Dottor Brolis, educatore. Quando il calcio non va mai in fuori gioco
La storia di un talent scout venuto da Verdello e che ha rifondato il settore giovanile dell’Atalanta. Ne dà conto il libro I ragazzi del dottor Brolis. Storie di un calcio che non finirà (Equa edizioni) appassionato e appassionante racconto scritto dalla figlia Maria Teresa, storica del medioevo, e da Marco Carobbio, insegnante di lettere e bibliotecario. Attraverso ricordi e testimonianze. Numerosi i giocatori scoperti da quest’uomo, cattolico, cresciuto in oratorio, staffetta partigiana, laureato in Economia e commercio. Tra gli altri: Angelo Domenghini, Beppe Savoldi, Cesare Prandelli e Gaetano Scirea che di lui ha detto: «Quest’uomo è la causa di tutto quello che poi mi è capitato»
27 febbraio 2026
Scopritore di talenti
di Enzo Manes
Di questi tempi dove il pallone rotola male sul manto erboso I ragazzi del dottor Brolis (Equa edizioni) è un libro che leva il broncio agli appassionati del fòlber (così lo chiamava Gianni Brera) perché si leggono pagine di speranza che confermano la verità dichiarata nel sottotitolo: “Storie di un calcio che non finirà”.
Ne hanno merito Maria Teresa Brolis, figlia di Giuseppe, il dottore protagonista del libro, studiosa del Medioevo italiano e Marco Carobbio, insegnante di Lettere e bibliotecario, che scrive di storia della cultura e del territorio bergamasco.
E qui, con la vicenda umana e professionale del dottor Brolis ci immergiamo totalmente nella bergamasca. Lui è stato “il più grande talent scout che si conoscesse”, parola di Cesare Prandelli, uno della nidiata degli ottimi pedatori usciti dal famoso e assai invidiato dalle altre parti settore giovanile dell’Atalanta.
Il dottor Brolis aveva la dote che è di pochi per davvero, quella di scoprire talenti. Ma, forse, aveva una dote ancora superiore, quella di seguire con passione e discrezione, i giovani che ci provavano ma che non sarebbero mai arrivati alle luci della ribalta. Con loro aveva mille attenzioni perché in cima al suo metodo vi era una preoccupazione educativa. In cuor suo si adoperava affinché quei ragazzi – erano per forza di cosa la maggioranza – non vivessero come un fallimento il non avercela fatta con il calcio. Trovando comunque in quella esperienza un’apertura alla vita, una formazione da uomini in grado di stare al mondo.
Staffetta partigiana
Il dottor Brolis è stato, come si dice, un uomo d’altri tempi perché è venuto su in stagioni un po’ in là nel tempo. Giuseppe Brolis è stato subito Peppino.
Nato l’8 gennaio 1923 a Verdello, provincia di Bergamo. Muore il 12 luglio 2025. Figlio del veterinario del paese e di una maestra scopre ben presto di avere un’attrazione fatale per il gioco del pallone. La fotografia che lo ritrae a otto anni come mascotte della squadra verdellese non ammette smentite. Studia il dovuto, a Bergamo si diploma in ragioneria e poi, alla Cattolica di Milano, si laurea in Economia e Commercio. Anche se alla matematica preferiva la buona letteratura. Tuttavia, l’aver frequentato i numeri gli servirà e non poco nella sua professione.
Il calcio, però, non lo molla un attimo. All’oratorio è il pallone che circola perché come assicura il prete, don Antonio Andreoletti, dopo tutta la settimana la domenica bisogna pur divertirsi. E correre dietro alla sfera di cuoio è roba fina, da ragazzi di padre Tobia, come da un celebre sceneggiato degli anni sessanta della tv pubblica diretta da un certo Ettore Bernabei.
Per dire della sua vita mai banale, dopo l’8 settembre 1943, Peppino Brolis non segue la deriva della Repubblica sociale, da partigiano svolge il compito di staffetta mulinando gli arti per azionare la sua bicicletta. Mai ha sparato un colpo, dunque.
Si è dato una mansione diversa, un servizio importante per sostenere la parte giusta della storia. Cattolico, cerca di avere un rapporto familiare con la virtù della speranza. Ripete spesso, infatti che «anche al più duro inverno segue la primavera».
Si capisce così perché Peppino Brolis, il dottor Brolis, nel suo lavoro di scopritore di talenti, tiene in gran conto l’educazione. E quando prende il timone della rifondazione del settore giovanile dell’Atalanta può affermare nel 1966: «Per quanto ci riguarda, evitiamo sempre che si trascurino studio e lavoro, sino a quando non si delineano in modo concreto le possibilità di riuscita e anche oltre. Sentiamo piena questa responsabilità e non sarà mai l’Atalanta ad alimentare la famosa ‘fabbrica degli spostati’». Oggi a qualcuno del ramo stanno fischiando le orecchie?
Il trionfo al Torneo di Viareggio
Il primo grande campione che possiamo estrarre dalla faretra del dottor Brolis è Angelo Domenghini, soprannominato “domingo”. Appunto, una freccia. Velocissimo. Cresciuto nella Verdellese quando Brolis ne era il responsabile tecnico, giocatore lo ritrova all’Atalanta. «È stato un vero maestro di calcio. Amava lavorare con i giovani, mi ricordo soprattutto la grande personalità che aveva e che sapeva trasmettere a chi aveva di fronte». Domenghini diverrà una grandissima ala. Sarà nella Nazionale di Ferruccio Valcareggi che si piazza al secondo posto al mondiale messicano del 1970 quello vinto dal Brasile di Pelè, Rivelino, Gerson, Tostao, Carlos Alberto e ci fermiamo qui… “Domingo” vive stagioni indimenticabili a Cagliari e all’Inter: scudetti e coppe pregiatissime, più all’Inter certo. Insomma, una storia importante la sua. Altro campione che il dottor Brolis scova è una punta di razza: Beppe Salvoldi. Fiuto del gol, l’area di rigore è il suo territorio di conquista, i difensori lo temono e si fanno sentire. Lui, però, è scaltro, un felino. Andrà al Napoli, nel luglio del 1975 per la cifra record di 2 miliardi di lire. Dice il bomber: «Il dottore ci teneva molto ai rapporti con la famiglia e al nostro comportamento fuori dal campo; perciò venne più volte a casa per confrontarsi con i miei genitori che erano persone attente all’educazione e non solo ai progressi sportivi di me e di mio fratello Gianluigi».
Il dottor Brolis riesce a consegnare squadre del settore giovanile atalantino piuttosto competitive. Prova ne è la vittoria al prestigioso torneo di Viareggio (1969). In quella squadra gioca Adelio Moro che arriverà a vestire la maglia dell’Inter. Anche l’attuale presidente dell’Atalanta Antonio Percassi ha i suoi ricordi del dottor Brolis.
Da giocatore del settore giovanile. Viene da Clusone, paese di montagna della Val Seriana. «Il dottor Brolis ci schierò tutti a centrocampo e ci parlò. Un discorso incredibile, parole forti per farci capire bene dove fossimo e cosa ci si aspettava da noi. Un discorso che ancora oggi mi fa venire i brividi, e che mi è servito. Mi ha innanzitutto fatto capire cosa significasse indossare i colori nerazzurri, cosa fosse l’Atalanta». Quel discorso è scritto a carattere cubitali nel percorso agonistico dell’Atalanta di oggi, ormai tra le eccellenze del calcio italiano ma non solo. Aggiunge il presidente che «i valori importanti, le regole che vanno osservate e rispettate, l’educazione… Tutto imprescindibile.
All’Atalanta si formano prima gli uomini e poi i campioni. È questo che contraddistingue la nostra Società, da sempre. Ci sono situazioni, esempi, che resistono al passare degli anni, anzi si rafforzano e fortificano. Ed i ragazzi cresciuti nel vivaio nerazzurro si distinguono dentro e fuori dal campo».
Gaetano Scirea: libero nell’universo
Il vero capolavoro del dottor Brolis si chiama Gaetano Scirea. Quel ragazzo che viene da Cinisello Balsamo, via Cernusco sul Naviglio dove è nato ( i suoi si trasferirono a Cinisello Balsamo per motivi di lavoro), ha una tecnica di prim’ordine il fisico però è alquanto esile. Non importa, Scirea resta a Bergamo perché il dottor Brolis vede lungo ancora una volta e stavolta addirittura più lontano.
Il giovane Scirea ha uno straordinario senso della posizione, sembra che sia il pallone a cercarlo anziché il contrario; ha anticipo, ottima impostazione ed è capace anche di andare in gol. Un vero libero moderno sulla falsariga del mitologico Beckenbauer. Nel 1974 Scirea passa alla Juventus e sarà una carriera incredibile. Ne diventerà anche capitano in alternanza con il portiere Dino Zoff. Con la nazionale vince il Mondiale di Spagna del 1982. Morirà in un incidente stradale in Polonia, il 3 settembre 1979, dove era andato a visionare la squadra del Gòrnik Zabrze, prossima avversaria della Juve in Coppa delle Fiere (poi Coppa Uefa e oggi Europa League).
A sentire chi se ne intende avrebbe avuto davanti una bella carriera di allenatore. Queste e altre storie, questi ed altri racconti, queste ed altre testimonianze si trovano in un libro ricco anche di preziose fotografie che fa bene agli appassionati del calcio che provano a resistere all’invadenza di metodi osé e dittatura degli algoritmi.
E come scrive Maria Teresa Brolis nella prefazione, «questo testo è però dedicato ai ragazzi d’oggi: che possano riscoprire la gioia di giocare a pallone, di divertirsi, di trovare amici e adulti che li accolgono con rispetto e che li aiutino a crescere, sul campo e nella vita». Una bella dichiarazione d’amore a un uomo e a un padre. Una bella dichiarazione d’amore a un calcio che non può finire. E che non finirà. Palla al centro.