Come?

Rafforzando la propria coesione. Dobbiamo però riconoscere che, oggi, l’Unione europea non è in grado di farlo. La revisione dei trattati, con la messa in discussione del diritto di veto, comporterebbe un processo lunghissimo che, al momento, non può contare su alcuna leadership forte in grado di sostenerlo. Quindi l’unica soluzione realisticamente possibile penso sia quella di un’Europa a due velocità, con un nucleo di Paesi disposti a integrare maggiormente le proprie politiche, questa volta a partire da difesa e sicurezza. 

A quale realismo politico la politica dovrebbe mirare oggi?

Un realismo della prudenza, più che della ricerca di potenza. Un realismo consapevole che i conflitti possono produrre effetti incontrollabili e capace di ridimensionare quel complesso di superiorità valoriale che talvolta riaffiora. Un realismo fondato sul riconoscimento reciproco, che entri nel concreto delle decisioni.