Il potere di…
Sera del Venerdì Santo, la Via Crucis al Colosseo. Mentre papa Leone XIV si aggrappa alla croce di Cristo. Le parole della prima stazione nelle meditazioni di padre Francesco Patton, già custode di Terrasanta, si richiamano a Francesco di Assisi.
Al rapporto tra l’autorità e il potere. L’uso che se ne fa, soprattutto oggi. Un richiamo mentre domina l’abuso di potere. Ma l’uso distorto che deturpa la pacifica convivenza non significa che il potere è sempre sbagliato, una cosa cattiva in sé. Dipende dall’uomo. Dal senso del limite, dal senso di responsabilità. Questione che riguarda tutti e non solo i cosiddetti potenti.
10 aprile 2026
Editoriale
«Francesco di Assisi ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di – esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla».
Papa Leone XIV – che ha portato di persona la croce lungo tutte le 14 stazioni – ha affidato al padre Francescano Francesco Patton, già custode di Terrasanta, le meditazioni durante la Via Crucis della sera del venerdì santo. Queste parole il frate le ha pronunciate alla prima stazione. Completandole con un richiamo a ciascuno di noi: «Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni. Tu, Gesù, gli dici: Fa’ buon uso del potere che ti è dato e ricordati che qualsiasi cosa tu faccia a un essere umano, specie se piccolo e fragile, lo fai a me. Ed è a me che dovrai risponderne un giorno».
Con giudizio
La questione del potere non si può eludere. Dalla notte dei tempi è così. E, a diversa intensità, riguarda tutti. Tenersene alla larga è impossibile perché il potere ha a che fare con la vita di tutti i giorni. Il potere di prendere una decisione è un atto costitutivo dell’esperienza umana. Occorre esercitarlo con senso di responsabilità, con giudizio. Quando non si agisce così assai spesso si cade nell’abuso di potere. In forme di dominio. Nelle circostanze più anonime come in quelle di chi, ad esempio, ha compiti di direzione di uno Stato.
La Storia è ricchissima di esempi di chi ha fatto uso distorti del potere, di chi è ricorso costantemente all’esercizio del dominio, a una volontà di potenza che è diventato atto impuro, violenza e ancora violenza.
Il punto chiave
Il rapporto con il potere è una bella sfida per l’uomo. Gli esempi declinati da padre Patton ne dicono tutto il portato di drammaticità. Perché con il potere si può contribuire al bene dell’altro, del popolo, dei popoli, del dialogo fra gli Stati. E perché con il potere si può infliggere il peggio all’altro, al popolo, ai popoli, agli Stati da combattere.
Il potere è di questo mondo ed è nella norma che li si utilizzi. Ritenere che non vi possano essere poteri buoni per definizione è una posizione di disistima verso l’uomo in quanto tale. Può essere che l’uomo non sia in grado di avere un rapporto virtuoso con la gestione del potere? No, non può essere. Perché, altrimenti, verrebbe a mancarci la terra sotto i piedi. Qualsiasi speranza di convivenza dentro l’orizzonte concreto del bene sarebbe un’idea velleitaria. Un’assenza di speranza.
L’uomo è un soggetto fallace, si sa. Deve fare i conti con la tentazione di inebriarsi del potere. Può confondersi e si confonde. Ma è proprio nel riconoscimento del proprio essere soggetto fallace, che sbaglia, che è limitato, il punto chiave per vivere in modo responsabile il rapporto con il potere. Il riconoscimento del proprio limite è l’elemento che preserva la persona dal deragliare. La persona “limitata” è più vicina a essere fortemente responsabile, si pensa in relazione cordiale con il prossimo, non si ritiene a posto. Non si sente “uomo solo al comando”.
Il metodo Havel
Anche quando si esce da periodi oscuri, determinati dall’uso schizofrenico e repressivo del potere fino a negare la libertà, è possibile mantenere una visione realistica e propositiva del potere e quindi della buona politica. Come ha fatto Vaclav Havel in Cecoslovacchia dopo la fine della dittatura prona ai desiderata totalitari di Mosca: «La politica non può essere solo l’arte del possibile, ossia della speculazione, del calcolo, dell’intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici, ma piuttosto deve essere l’arte dell’impossibile, cioè l’arte di rendere migliori sé stessi e il mondo». Quando è diventato presidente, Havel ha lavorato su di sé per rendere quotidiano un pensiero così fecondo. È stato un uomo di potere? Sì. Ed è stato un uomo che ha esercitato con giudizio il potere conferitogli dal popolo perché ha avuto una grande passione per l’uomo. Si fidava.
Oggi c’è bisogno come pane di politici così, che non vedono nella politica appena l’arte del possibile (quando va bene!). Piuttosto, l’arte dell’impossibile. Di chi ha reso vivo il metodo del “potere dei senza potere”. Magnifico paradosso. Concreta via della convivenza pacifica.