Giorgio Rumi: è tutta un’altra storia

Vent’anni fa moriva il grande storico lombardo. I suoi studi conservano incisività e forte contenuto di confronto. Cattolico liberale, mai nei suoi lavori ha fatto prevalere una visione di parte. Piuttosto una concezione libera e non strumentale nel misurarsi con i fatti storici. Così ben evidenziata nei libri, nel suo impegno fecondo di professore universitario. In particolare all’Università degli Studi di Milano e negli interventi sul Corriere della Sera, Avvenire, Sole 24ore, Osservatore Romano. Fu amico di Walter Tobagi. E di colleghi quali Renzo De Felice, Gabriele De Rosa, Rosario Romeo

AUDIO dell’incontro del CMC “Don Gnocchi: la missione di un prete ambrosiano tra educazione e opere”
sul libro di Giorgio Rumi e Edoardo Bressan “Don Carlo Gnocchi. Vita e opere di un grande imprenditore della carità” Mondadori 2002, mentre ne parlano con don Luigi Negri 

https://www.centroculturaledimilano.it/Archivio%20Storico/2003/030128BressanNegriRumi.mp3


10 aprile 2026
Lezione contemporanea
di Enzo Manes

Giorgio Riumi, Milano 15 marzo 1938 – Mila no 30 marzo 2006

Dongo, costa nord-occidentale del lago di Como. Un bambino. Sette anni appena. «Stavo attraversando la piazza e ho visto il sindaco della Liberazione, tal Giuseppe Rubini, che io chiamavo “zio Peppino”, che andava verso il palazzo Polti Petazzi tenendo sotto il braccio un uomo alto, pelato, con un cappotto, grigio azzurro, che tutti dicevano essere Mussolini.
Ma Mussolini, quel giorno, portava un cappotto grigio verde. Così scrivono solitamente i libri di storia. Ma in realtà Mussolini era arrivato a Dongo con un reparto dell’antiaerea e l’aeronautica portava divise grigio azzurre».
Quel bambino aveva visto passare davanti ai suoi occhi una pagina di storia. Già, la storia. Che diverrà la sua passione, materia di studi approfonditi, disciplina di insegnamento. Linfa vitale per scrivere libri di storia moderna e contemporanea, con una particolare attenzione alle vicende del cattolicesimo ambrosiano, che conservano lucidità di analisi e indubbia freschezza nella comprensione del complicato presente che viviamo. Quel bambino di sette anni, che vide il 25 aprile 1945 arrestare Benito Mussolini, si chiamava Giorgio Rumi.
Nato a Milano il 15 marzo 1938, sono trascorsi vent’anni dalla sua morte avvenuta il 30 marzo 2006. Da studioso autentico della materia, con eleganza si è sempre tenuto a distanza dall’interpretazione militante del ruolo di storico. Il che gliene rende gran merito, vista l’inclinazione diffusa a misurarsi con la storia privilegiandone l’orientamento di parte. Tanti, troppi, i manuali scolastici che risentono di visioni pregiudiziali come se lo storico dovesse mostrare nell’adempimento del proprio lavoro una fedeltà, quasi ossessiva, ad un orientamento ideologico anticipatore di esiti culturali obiettivamente opachi.

La storia non è oggetto di consumo

Rumi è stato un cattolico liberale e, come gli è stato riconosciuto anche da colleghi di altri orizzonti culturali, nel suo metodo di affronto della storia, ha seguito, prima di tutto, la vocazione di spirito libero, di uomo animato dal desiderio di andare a fondo degli accadimenti e delle ragioni che li avevano generati.
Proprio perché non interessato alla pratica delle riduzioni schematiche – di norma sempre interessate a imprigionare fatti e persone – non amava certo essere definito uno storico cattolico. E tutta la sua vasta produzione, come le sue lezioni accademiche e gli interventi su quotidiani quali Corriere della Sera, Avvenire, Il Sole 24ore, L’Osservatore Romano e Liberal (periodico di cui fu condirettore) ne hanno dato ampia conferma. Ciò non significa che l’aggettivo cattolico non gli corrispondesse, anzi. Tuttavia, mostrava un certo fastidio, nei suoi modi discreti e mai intemperanti, che gli venisse domandato di intervenire sui media a commento di fatti dal punto di vista dell’intellettuale cattolico.
Ecco perché teneva assai al termine di storico liberale. Perché il suo essere cattolico aveva in quell’accostamento un compimento virtuoso, un senso di profonda apertura, fermo restando che «avere senso nella storia» non significava «essere determinati passivamente dalla storia stessa». Ma considerando altrettanto indubitabile che «il passato non può ridursi ad oggetto di consumo: al contrario parla, incide e conta per il nostro tempo», come ha ricordato il professor e collega Enrico Decleva nella partecipata e doverosamente approfondita introduzione al volume Perché la storia Itinerari di ricerca (1963 – 2006) a cura di Edoardo Bressan e Daniela Saresella (Edizioni universitarie di Lettere Economia Diritto).
In quel volume vi è per intero l’intensità, il metodo, la passione, la fecondità creativa e rigorosa del Giorgio Rumi storico. Fin dai primi studi, soprattutto concentrati sul fascismo, non solo evidenziati sulle dinamiche interne. Nei suoi interventi e saggi emerge lo storico profondamente lombardo, naturalmente incline a tener conto della magistrale e illuminante andatura di Alessandro Manzoni. E da lombardo non manca di rilevare come esista, seppur presa sottogamba, una questione settentrionale.
Non certo per assecondare velleitari tentativi di sganciarla dal corpo unitario, piuttosto il contrario, evidenziando come da una crisi irrisolta del settentrione d’Italia (umana, culturale, economica, sociale) ne avrebbe patito il Sistema Paese. Difficile dire che tali pensieri non abbiano trovato riscontro. Chi li ha derubricati ad azzardo si è lasciato prendere da posizioni azzardate.

Il Professor Giorgio Rumi partecipò con numerosi interventi alle attività del Centro Culturale di Milano. Qui insieme a Maria Romana De Gasperi, all’incontro per la ricorrenza del 50° anniversario della morte di Alcide De Gasperi “La politica e il bene comune. De Gasperi e la costruzione dell’Italia in Europa” con Rocco Buttiglione e Mario Mauro, coordinato da Andrea Caspani

Uomo semplice di grandi valori

Rumi si è occupato molto di papi e storia della Chiesa (ha riflettuto a più riprese di dottrina sociale della Chiesa). Ha scritto di Benedetto XV. E di Paolo VI e Giovanni Paolo II sempre studiati nel contesto di precisi avvenimenti. Come si è occupato di storie di operatori della carità come don Carlo Gnocchi. In nessuna di queste trattazioni è venuto meno lo studioso. Preoccupato di coinvolgere il lettore con un linguaggio accessibile. In questi lavori, proprio perché cattolico liberale, non vi sono tracce agiografiche e neppure cedimenti all’accondiscendenza.
Il suo metodo “laico” gli ha permesso di allacciare amicizie con colleghi assai prestigiosi come Renzo De Felice (il 25 maggio saranno trascorsi trent’anni dalla sua scomparsa), Gabriele De Rosa e Rosario Romeo. È stato grande amico di Walter Tobagi, suo allievo all’Università degli Studi di Milano dove Rumi aveva assunto la cattedra dal 1977.
Nell’omelia funebre così lo ha ricordato il parroco di Dongo don Angelo Pozzi: “Giorgio Rumi è stato testimone di un impegno civile di altissima valenza culturale e morale. Sposo e padre esemplare, ha saputo trasmettere ai figli virtù oggi nascoste, perché troppo impegnative, come la fedeltà e l’umiltà.
La famiglia era il vertice delle sue attenzioni e delle sue sollecitudini, ovunque fosse. Un uomo semplice e di grandi valori. La nostra amicizia è nata con naturalezza ed è stata vissuta con riservatezza, com’era nello stile del professor Rumi. Ciascuno porta in sé una ricchezza di umanità che gelosamente custodisce. Per Rumi erano dei messaggi silenziosi».
Giorgio Rumi, pur allontanarsi fisicamente dalle sue amate sponde, non si dimenticò delle sue origini, delle sue radici. In quel senso di appartenenza vi è, con ogni probabilità, il senso del suo impegno di storico. Un Impegno morale e intellettuale piuttosto raro da rintracciare quando si colloca al primo posto la libertà di pensiero. Come si è provato a dire in queste poche righe. Da chi ha avuto il privilegio di assistere, da studente, alle sue affascinanti lezioni di storia contemporanea. E, grazie a lui, per esempio, scoprire per l’esame il De Felice di Mussolini Il fascista. La presa del potere (1921 – 1925) per i tipi Einaudi. A proposito di storici aggrappati a una concezione libera e non strumentale della storia. In un momento in cui di De Felice si leggeva di tutto. Espressioni arrabbiate. Liquidatorie. Censorie. Storie sbagliate, insomma.