Il “disturbo” della persecuzione dei cristiani
Continua la mattanza dei cristiani. L’ultima dalla Nigeria racconta di 303 bambini rapiti in un collegio cattolico insieme a 12 insegnanti. In quel Paese si susseguono uccisioni, rapimenti, chiesa e case incendiate. Una tragedia. L’appello del Santo Padre, l’assenza di voci dall’Occidente. E il richiamo alla preghiera in un discorso di Benedetto XVI dell’aprile del 2012
28 novembre 2025
Editoriale
Il numero fa impressione: 303 bambini rapiti nella scuola nigeriana di St Marry a Papiri, nello Stato federale centro – occidentale del Niger (Nigeria). E con loro 12 insegnanti. Questo è successo nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 novembre.
Ultimo atto di violenza verso i cristiani, perseguitati di questi tempi più che nei primi secoli, come rammentava papa Francesco. L’Africa subsahariana ha il triste primato di questa terribile repressione: uccisioni, rapimenti, chiese e case date alle fiamme. Una carneficina continua. Che si ripete da diversi anni con una puntualità straziante.
L’appello di papa Leone XIV
Stavolta le cose sono andate così. Il commando si è presentato a bordo di una sessantina di veicoli, auto e motociclette. L’obiettivo: i dormitori. Hanno puntato lì sequestrando il più possibile fra la comunità scolastica. Poi via dal collegio cattolico. Verso nascondigli sicuri.
Domenica 23 all’Angelus papa Leone XIV ha fatto un appello per chiedere l’immediata liberazione dei bambini e degli insegnanti rapiti. Eco piuttosto scarsa o di circostanza alle sue parole. La cosa non sorprende. Quella parte di Africa è lontana e perciò i chilometri di distanza sembrano annacquare l’attenzione e la preoccupazione. Storie già conosciute.
Tragedie che non meritano prese di posizione
E poi c’è l’interpretazione più diffusa che viene data a questi orrori. Vale a dire che l’origine non è la persecuzione dei cristiani in quanto cristiani ma si tratta di morti e rapimenti legati a conflitti sociali a disagi di natura economica. E perciò guai a parlare di pulizia etnica. Si ha paura a chiamare questi accadimenti con il loro nome.
Dire a chiare lettere che i cristiani nel mondo sono oggetto di persecuzione suona disturbante in Occidente. Vien da pensare che queste tragedie non siano funzionali alle solite prese di posizione. Non meritano raccolte di firme e di appelli giammai. Sono tragedie, queste, che non si fila nessuno: irrilevanti alle nobili cause. Come se ci fosse una classifica delle cause nobili.
Diciamolo: fa una certa impressione questo silenzio. Ragionevolmente immotivato. Ma è il ragionevolmente l’avverbio fuori posto. Allora si potrebbe dire che molto che motiva oggi a serrare le fila di ragionevole abbia quasi niente. Ed è pretestuoso aggrapparsi alla scarsità di notizie. Perché non è così.
Pulizia etnica e religiosa
Eppure è da tempo che circolano informazioni dettagliate della mattanza di chi aderisce alla fede cristiana. L’ultimo rapporto di Aiuto alla Chesa che Soffre (ACS) fotografa la drammatica situazione che si vive in Nigeria; vi si legge che quel che accade nel Paese africano è il risultato di una feroce campagna “di pulizia etnica e religiosa”. La stessa organizzazione fa sapere che dal 2009 nella sola diocesi di Maiduguri i cristiani assassinati siano circa cinquemila.
E il quotidiano Daily Telegraph ha alzato il livello dell’allarme: «l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa sostiene che la violenza etnica abbia ‘alterato il panorama demografico della cintura centrale della Nigeria’ e che tra l’ottobre 2019 e il settembre 2024 i cristiani in alcuni Stati ‘siano stati uccisi a un tasso 5,2 volte superiore rispetto ai musulmani, in relazione alla loro dimensione demografica’». (Il Foglio, 25/11/2025).
È auspicabile che le diplomazie stiano lavorando affinché i rapiti vengano liberati al più presto. Certo che nel frattempo se si facessero sentire anche voce autorevoli a livello globale qualcosa di positivo potrebbe venirne.
Lasciare soli i cristiani alle prese con prove così terribili fa male. E, infatti, non sono soli (ma questo non deve mettere il cuore in pace alla moltitudine dei distratti per i più diversi motivi).
La preghiera che unisce
Papa Benedetto XVI il 18 aprile 2012 si espresse con queste parole: “Di fronte alle persecuzioni subite a causa di Gesù, la comunità non solo non si spaventa e non si divide, ma è profondamente unita nella preghiera, come una sola persona, per invocare il Signore. Questo è il primo prodigio che si realizza quando i credenti sono messi alla prova a causa della loro fede: l’unità si consolida, invece di essere compromessa, perché è sostenuta da una preghiera incrollabile”.
Già, la preghiera. Non certo un “di cui”. Un particolare secondario. Un retaggio sbiadito. La preghiera incrollabile è pilastro di speranza. Sostegno che unisce. Ponte ideale e reale. In questo caso con la Nigeria, per nulla realtà lontanissima.
Realtà che, magari, mentre state leggendo queste righe ci avrà donato finalmente una bella notizia!