Deenen e Mèlich: la malattia del tempo presente
Patrick Deenen, professore di scienze politiche a Notre Dame, Indiana (Usa); Joan – Carles Mèlich, professore di di filosofia dell’educazione a Barcellona. Due libri a confronto: Cambio di regime di Deenen (editore Giubilei Regnani) e La fragilità del mondo di Mèlich (Il Saggiatore). Due voci che si interrogano sulle conseguenze prodotte dal cambiamento d’epoca. Due voci che mettono radicalmente in discussione dottrine, formule politiche ed economiche, riduzione dell’umano. E indicano ripartenze possibili. Pensieri vivaci, inviti a riflettere. Con qualche mancanza strutturale che non spegne certo la necessità del confronto di idee
28 novembre 2025
Pensieri in circolo
di Roberto Persico
«Non viviamo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca», ha detto più volte Papa Francesco. Ma quali sono i caratteri fondamentali dell’epoca che sta finendo? Quali i tratti di quella che arriverà? Su questo, le voci che denunciano e annunciano sono pressoché infinite.
Oggi proviamo ad ascoltarne due.
Due voci che provengono da sponde diversissime. Diverse dal punto di vista geografico, innanzitutto: Patrick Deneen insegna a Notre Dame, Indiana, Usa; Joan-Carles Mèlich a Barcellona, Catalogna, Spagna. Diverse per l’approccio accademico: studioso di scienze politiche Deneen, di filosofia dell’educazione Mèlich. Ma soprattutto diversissime dal punto di vista culturale: cattolico conservatore Deneen, laico di sinistra Mèlich (appartenenze attestate, tra l’altro, dagli editori italiani dei libri di cui oggi ci occupiamo: Cambio di regime di Deneen arriva in libreria per i tipi di Giubilei Regnani, La fragilità del mondo di Mèlich per quelli de Il Saggiatore).
E allora qui cerchiamo di superare uno dei caratteri del tempo di passaggio che stiamo vivendo: la riduzione dello spazio del confronto e la demonizzazione dell’avversario. Come scrive infatti Deneen, «ciascuna delle due parti in causa nella nostra squallida guerra civile è oggi impegnata a costruire la minaccia esistenziale rappresentata dall’avversario, mentre si sottrae alla necessaria autoriflessione per affrontare le proprie carenze». Noi proviamo a far diverso.
La radice dei fallimenti
Cominciamo. Che cosa sta finendo? Il liberalismo, risponde da politico Deneen. La metafisica, risponde Mèlich da filosofo. Ed entrambi di questa fine si rallegrano.
La fine del liberalismo – argomenta Deneen – è figlia del suo successo. È proprio il mondo generato dalla vittoria del liberalismo infatti che ha tradito infatti tutte le sue promesse: la lotta liberale per una politica democratica ha generato un sistema di governo in cui i cittadini si sentono sempre più estranei alla politica e un sistema burocratico «la cui capacità di controllo e sorveglianza gli antichi tiranni potevano solo sognarsi»; la lotta per il libero mercato ha generato un sistema economico sempre più polarizzato, o il successo e la ricchezza o il confinamento nella massa di chi fatica a sbarcare il lunario; la lotta per il progresso scientifico ha generato una tecnologia che allontana sempre più il genere umano dalla realtà naturale e lo spinge fra le spire di strumenti che ne determinano sempre più i comportamenti. Last but not least, la lotta per una educazione più libera ha generato «l’eliminazione dell’educazione liberale», cioè del patrimonio culturale faticosamente accumulato nei secoli, e un sistema scolastico che promuove (quasi) solo ignoranza e slogan.
Alla radice di questi fallimenti sta il peccato originale del liberalismo: un’antropologia ridotta, e perciò inadeguata. Alla base dell’ideologia liberale sta infatti l’individuo, ossia un essere umano astratto, «perfettamente autonomo», “libero” da tutti i legami culturali, etnici, storici, religiosi, considerati come “limiti” per uno sviluppo autentico.
Gli esseri umani in carne e ossa invece vivono in una rete di rapporti: la famiglia, il vicinato, le associazioni, i luoghi fisici con il loro carico di passato e di futuro, le tradizioni coi loro riti che danno alla vita un ritmo e un significato… Contro tutto questo le élite tecnocratiche hanno dichiarato una guerra spietata, che a sua volta ha spinto il popolo sradicato e minacciato – e non di rado impoverito – a reazioni anche rozze e violente, fino alla spaccatura che stiamo vivendo fra élite sempre più autoreferenziali e populismi sempre più arrabbiati.
«Sin dalle origini – è la tesi di Mèlich -, la tradizione metafisica ha camminato di pari passo con una ragione immacolata, che duplicava il mondo. Ha sempre cercato di spiegare (e legittimare) il mondo della vita quotidiana (fatto di prosa e di ombre), a partire da un altro mondo (quello delle idee e delle essenze). La sua era una ragione pura, portatrice di una morale categorica, infallibile e incondizionata; una morale che negava la fragilità del mondo e, proprio per questo, impediva di vederlo, sentirlo e amarlo. Con essa, il mondo […] veniva privato della sua “mondanità”, cioè di quella cupa ambiguità che lo caratterizza».
Dal tronco della «metafisica classica, platonica e cristiana» sono poi gemmati Cartesio, il pensiero scientifico e la tecnica, che condividono con la loro origine la riduzione della ricchezza del mondo, in questo caso a numeri, formule, puri calcoli economici. Da qui «alcune delle cause dell’attuale perdita del mondo»: «l’impero della logica del progresso, l’avidità di novità, il disprezzo della memoria, l’accelerazione del tempo, l’insensibilità di fronte alla sofferenza, l’indifferenza verso l’unicità, eccetera». Con un corollario importante: «La profonda crisi dell’educazione contemporanea deriva in larga parte dal disprezzo nei confronti della memoria, una parola ormai quasi del tutto bandita dal discorso pedagogico. Eppure, come potremmo davvero abitare il mondo, senza conservare ciò che abbiamo ereditato?».
Ripartire dal desiderio
Se questa è la diagnosi, qual è la prognosi? Quali sono le caratteristiche – sperate, quantomeno – dell’epoca nuova che sta nascendo?
«Ciò che serve – scrive Deneen – è la stabilità, l’ordine, il senso di gratitudine per il passato e di impegno verso il futuro. […] Una forma di libertà non più astratta dai nostri luoghi e dalle nostre persone, ma incorporata nei doveri e negli obblighi reciproci; istituzioni formative alle quali tutti possono e devono partecipare come “utilità sociali” condivise; un’élite che rispetti e sostenga gli impegni e le condizioni di base della popolazione; e una popolazione che a sua volta renda la classe dirigente sensibile e responsabile alla protezione del bene comune.
Ciò che serve, in breve, è un cambio di regime: […] la creazione di un ordine post-liberale in cui le forme politiche esistenti possono rimanere in funzione, a patto che un’etica fondamentalmente diversa informi queste istituzioni e il personale che popola gli uffici e le posizioni chiave. Sebbene superficialmente si tratti dello stesso ordine politico, la sostituzione del governo di un’élite progressista con un regime votato al bene comune attraverso una “costituzione mista” costituirà un vero e proprio cambio di regime».
«Come vivere d’ora in poi? – gli fa eco Mèlich – Ciò che è urgente è ripensare la razionalità e il soggetto che le dà supporto. Bisogna mettere in discussione la ragione illuminista che abbiamo ereditato, una ragione che non tiene conto del tempo del corpo e ignora la storia». «Abbiamo bisogno di una ragione che provi a liberarsi della metafisica, attenta al tempo, alla materialità dei corpi e al divenire della storia.
Una ragione sensibile agli esclusi, non indifferente a ciò che resta al di fuori della sua grammatica. Una ragione sollecita nei confronti dell’alterità e dell’esternità, capace di rendere conto di ciò che è radicalmente altro. Per imparare di nuovo a vedere il mondo, urge una ragione deferente verso la sua fragilità». «Definisco questa ragione corporea o poetica – con l’aiuto di María Zambrano – “ragione inerme”. […] È una ragione incarnata, che dubita e tituba; ma non è una ragione debole. […] Una ragione inerme è quella che non ha superato lo stato di provvisorietà; e non lo ha fatto semplicemente perché non si può; perché il precario è un aspetto strutturale della finitudine umana». Ciò di cui abbiamo bisogno è ricordarci che «la mia storia non è mai completamente mia, che non mi appartiene del tutto.
Sarà qualcun altro, che mi ha preceduto, a darmi un nome e a spiegarmi perché sono qui.
Senza un nome che mi inserisca in un racconto, senza un legame e una storia che qualcun altro mi ha narrato, non esisto. Il mio nome mi ricorda che il mio inizio fu “prima”, molto tempo fa, e che il passato non è mai del tutto passato».
«Sarà necessario voltarsi indietro, guardare al passato. Solo così potremo comprendere ciò che abbiamo ereditato, interpretare la fragilità del mondo e chiederci se siamo ancora in tempo, e in grado, di trovare le forme necessarie per prendercene cura».
Nel mondo che nasce, sarà necessario ricordare che «il desiderio corrisponde a una struttura antropologica fondamentale […]. Desiderare significa cercare, procedere a tentoni alla ricerca di qualcosa che non si sa esattamente cosa sia né dove si trovi, qualcosa che non potrà mai essere pienamente raggiunta. È spingersi oltre ciò che si è ricevuto venendo al mondo, oltre ciò che ci è stato dato.
Il desiderio nasce dall’insoddisfazione, perché nulla e nessuno può colmare l’esistenza; […] perché sentiamo che il mondo in cui nasciamo non ci basta, perché nulla basta davvero. L’umano è un homo quaerens, è emerso in un momento storico determinato, ma al tempo stesso intraprende un viaggio alla ricerca di qualcosa che si trova là fuori, nell’attesa di incontrare ciò che forse un giorno sarà, ma che ancora non è. Desidera liberarsi da un tempo e da uno spazio che talvolta percepisce come un’oppressione insostenibile.
L’esito di questo viaggio è imprevedibile poiché ciò che si troverà non può essere conosciuto a priori».
Populismi e cristianesimo
Naturalmente, le argomentazioni di entrambi sono molto più ricche e articolate del brevissimo sunto che qui se ne è proposto, abbracciano i più svariati ambiti della vita, e meriterebbero ben altro spazio. Anche perché fra le tante tesi che espongono ce ne sono alcune su cui qualche obiezione viene in mente.
Con Deneen, per esempio, si potrebbe discutere della simpatia che mostra per gli attuali movimenti populisti, che lui considera espressioni in fondo “sane” del legittimo desiderio dei popoli di veder riconosciute le proprie forme di vita, e obiettargli che forse anche i populismi finiscono per cadere nella trappola dell’ideologia, che lui giustamente tanto aborrisce.
A Mèlich si potrebbe far notare, sempre per esempio, che il cristianesimo è cosa ben diversa dalla «metafisica platonica e cristiana» che lui ripudia. Tanto che quando parla di «ragione inerme», a me vien fatto di pensare che la «ragione inerme» che descrive lui è esattamente la novità vissuta, non enfatica ma radicale che usava (viveva) Gesù di Nazaret.
Ma sarebbe interessante discuterne con simpatia, per andare a fondo insieme delle ragioni nostre e delle loro, per valorizzare gli spunti più interessanti, non per stroncare un pensiero che non ci corrisponde in tutto. Secondo la formula di Hannah Arendt nel profetico L’umanità in tempi bui: «Tedesco, ebreo, e amici».