Il garante dell’umano nel corto circuito dei diritti
La crisi del diritto internazionale è una drammatica evidenza in questo tempo ad alto tasso di conflittualità. La causa principale di tale sopraggiunta fragilità è da ricondurre alla crisi dell’umano. Maurizio Ormas, sacerdote e teologo, autore del libro La libertà e le sue radici (Effatà), spiega perché è necessario guardare in quella direzione per comprendere le ragioni che hanno prodotto il deficit di umanità che stiamo vivendo. «E l’assenza di un codice riconosciuto diventa assai più grave nelle classi dirigenti per l’ampiezza degli effetti che produce sugli altri»
10 aprile 2026
Mondo sconnesso
Conversazione con Maurizio Ormas a cura di Nicola Varcasia
Conversazione con Maurizio Ormas a cura di Nicola Varcasia
Mentre conversiamo con Maurizio Ormas, il sito del Corriere della Sera titola così: «Trump all’Iran: non colpite gli impianti in Qatar o vi devasteremo». Nei giorni successivi le minacce non sono cambiate, ma sono anni ormai che i leader che comandano nel mondo ricorrono a dichiarazioni (oltre che a fatti) di natura muscolare sulla “potenza mai vista prima”, o sulla capacità di “cancellare il nemico dalla faccia della Terra”. La crisi del diritto internazionale è dunque un’evidenza quotidiana che, però, non va chiamata in causa come se fosse un deus ex machina. Il discorso con l’autore de La libertà e le sue radici (Effatà), sacerdote e teologo, parte proprio dalla riflessione sulle cause profonde del malessere che colpisce il mondo, ma con gli occhi aperti sul presente.
Professore, la crisi del diritto internazionale è una crisi di senso dell’umano?
Certamente sì, ma forse conviene ribaltare la prospettiva: è la crisi dell’umano che costituisce una delle ragioni, non l’unica, della crisi del diritto internazionale. Prima, però, dobbiamo capirci sui termini.
In che senso?
Il diritto internazionale non è un testo che si legge come un libro. È l’esito di convenzioni tra Stati e della stratificazione di accordi tra enti di diritto pubblico internazionale e di consuetudini affermatesi nel tempo. Al vertice di questa trama ci sono i trattati veri e propri, per esempio i trattati alla base delle Nazioni Unite o quello di Helsinki sulla pace e la sicurezza in Europa.
Qual è la trama che le unisce?
Tutte le espressioni del diritto internazionale, oltre naturalmente al rispetto dei confini degli altri stati e a quello della loro sovranità, presuppongono la condivisione di alcune condizioni minime, come la dignità dell’uomo, il riconoscimento del valore della persona e la stima per la vita umana, Nel momento in cui queste vengono meno, il diritto internazionale si indebolisce. E oggi ci troviamo proprio in una fase in cui è il senso stesso dell’umano a essere messo in discussione.
Come?
Lo capiamo dai comportamenti e dalla mentalità che si stanno affermando un po’ ovunque. Sempre più persone comuni manifestano una mancanza di stima per il valore della vita. Forse è persino superfluo farne un elenco completo. Basti pensare ai ragazzi che girano con un coltello o alla violenza diffusa: sono segnali che indicano come la vita dell’altro venga percepita come meno importante del proprio interesse, del proprio vantaggio, dell’apparire, dell’affermazione del proprio presunto onore, di ciò che si è.
C’è un collegamento tra questa mentalità diffusa e le mosse geopolitiche dei potenti?
A livello culturale, credo sia utile evidenziare come il senso dell’umano che sta venendo meno nella vita quotidiana – rappresentato da una mentalità incapace di rispettare la vita e di dare riconoscimento all’altro da sé – sia il segnale di un analogo indebolimento delle classi dirigenti. È un processo quasi simultaneo. Chiaramente, l’assenza di un codice riconosciuto diventa assai più grave nelle classi dirigenti per l’ampiezza degli effetti che produce sugli altri.
Ad esempio?
Quando la Camera dei Lord, in Inghilterra, approva la depenalizzazione dell’aborto fino al parto, o quando il Pentagono si affida ad algoritmi di Ai per selezionare i target da colpire – la strage nella scuola di Minab nel primo giorno di attacco all’Iran sarebbe nata da un mancato aggiornamento delle informazioni disponibili, ha segnalato padre Benanti in un recente articolo – si amplificano a dismisura le conseguenze di scelte di per sé sbagliate.
Nei decenni scorsi quel codice riconosciuto c’era?
Nelle democrazie occidentali sì, almeno in parte. La tradizione del pensiero cristiano aveva lasciato una traccia anche nell’illuminismo. Quest’ultimo ha rappresentato il grande tentativo di fondare un’etica a prescindere da una fede rivelata: una scommessa generosa, che ha retto per un certo periodo, anche grazie all’eredità cristiana su cui poggiava. Con il tempo, però, questa tenuta è venuta meno. Oggi non regge più, e tendono ad affermarsi interessi che portano a concezioni della vita e visioni dell’umano contrastanti. Ne ha parlato anche il presidente Mattarella qualche settimana fa ricevendo la laurea honoris causa all’Università di Salamanca, che è stata la culla del diritto internazionale nel Rinascimento.
L’America trumpiana è figlia di questo degrado?
L’America trumpiana non compare all’improvviso, come un fungo che spunta nella notte dopo la pioggia. Nasce anche da una serie di tensioni economiche e culturali e come reazione alla cosiddetta filosofia woke, su cui molto è stato scritto. Si presenta come un coacervo di interessi – alcuni in parte condivisibili, altri dai quali è necessario prendere le distanze – che tendono ad affermare il valore del successo, soprattutto economico, come prevalente rispetto ad altri valori. Questo avviene nonostante poi ci si richiami platealmente a una religiosità tradizionale e a un nucleo di valori che l’America stessa, soprattutto nelle grandi città, ma anche nel mondo del business finanziario e tecnologico, ha da tempo rinnegato.
Questo vale per gli Stati Uniti e l’Occidente, ma all’ONU la condivisione di questi valori coinvolge anche altre aree del mondo: su quali basi, in quel caso, si costruisce un riconoscimento comune?
Quando un Paese chiede di essere ammesso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, sottoscrive un insieme di valori contenuti nella Carta ONU. È vero che alcuni Paesi – ad esempio quelli musulmani, ma non solo – su determinate questioni pongono delle riserve, ma formalmente i principi della Carta vengono accettati. Il riferimento, in generale, è al rispetto della persona umana definito nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, cui si sono aggiunte nel tempo altre carte, come quella sui diritti del bambino. In teoria, dunque, è su questi valori che il mondo dovrebbe riconoscersi. Nella pratica, però, questo non avviene. Da un lato, alcuni Paesi hanno aderito solo formalmente, con la riserva implicita di agire poi secondo convenienza. Dall’altro, paradossalmente, in alcune Commissioni la custodia di questi valori è affidata proprio a Stati che li violano in modo evidente.
Oggi siamo a rischio tirannia nel nostro mondo?
Più che di una tirannia, il rischio che vedo è di un condizionamento delle libertà individuali e, temo, della libertà fondamentale: la libertà di pensiero, di manifestazione del pensiero e la stessa libertà religiosa. Questo in nome di un pensiero unico che tende ad affermarsi come neutro, ossia come l’unico che una persona perbene possa condividere.
Come possiamo arginare questo rischio?
Come accennavamo prima, con l’inizio dell’età moderna, la cultura europea ha avvertito il bisogno di affermare l’etica fondandola sulla ragione, su motivazioni di carattere incontrovertibile non soggette alle interpretazioni e allo scontro tra le confessioni religiose. Correnti quali il contrattualismo e l’utilitarismo che sono state adottate come fondamento del vivere sociale hanno pervaso la mentalità di tutti e indebolito il senso dell’umano. Inoltre, i primi maestri del diritto internazionale – quali Francisco de Vitoria della già citata Scuola di Salamanca, Ugo Grozio e Samuel von Pufendorf – cercano di affermare, anche da una prospettiva cristiana, che la convivenza fra le nazioni si debba fondare sull’appetitus societatis. Cioè sul fatto che è un bene che le persone abbiano relazioni significative con altri popoli, fatte di commerci e scambi culturali. Dove crescano relazioni in cui ci si possa incontrare e fraternizzare.
È l’ottimismo della ragione?
Si è ritenuto che l’opportunità dell’incontro fra i popoli e fra le genti fosse sufficiente a farle andare d’accordo. Nell’Ottocento, Benjamin Constant dirà che dove passano le merci non passano i cannoni, non passano gli eserciti. La fiducia che è stata data a tutto questo impianto culturale è stata sovradimensionata.
Sono ragioni valide ma, probabilmente, non sufficienti.
Sì, perché poi intervengono interessi di altro genere che soffocano la predisposizione della gente a riconoscere nell’altro un interlocutore anche per il bene della propria vita e del proprio benessere di carattere economico e relazionale.
È qui che, a livello culturale e sociale, si innesta la prospettiva cristiana come capacità di generare una società nuova?
Il cristianesimo è chiamato a valorizzare tutto quello che la cultura laica e l’illuminismo stesso hanno prodotto. Ma nella consapevolezza che questo non basta e che, ancora una volta, il Vangelo, in quanto espressione del messaggio di salvezza incarnato da Gesù Cristo, è ancora utile per l’uomo d’oggi. Perché pone l’uomo nella prospettiva di un rapporto col sovrannaturale, di uno sguardo su ciò che sta oltre sé. Uno sguardo che dà fondamento alla nostra buona volontà, che sostiene la fragilità del nostro desiderare il bene, il vero e il giusto, dandoci la forza di riconoscerla.
Nel contesto del Medio Oriente, dove la presenza cristiana è sempre più ridotta – dalla Siria all’Iraq fino al Libano – il futuro passa inevitabilmente attraverso una dimensione di testimonianza fino al sacrificio? Tale scenario potrebbe riguardare anche noi, oppure è ancora possibile immaginare una società in cui non si arrivi a dover affermare la propria fede a rischio della vita?
È una domanda veramente impegnativa. Le prospettive di fronte a noi, da un punto di vista puramente razionale, non appaiono rosee. Né in Medio Oriente, né nell’Africa settentrionale e né in Europa e in Occidente.
Perché anche da noi?
Per le ragioni a cui abbiamo accennato, il pensiero unico tende a eliminare tutto ciò che lo mette in discussione. È nel DNA del cristianesimo mettere in discussione il pensiero dominante, porre interrogativi, chiedere conto al potere. Per questo, tutti i totalitarismi conducono una lotta al cristianesimo all’ultimo sangue. Vogliono eliminare una contestazione che agisce in nome di un umano garantito da un’istanza superiore: la dimensione religiosa, Gesù stesso. È Gesù risorto il garante dell’umano.
La speranza nasce qui?
Per i cristiani, il realizzarsi dell’umano in un dato momento storico non è tutto l’umano. E questa è la ragione per cui il cristianesimo pone un’istanza di contestazione del potere. Quindi, nel momento in cui la democrazia è messa in pericolo, in cui i social controllano o indirizzano in maniera pervasiva il modo di pensare della gente, allontanandola da questa consapevolezza i rischi ci sono. Tuttavia, proprio perché c’è di mezzo qualcosa di più grande di noi, la speranza cristiana fa affidamento non sulle nostre forze, ma sul fatto che chi conduce la storia, anche scrivendo diritto sulle righe storte, come direbbe Manzoni, è un Altro.
Sembra di cogliere un riferimento ai recenti discorsi del Papa.
Sono rimasto molto colpito dal discorso di Papa Leone al corpo diplomatico del gennaio scorso, che invito a leggere per intero. Vorrei concludere proprio con le sue parole, quando afferma che nell’attuale contesto si sta «verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità». La crisi del diritto internazionale di cui abbiamo parlato dipende da questo corto circuito.