Guerra in Libano. Brescia e la concretezza della Speranza

Mentre il Paese è gravemente ferito per la tragedia dei bombardamenti continui dell’esercito israeliano, quanto per la storica presenza, complicata, bellicista di Hezbollah, in quel luogo succede anche altro. Piccoli segnali in controtendenza, concreti. Tra questi c’è la storia dell’associazione di volontaria La Speranza che ha sede a Brescia. Una realtà che spedisce bancali che contengono, soprattutto medicinali, Perché c’è per persone e famiglie c’è assoluto bisogno di ricevere medicine che sono impossibili da trovare. I malati non possono aspettare. La scelta di intervenire con l’invio di farmaci è vissuta dai membri dell’associazione come un’esperienza di pace. Uno strumento di pace. “Anche se adesso con la situazione precipitata non mandiamo più soltanto medicine (dal 2 marzo scorso le vittime sono 3.151, tra loro figurano 168 bambini e almeno 88 operatori sanitari, i feriti sono 9.571). Il racconto della presidente e fondatrice, figlia di quella terra meravigliosa 


05 giugno 2026
Il volto della solidarietà
Conversazione con Amal Baghdadi a cura di Nicola Varcasia

Beirut 2026 @Sir Caritas

Raggiungiamo Amal Baghdadi mentre sta guidando verso il punto di smistamento di Brescia. Domani partiranno altri quattro bancali per il Libano: farmaci, ma anche materiale per gli sfollati, che ad oggi sono un milione e mezzo. È ormai una pratica costante, quasi un respiro mensile, a volte più frequente: raccogliere, selezionare, imballare, spedire. E poi affidare tutto a una rete che attraversa il Mediterraneo per arrivare là dove il bisogno ha il volto di una persona che non trova la sua medicina, di una famiglia o di un malato che non può aspettare.
Con Amal Baghdadi, presidente e fondatrice dell’associazione di volontariato La Speranza di Brescia ripercorriamo un dialogo intenso: la nascita dell’associazione avviata assieme a un amico italiano di vecchia data, Dorian Cara, vicepresidente, che ci ha fatto conoscere questa storia. E poi il Libano ferito – «sono tante le notizie che qui non arrivano, come se gli attacchi di terra dell’esercito di Israele che stiamo leggendo ora sull’Ansa fossero ripartiti solo oggi» – la scelta dei farmaci come strumento di pace, i progetti in corso e quella rete di protagonisti, in Italia e in Libano, che prova a rispondere al male senza aggiungere altro male. Anzi, mettendoci cura. 

Amal, domani partono quattro bancali per il Libano. Che cosa contengono e come arrivano a destinazione?
Partono farmaci e, in questo periodo, anche materiale per gli sfollati. Da quando la situazione in Libano è precipitata, non mandiamo più soltanto medicinali. Ci sono persone che hanno perso tutto, interi paesi del sud rasi al suolo, famiglie costrette a lasciare casa. Per arrivare in Libano ci appoggiamo all’Unifil. Senza di loro sarebbe impossibile: sono un tramite fondamentale che ci permette di far arrivare gli aiuti in un contesto difficilissimo: il sud del Libano è praticamente raso al suolo.

La Speranza nasce però prima di questa nuova emergenza. Qual è l’origine del vostro impegno?
«Nasce da una ferita che ho visto con i miei occhi. Io sono libanese, vivo in Italia da 37 anni, mi sono laureata a Milano e poi la mia vita si è radicata qui. Ma il Libano è la mia terra. Nel 2019 il Paese ha vissuto una crisi economica devastante: le banche hanno chiuso, le persone non potevano più accedere ai propri soldi e molte farmacie hanno abbassato le serrande perché non si riuscivano più a importare i medicinali. Poi è arrivata l’esplosione al porto di Beirut, il 4 agosto 2020. Un popolo già stremato è stato colpito ancora».

Quando hai capito di dover fare qualcosa?
«A dicembre 2021, dopo la prima emergenza covid, sono tornata in Libano per andare da mia madre. Mancavo da tre anni. Un giorno ero in macchina con mio cugino, che era responsabile dell’ambulatorio del mio paese, in montagna. Aveva il vivavoce acceso e sentivo le sue telefonate: persone che cercavano morfina per un malato terminale di cancro, altre che non trovavano farmaci per patologie croniche, altre ancora che volevano portare la madre in ospedale ma non potevano pagare. Non perché fossero povere, ma perché il sistema era crollato e non avevano accesso ai loro soldi. In quel momento mi sono detta: farò qualsiasi cosa. Non sapevo ancora come, non pensavo a un’associazione. Ma era chiarissimo che non potevo restare ferma».

Amal Baghdadi Associazione La Speranza, Brescia

Come vi siete mossi?
«All’inizio portavo io i farmaci in Libano. L’8 marzo 2022, di ritorno da un viaggio, l’ex sindaco di Brescia mi suggerì di aprire un’associazione, perché da privata era più difficile ricevere aiuti. Dopo qualche mese di burocrazia, il 5 dicembre 2022 abbiamo ricevuto la registrazione al Runts, il registro del Terzo Settore, ma non siamo rimasti fermi nel frattempo. All’inizio eravamo in dieci. Dorian Cara, uno dei fondatori, è stato tra i primi a crederci. Oggi siamo in 31».

Com’ è nato il vostro incontro?
Dorian è un amico storico di mio marito, sono entrambi di origine calabrese. Conosceva il Libano, conosceva me, ha capito che questa iniziativa nasceva da un bisogno reale e da un desiderio di bene molto umano e concreto».

Il vostro obiettivo dichiarato è costruire la pace. E lo fate attraverso i farmaci. Perché questa scelta?
«Noi vogliamo costruire la pace, in Italia e in Libano. I farmaci sono diventati il nostro strumento perché c’era un bisogno enorme. In Libano c’è tanta solidarietà, difficilmente una persona resta senza mangiare: il vicino, il parente o l’amico portano sempre qualcosa. Ma se manca il farmaco salvavita, se non trovi la terapia per il cuore, se hai bisogno di un antidolorifico potente per un malato oncologico, la solidarietà non basta. Serve una medicina. E qualcuno la faccia arrivare».

Come funziona concretamente la raccolta?
«Abbiamo un progetto che amiamo moltissimo, si chiama Zero Sprechi. Andiamo nelle scuole, soprattutto nei licei di Brescia e anche a Sarnico, sul lago. Raccontiamo ai ragazzi che cosa sta succedendo in Libano, mostriamo immagini e facciamo capire perché siamo arrivati fin qui. E loro, sollecitati da questi fatti, portano i farmaci integri che hanno in casa e che non usano più. Non chiediamo di comprare nulla. Chiediamo di non sprecare ciò che può ancora servire».

Quindi raccogliete anche farmaci già iniziati?
«Sì, purché la scatola sia integra e il farmaco utilizzabile. Se una persona ha cambiato terapia e le restano delle compresse, quel farmaco può fare la differenza. Ovviamente ci sono controlli, regole, scadenze. La nostra regola di base è la trasparenza. Siamo accompagnati da professionisti del Terzo settore. Ma a fronte delle difficoltà è importante dire che questo è possibile. La cosa bella è che in Italia evitiamo sprechi, educhiamo i ragazzi a fare il bene e in Libano quei farmaci, qualche volta, fanno davvero miracoli».

Il personale UNIFIL della task force Italbatt consegna medicinali e materiale sanitario a Tibnin e Tiro

Non raccogliete solo nelle scuole, però.
«No. Ci sono anche le parrocchie. La prima chiesa che ci ha sostenuti è quella che frequento. Lì c’è un punto di raccolta stabile. Poi da due anni riceviamo aiuti dal Banco Farmaceutico, anche attraverso la Settimana di Raccolta del Farmaco, e siamo in contatto con varie altre realtà che ci stanno aiutando. La raccolta cresce perché cresce la consapevolezza. Le persone capiscono che una scatola dimenticata in casa può diventare una possibilità di cura per qualcuno».

Una volta arrivati in Libano, chi distribuisce i medicinali?
«Questa è la parte più delicata. Le parole chiave sono due: fiducia e trasparenza. Non possiamo mandare farmaci senza sapere dove vanno, a chi arrivano e come vengono distribuiti. All’inizio mi sono appoggiata a realtà che conoscevo personalmente, poi la rete è cresciuta, grazie al movimento dei focolarini da circa due anni spediamo i farmaci in Libano. Oggi in Libano abbiamo due riferimenti: un responsabile generale, Georges Douaihy e una responsabile dei farmaci, Danielle Richa. Collaboriamo con ambulatori, ospedali e centri registrati presso il Ministero della Salute libanese o il Ministero degli Affari sociali. Tutto deve avvenire dentro un quadro chiaro e, come dicevamo, le consegne più pericolose vengono svolte dall’Unifil». 

Aiutate soltanto libanesi?
«Assolutamente no. Questo è fondamentale. Noi aiutiamo l’umanità. Non aiutiamo solo i libanesi, solo i cristiani o solo i musulmani. Aiutiamo chi ha bisogno. In Libano ci sono anche siriani, palestinesi, persone fragilissime. Chi collabora con noi deve accettare questa scelta etica: il farmaco va dato a chi ne ha bisogno. Gratuitamente o, dove previsto, con il piccolo contributo stabilito dal sistema sanitario libanese. Ma se una persona non può pagare nemmeno quello, deve riceverlo gratis».

Ci racconti alcuni dei progetti e delle realtà che sostenete?
«Ad oggi aiutiamo 11 ambulatori che purtroppo sono diventati 8 a causa dei bombardamenti e 4 ospedali, che sono diventati 2. Una realtà molto importante è il centro legato a Barbara Nassar, a Beirut, dedicato ai malati di cancro. La storia di Barbara e della fondazione che porta il suo nome è commovente.

Qual è?
Barbara aveva un sogno, voleva che i malati oncologici potessero essere curati con dignità. Quando era già ammalata, ha portato una grande bandiera del Libano in giro per il Paese, facendola firmare dai sindaci presentandola al Ministero della Salute. Dopo la sua morte, il marito e i figli hanno continuato il suo lavoro. Noi non abbiamo ancora accesso ai farmaci oncologici specifici, ma possiamo aiutare con tante terapie di supporto, che per un malato sono comunque essenziali. Nel loro centro ci hanno messo a disposizione anche una stanza dedicata allo smistamento e alla distribuzione dei farmaci. Poi aiutiamo anche uno dei due ambulatori situati al nord del Libano di Pro Terra Sancta, realtà alla quale sono molto legata e che ci ha invitati al prossimo Meeting di Rimini».

E poi c’è il lavoro con gli sfollati.
«C’è una parrocchia a Byblos, per esempio, che sostiene circa 150 famiglie, libanesi e non libanesi. C’è poi la storia di un sacerdote che ha avviato la “Cucina di Maria”: dopo l’esplosione del porto di Beirut cucinava per 50 persone, poi durante la guerra è arrivato a 4.000 pasti al giorno, ora anche 6.000. Non chiede il nome a chi entra, perché il bisogno non deve essere giudicato. Oggi, attraverso la sua rete, siamo riusciti a far arrivare farmaci anche nel sud del Libano, in zone molto difficili da raggiungere».

Che cosa significa, per voi, riuscire ad arrivare nel sud del Libano?
«Significa tantissimo. Alcune zone sono sotto assedio, le strade sono interrotte o pericolose, arrivare è complicatissimo. Quando mi hanno mandato il video dei farmaci arrivati, ero felicissima. Perché non è solo una consegna: è dire a quelle persone “non siete dimenticate”. Questo per noi è costruire la pace».

21 dicembre 2022 – Una delle esplosioni più potenti della storia. KEYSTONEEPAWAEL HAMZEH sda-ats

In un contesto così ferito, non è difficile continuare a usare questa parola?
«È difficilissimo. Io mi arrabbio, mi addoloro, mi sfogo. Vedere il Libano soffrire così fa male. Però come associazione noi vogliamo parlare di pace, delle azioni che portano pace, della luce che tante persone belle accendono. La pace non è ingenuità. Non è chiudere gli occhi sul male. È scegliere di non lasciare che il male abbia l’ultima parola. Ogni farmaco raccolto, ogni scatola controllata, ogni bancale spedito, ogni ragazzo che a scuola capisce che può fare qualcosa: tutto questo costruisce pace».

La fede ha un ruolo in questa missione?
«Io mi affido al Signore in ogni passo. Ma non voglio trasformare questo in un confine. Credo nell’umanità, credo nella spiritualità, credo che se uno sente davvero Cristo dentro, non può che tendere la mano al prossimo. E il prossimo non ha etichetta: può essere cristiano, musulmano, libanese, siriano, palestinese. È una persona che ha bisogno. Per questo se qualcuno vuole cercarci per una donazione per gli sfollati può contattarci tramite il sito o scrivendoci a info@lasperanzaodv.org».