Guerra, pace e pacifismi. Conoscere l’America

Il 10 marzo 2003 il Centro Culturale di Milano promuoveva un dialogo con monsignor Lorenzo Albacete, docente nel Seminario St. Joseph di New York ed editorialista del New York Time. Quello è un periodo assai drammatico a livello internazionale. Si veniva dall’11 settembre, dalla furia islamista, dai venti di guerra. E con l’attacco e l’invasione all’Iraq. Il movimento di Comunione e liberazione era appena uscito con un volantino intitolato No alla guerra, sì all’America. Ecco allora cheIl suo contenuto divenne oggetto dell’avvio della riflessione del prelato di origini portoricane. Per la densità del ragionamento e gli affondi culturali che riguardano in primo luogo la storia Usa, sono parole che incontrano gli interrogativi che tutti viviamo in questo presente affollato di analisi e aspirazioni legittime al silenzio delle armi e alla convivenza pacifica fra i popoli.  Ma à anche un tempo esagerato di interpretazioni semplicistiche e talvolta strumentali


17 ottobre 2025
Oltre il semplicismo
di Lorenzo Albacete

Monsignor Lorenzo Albacete – E’ stato un presbitero, teologo e giornalista statunitense d’origine portoricana (San Juan, 7 gennaio 1941 – Chesapeake, 24 ottobre 2014)

La positività della storia non si limita alla storia americana, si trova in tutta la storia umana in quanto umana; cioè, in quanto interazione, per così dire, tra la libertà dell’uomo e la realtà. Questa positività è interamente il frutto della presenza di Cristo nel mondo; questa Presenza è chiamata la Grazia di Dio! La bellezza di Dio, la simpatia di Dio, ecco: l’attrazione del Mistero.
Senza questa Presenza dentro il nostro mondo non ci sarebbe positività, cioè la storia umana sarebbe governata dalla corruzione, alla quale la storia umana è stata consegnata a causa del peccato originale; come scrive san Paolo ai Romani, ai primi cristiani dell’Impero Romano che potevano vedere che questa corruzione era reale. Le opere della libertà umana – il sogno umano, il sogno dell’Impero Romano di quel tempo – ferite dal peccato, queste opere della libertà umana non hanno in sé stesse la capacità o la forza di durare. La positività della storia umana è totalmente afferrata soltanto in quanto frutto del riconoscimento della presenza di Cristo e della realtà di Cristo, dell’Avvenimento della presenza di Cristo.
Questo è lo sguardo con cui don Luigi Giussani guarda alla proto-storia americana e riconosce all’interno di essa un desiderio della Grazia di Cristo, che è esso stesso un frutto della Grazia quale fattore costitutivo della storia americana. Certamente non è che la storia americana coincide con la storia della salvezza, con la storia creata interamente dall’Avvenimento di Cristo: l’unica storia di questo tipo è la storia del popolo formato dalla vittoria della Grazia sul peccato, la storia della Chiesa. Tuttavia, nel desiderio di libertà, fattore assolutamente propulsivo della storia americana e in questa passione per la libertà don Giussani vede il frutto di questa fede originale dei primi americani, di questa fede cristiana che è il principio della storia della formazione del popolo americano. È stato là come frutto, come fattore importante della fede delle comunità protestanti, il frutto – diciamo, usando le parole del Vaticano II – di quegli elementi della Chiesa che sono presenti nel protestantesimo. La storia americana è stata formata da una passione per la libertà come ideale, non come idea ma come ideale, un’ideale umano che è la traccia sopravvissuta nel cuore umano alla distruzione causata del peccato. L’ideale umano è come un’eco nel cuore di quella giustizia, pace e felicità originale prima del peccato. Questo sogno, questo ideale, questa passione crea nella storia americana una particolare sensibilità che è un’apertura alla Grazia, cioè un’apertura all’Avvenimento della presenza di Cristo nella carne.

Gli ideali Usa

L’America viene fondata da due modi di pensare completamente diversi che in qualche modo confluirono a insegnare i legami politici attraverso i quali fu espressa e preservata l’esperienza americana, l’opportunità di vivere gli ideali della libertà. Questi due fattori all’inizio dell’esperienza americana furono: primo, come ho detto, la fede cristiana delle comunità protestanti dissidenti che vedono il nuovo mondo come luogo per vivere quella che essi credevano fosse una forma più pura di cristianità e per creare una società veramente governata dal Vangelo.
Secondo, gli ideali dei così detti Padri Fondatori, essenzialmente un risultato del teismo che si caratterizzava dall’amore per la libertà, in quanto assicurato dalla ragione, dall’autocontrollo. I Padri Fondatori espressero i loro pensieri in termini derivati dalla fede protestante e i credenti hanno visto nella sottolineatura dei fondatori sulla libertà religiosa una opportunità di vivere il loro nuovo purificato cristianesimo. Sorprendentemente questa combinazione ha essenzialmente formato l’esperienza americana fino ad oggi.

Guerra in Iraq Il Presidente degli Stati Uniti George Bush comandante dell’Esecito Iraq war

L’esperienza, come si è evoluta attraverso la storia fino al giorno d’oggi, è stata la sorgente dell’ingrediente catalizzatore che ha permesso la fusione del cosiddetto crogiolo americano, the melting pot. Forse potete immaginare cosa succede quando (come per l’11 settembre 2001) il popolo americano percepisce un nuovo ingrediente nel crogiolo che non vuole sciogliersi sotto l’azione del catalizzatore originale della passione per la libertà. Quando questo succede, come è successo l’11 settembre, l’America si sente minacciata al cuore: è vero che tutti gli ingredienti completamente nuovi vengano concepiti all’inizio con grande sospetto e ostilità. Così un’autentica proposta culturale cattolica, perché possa attrarre il popolo americano, deve mostrarsi come una risposta al desiderio e a questa passione per la libertà che guida ancora oggi la storia americana. È la presenza di quest’ingrediente, dopo più di duecento anni, che don Giussani vede e chiama una opportunità di vivere l’Avvenimento, che è la fonte e la casa di questa passione per la libertà.

Il funerale di Charlie Kirk

Essere libero è vedere il reale

Per me il punto più importante di tutti è il punto di partenza, cioè è come la storia della Via Lattea (Milky Way): vederla dipende da dove sono, da dove la incontro, il punto preciso da cui io posso vedere il reale e così essere libero; perché essere libero è vedere il reale; non vedere il reale è essere schiavo della menzogna, delle circostanze, del potere. È la visione di quello che veramente c’è, di quello che è realmente possibile, non come un sogno o come un’ideologia e neanche come una speranza in un cielo astratto o totalmente futuro, ma che è possibile come una realtà, oggi è possibile un’esperienza di questo. è il punto da cui io posso vedere il reale ed essere così libero. E per questo io voglio raccontarvi alcune cose della mia vita: la prima è un’esperienza che vissi al tempo della guerra del Vietnam.
Allora io fui quasi lacerato tra due posizioni: da una parte parlavano della necessità della sicurezza nazionale, la necessità di portare avanti la battaglia per prevenire l’avanzata del comunismo e sostenere la credibilità dell’America come potere mondiale. Io avevo inoltre degli interessi personali legati alla mia professione – ero infatti ricercatore presso il dipartimento della difesa e da fisico portavo avanti dei progetti di realizzazione dei missili; da ultimo la mia fidanzata era un’agente della CIA: sarebbe stato un matrimonio così interessante!!
Però la maggior parte dei miei amici erano contro la guerra e inoltre vedendo la televisione e avendo accesso anche a documenti segreti, io sapevo che le armi che facevo non solo non liberavano quelli che volevano liberare, ma addirittura li uccidevano. Così mi sentivo paralizzato, incapace di trovare un’altra posizione: al mattino, al pomeriggio, al lavoro, nel lavorare per la guerra e, di sera, nell’attività contro la guerra. Cercai di costruire una sintesi, ma mi accorsi presto che era pura teoria. Alla fine grazie a Dio la guerra finì e io in quel tempo ho riconosciuto la mia vocazione al sacerdozio: essa non arrivò certo come la sintesi di questa battaglia interiore, ma per il momento mi liberò dal peso di dover scegliere tra le due alternative.                                                       
Oggi, a trent’anni dalla celebrazione della mia ordinazione sacerdotale, non sono catturato dallo stesso dilemma. Non perché ho finalmente trovato una sintesi tra le due posizioni, perché non c’è, ma perché ho trovato un nuovo criterio di giudizio che mi ha permesso di uscire dall’inutile dialettica tra pacifismo e appoggio alla guerra: ho scoperto infatti che entrambe queste posizioni partono da un identico punto di vista, da una reazione ideologica o semplicemente emozionale a quanto avviene. Per questo per me la domanda più importante è quale è il punto di vista da cui partire per giudicare veramente quanto sta avvenendo. Un esempio: quando come tante volte in parrocchia una coppia in crisi viene da me io posso vedere l’ostilità, l’amarezza che ha separato queste persone che un tempo erano unite, e vedo che sembra che niente possa esserci che salvi il loro matrimonio e che sembra che l’unico modo sia il divorzio; e tante volte fatto nel modo migliore per distruggere l’altra persona.
Guardando questo conflitto non posso vedere nulla che renda possibile la riconciliazione tra le due parti, e questo succede tante volte. Ma da un altro punto di vista sono un prete, riconosco che il matrimonio è per sempre, così devo poter dire a questi due che Cristo rende possibili riconciliarsi…ma per favore, questo è vero o non è vero? Questa convinzione o è fondata su un’esperienza che questo è veramente possibile perché è successo a me, o altrimenti sarebbe un’ulteriore teoria, un’altra posizione astratta.

L’ amica irachena

Al tempo del Vietnam io credevo che Cristo poteva rendere possibile la pace, che poteva risolvere il conflitto. Ora io non semplicemente lo credo: lo so. Perché ne ho fatto direttamente esperienza. Un esempio di due giorni fa: ero al ritiro spirituale dei Memores Domini (Associazione laicale approvata dalla Santa Sede. Lo scopo è vivere la memoria di Cristo nel mondo del lavoro; praticano la povertà, la castità e l’obbedienza, ndr)e mi fu presentata una donna che sorridendo mi disse “Buongiorno Monsignore, volevo conoscerla, io sono irachena.” La mia reazione fu: “Oh my God, cosa posso dire a questa donna?” Dovrei dirle: “I’m sorry”? Oppure: “Ti assicuro che la mia gente non ti odia”? Che Bush non è il diavolo? Dovrei chiedere scusa come americano per le decisioni del mio presidente, perché come cittadino americano io sono responsabile di quello che eventualmente il mio governo fa. Così abbiamo cominciato a parlare, e lei mi parla della sua famiglia: lei abita qui in Italia ma tutta la sua famiglia è a Baghdad, hanno una paura terribile, e anche lei: sono cristiani; e i suoi occhi come mi guardavano; io finalmente ho detto: “Amica, probabilmente la settimana prossima noi saremo nemici davanti agli occhi del mondo, alle ideologie del mondo; io a New York vedrò alla televisione ogni bomba che cade su Baghdad, ma questa volta a differenza dell’ultima vedrò la tua famiglia, tua madre. Dal punto di vista di questa lotta siamo nemici, ma non è vero, non è vero: noi siamo amici, siamo uniti da un’amicizia più forte di qualunque amicizia ci possa essere nel mondo”.
Ricordando san Paolo le ho detto: “Cristo ha vinto l’inimicizia, ci ha uniti in un’amicizia basata sull’esperienza concreta di quello che Cristo rende possibile in questo momento” e alla fine ci siamo abbracciati a lungo, fraternamente. Questo abbraccio non era teoria: è la realtà, è il frutto della presenza di Cristo, è l’esperienza del miracolo di questa riconciliazione.

Ed è proprio questa esperienza che io devo mettere come punto di partenza per giudicare tutto quello che accade nel mondo, sia che si tratti di una guerra oppure dell’ostilità tra un marito e una moglie. La possibilità di giudicare è uno degli effetti della presenza di Cristo nel mondo: vedere la realtà, essere veramente libero; la libertà nasce da questa esperienza dell’avvenimento della grazia, della riconciliazione fatta possibile dalla presenza di Cristo nel mondo, Cristo che è nostra pace, la nostra riconciliazione, questa è la libertà che nasce da qui, e adesso l’educazione che cos’è se non un’educazione alla libertà che è un’educazione all’umano?
Se un’educazione non mi aiuta ad essere libero, vuol dire che non mi permette di vedere e neppure di giudicare la realtà, non è un’educazione che ci fa conoscere il reale. Se la libertà nasce dall’avvenimento di Cristo, da questa realtà che nel mondo si chiama misericordia, l’educazione che è la promozione della libertà e dell’umanità, la vera educazione nasce da questa presenza da questa realtà della misericordia nella carne, nella persona di Cristo.