Il silenzio delle armi e Il filo sottile della speranza
E così dopo 734 giorni di bombe, lutti e altri sfregi ecco il cessate il fuoco, la tregua. Con lo scambio fra ostaggi e prigionieri primo atto di un percorso tortuoso ma non impossibile. Il volto contemporaneo della diplomazia ha prodotto l’arresto della dialettica delle armi. Adesso, come dice il cardinale Pizzaballa, è il tempo delle donne e degli uomini di buona volontà.
17 ottobre 2025
Editoriale
Sì, un primo sì. Al cessate il fuoco, alla tregua. Dopo 737 giorni dal 7 ottobre 2023 e da quel che di terribile ne è seguito nella Striscia di Gaza. Oggi, mentre tacciono finalmente le armi, si sta tutti come appesi a un filo sottilissimo. Insicuro, certo. Ma quel filo c’è. Quel filo che ha permesso lo scambio fra ostaggi e prigionieri, i primi balli di gioia, i primi sentimenti di risalita dall’inferno. Affidandosi alla novità di quel filo così fragile le piazze israeliane si sono riempite e migliaia e migliaia di palestinesi si sono messi sulla strada per tornare da dove erano forzatamente partiti.
Ciascuno a casa sua anche se adesso lì non c’è più la casa, macerie soltanto.
Macerie che raccontano la violenza, la morte, la lacerazione di famiglie, però.
Ne La grammatica di Dio di Stefano Benni (Feltrinelli, 2007), in uno dei 25 racconti brevi che compongono il libro, intitolato Lacrime, si legge: «Le prime apparvero all’alba in periferia. Gli addetti alla spazzatura ne trovarono una decina in un prato. Stavano per caricarle sul camion, pensando che fossero sacchi di plastica, quando si accorsero della loro stranezza. Grandi bolle sgonfie, meduse traslucide, alcune ovali, altre oblunghe, talune di forma irregolare, come un frutto flaccido e malformato. Al tatto non erano viscide né molli, ma possedevano la consistenza della pelle di un animale, un delfino ad esempio, mentre alcuni avvertivano il calore di un tessuto morbido. In realtà, parevano consistere di materia diversa a seconda di chi le avvicinava. Anche se sembravano guaste, morte, non emanavano cattivo odore. Erano di colori tenui e incerti, dal giallo chiaro all’azzurro perlaceo. Ma quello che colpì i primi scopritori fu che dentro alla materia opalina, lattescente, di alcune di esse sembrava apparire, a tratti, l’ombra di un volto, o l’istantanea di una scena, e qualche volta dall’interno esalava un lieve suono, una voce remota». Lacrime, ecco. Quei primi scopritori si erano imbattuti nelle lacrime.
Donne e uomini di buona volontà
Commuove allora pensare che la fila serrata, appiccicata quasi fosse un solo corpo dolente, un serpentone di volti, storie, ferite, eppure una fila che cammina, trovi tra quelle macerie la presenza misteriosa delle lacrime. Un segno vivo di memoria, di familiarità, a suo modo una ricomposizione da strappi troppo laceranti. Troppo di tutto. Una fila di flebile speranza, di luttuosa speranza, come nei viaggi della speranza che documentava la macchina da presa di Pietro Germi. Oggi si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Eppure nei cuori di quei popoli mediorientali che conoscono la sofferenza, sembra non trasparire cedimento al destino ineluttabile.
Nei due popoli non domina la rassegnazione anticipatrice della sentenza che i cuori spegne. Il cessate il fuoco e questa tregua appartengono a un tornante della Storia dove il metodo delle relazioni è più nei muscoli che nelle regole della diplomazia che abbiamo conosciuto. Si possono perciò fare mille rilievi, la discussione è quasi ovvia, eppure assecondarli mettendo davanti a qualsiasi ragionamento solo i dubbi, le eccezioni ci porterebbe lontano, ci impedirebbe di vedere la realtà che esprime quel filo sottilissimo e fragilissimo.
Ha ragione il cardinale Pizzaballa quando dice che ora è il tempo delle donne e degli uomini di buona volontà.
I pensieri di pace del cardinal Martini
Quel filo così sottile, appena visibile, è la possibilità concreta di un avvio di una storia diversa. Ma il cambio di passo è solo in un’apertura di credito, una luce che buchi le macerie che parlano. Le macerie che piangono per quel che hanno visto. Lacrime che sono lacrime. I morti che sono morti.
Nel 1994, tornando da Gerusalemme dopo un ennesimo attentato, il cardinale Carlo Maria Martini scriveva così: «Certamente l’odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori. Vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria soltanto di sé stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta.
Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace. Non fabbricarti idoli: idolo è anche porre sé stesso e i propri interessi al disopra di tutto, dimenticando l’altro, le sue sofferenze, i suoi problemi. Il superamento della schiavitù dell’idolo consiste nel mettere l’altro al centro, così da creare quella base di comprensione che permette di continuare il dialogo e le trattative».
Processo di comprensione
Venticinque anni fa il cardinal Martini scriveva questo. Sembrano pensieri di un minuto fa, così prossimi alla tragedia in corso in Terra Santa. Nelle sue parole che auspicano l’inizio di un processo di comprensione vi è la speranza riposta in donne e uomini di buona volontà; donne e uomini al lavoro capaci di superare la schiavitù dell’idolo, un impegno che genera dialogo e trattative. Con la vertiginosa promessa che «dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace».
In queste ore la premessa di una pace duratura è in quel filo sottilissimo che vuole reggere urti e scossoni dei servitori degli idoli. Quel filo sottilissimo che è uno «spiraglio di speranza», come ha detto papa Leone XIV all’Angelus di domenica 12 ottobre 2025.