Israele, un paese ormai irriconoscibile a sé stesso
Lo stato israeliano è oggi una realtà sempre più difficile da decifrare. Aggredisce rendendo la la guerra una condizione di normalità. E questo sta provocando lacerazioni profonde al suo interno. La crisi sommersa nel rapporto tra Israele e la religione. Un progressivo sfarinamento sul piano della propria identità. L’aumento di professionisti che vanno via, figure storicamente fondamentali per la crescita economica israeliana. I progetti coercitivi sulla Cisgiordania. Gli ultraortodossi che non vogliono più saperne della chiamata alle armi. E poi, la presenza dei cristiani. Una presenza che intende segnalare una possibile ripresa, realistica, della convivenza. Perché, come ha scritto il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa «i cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo. Sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono»
8 maggio 2026
Frattura scomposta
di Andrea Avveduto
Il 19 aprile scorso, nel villaggio cristiano di Debel, nel Libano del Sud, un soldato israeliano ha distrutto a martellate una statua di Gesù crocifisso. Un commilitone ha fotografato la scena e la foto ha fatto il giro del mondo. Trenta giorni di carcere per i due e statua sostituita. Caso chiuso, dunque? Forse, se non fosse che l’episodio incriminato si aggiunge ad altri casi analoghi nel Sud del Libano e solleva un tema, quello del rapporto tra Israele e la religione, sempre più problematico e al centro di una crisi sommersa, ma sempre più evidente. Poche settimane prima dell’episodio di Debel, il 15 febbraio 2026, due soldatesse in uniforme si trovavano a Bnei Brak, città di ebrei ultraortodossi alle porte di Tel Aviv, per una visita di routine a una giovane recluta.
Quando gli abitanti le hanno viste, si è scatenata una folla di centinaia di uomini. Le donne hanno dovuto fuggire tra i vicoli, aspettare che la polizia le portasse via. Nel frattempo i manifestanti rovesciavano un’auto della polizia e davano fuoco a una moto. Ventisei arresti. Il giorno dopo, tutti liberi.
L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot ha sintetizzato la vicenda in una frase: «Il lato che evita la leva attacca il lato che serve».Il caso Debel e il caso Bnei Brak sembrano lontani, eppure raccontano la stessa frattura. In entrambi gli episodi, la religione non appare come spazio di rispetto o responsabilità, ma come terreno di conflitto identitario: contro il simbolo dell’altro, nel primo caso; contro lo Stato e il suo esercito, nel secondo.
La domanda, allora, non è se i due casi siano equivalenti. Non lo sono. La domanda è se entrambi non mostrino una crisi più profonda: quella di uno Stato che fatica sempre più a tenere insieme democrazia, religione e uguaglianza davanti alla legge.
Fuga di cervelli
Israele si sta spaccando da ormai diverso tempo lungo tre linee: chi paga — il ceto laico urbano, l’alta tecnologia —, chi serve — i riservisti e i militari di professione —, e chi decide — i giudici e i garanti istituzionali. Quando questi tre gruppi smettono di stare dalla stessa parte, lo stato comincia a spaccarsi sul piano dell’identità.
Le conseguenze di questa frattura si misurano anche in numeri concreti. Dal dicembre 2022, da quando l’attuale governo è entrato in carica, più di 200.000 israeliani hanno lasciato il paese. Lo certifica Al Jazeera in un’inchiesta di gennaio 2026 citando i dati del parlamento israeliano e di diversi think tank. A partire non sono turisti: sono laureati, imprenditori tecnologici, medici — il ceto che tiene in piedi l’economia. L’economista Dan Ben-David ha calcolato che Israele dipende da circa 300.000 membri di un’élite centrale per mantenersi come paese avanzato. Eugene Kandel — ex capo del Consiglio economico nazionale e alleato di Netanyahu — ha scritto che Israele probabilmente non raggiungerà il centesimo anno dalla fondazione se continuerà su questa strada.
Impiccagione obbligatoria
Il servizio militare della discordia
Al centro di questa crisi c’è – tra gli altri – anche il nodo irrisolto degli Haredim e del servizio militare. La Corte Suprema israeliana ha stabilito nel 2024 che le esenzioni dalla leva accordate agli studenti delle scuole ebraiche sono illegali. Ma applicare la sentenza si è rivelato impossibile: circa 80.000 uomini haredim tra i 18 e i 24 anni sono eleggibili per il servizio militare e non si sono arruolati, mentre l’IDF dichiara di avere urgente bisogno di 12.000 reclute per sostenere la pressione della guerra a Gaza.
Nel frattempo i rabbini più intransigenti descrivono chi evade come un eroe comunitario. Il conto economico di questo equilibrio è destinato a diventare insostenibile: nel 2018, la famiglia israeliana media pagava circa 20.000 shekel (circa 5000€) all’anno per sostenere la comunità ultraortodossa; entro il 2065, con le proiezioni demografiche attuali, quella cifra salirà a 60.000 shekel (circa 15000€) per ogni nucleo familiare non ortodosso.
Mentre la frattura interna si allarga, il governo avanza su un altro fronte — quello della terra. Nel febbraio 2026, Israele ha stanziato 79 milioni di dollari per avviare la registrazione catastale delle terre in Cisgiordania. L’obiettivo è confiscare entro il 2030 almeno il 15% dell’Area C, che comprende il 60% della West Bank ed è sotto controllo israeliano dagli Accordi di Oslo.
Il meccanismo è costruito per non fallire: la nuova legge stabilisce che tutta la terra palestinese è terra di stato, a meno che i proprietari non provino il contrario. Provarlo è quasi impossibile — i documenti originari sono dispersi da guerre ed esili, molte proprietà tramandate oralmente. C’è poi una trappola cronologica: nel 1968, un anno dopo la conquista della Cisgiordania, Israele aveva bloccato tutti i procedimenti di registrazione. Quella stessa impossibilità viene usata oggi come prova dell’assenza di titolo. L’avvocato Michael Sfard ha commentato su Haaretz: «Questa risoluzione implica sovranità e quindi annessione». Negli ultimi due anni e mezzo, attraverso sgomberi violenti di comunità agricole e beduine, sono stati ripuliti dalla presenza palestinese 980 chilometri quadrati — tre volte la superficie della Striscia di Gaza.
Il 30 marzo 2026, il parlamento israeliano ha approvato con 62 voti favorevoli e 47 contrari una legge che stabilisce l’impiccagione obbligatoria per i palestinesi della Cisgiordania condannati da tribunali militari per atti terroristici con vittime. La sentenza va eseguita entro 90 giorni, senza diritto alla grazia. Il tasso di condanna nei tribunali militari per i palestinesi è del 96 per cento, spesso sulla base di confessioni ottenute durante gli interrogatori.
La norma è scritta in modo da escludere i coloni israeliani che commettono violenze contro i palestinesi, e una volta approvata il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir si è presentato in aula con un piccolo cappio metallico sul bavero. Chissà se qualcuno si ricorda ancora cosa disse David Ben Gurion nel 1951, di fronte alle violenze di israeliani contro civili arabi: «Finché un soldato ebreo non verrà impiccato per aver assassinato degli arabi, questi atti di omicidio non cesseranno». L’impiccato immaginato era un ebreo. La vittima da tutelare era un arabo. Settantacinque anni dopo, un ministro festeggia una legge che impicca i palestinesi portando un cappio sul bavero. Non è una semplice inversione di rotta. È la misura di quanto il paese si sia reso irriconoscibile a se stesso.
Elezioni: ma quando?
In questo quadro si collocano le elezioni che verranno. Probabilmente ottobre, ma nessuno sa davvero quando arriveranno. Netanyahu continua a rimandare la data, forte di una coalizione che regge per ora. I sondaggi di marzo 2026 mostrano che nessuno dei possibili sfidanti riesce a costruire una maggioranza da solo: Yair Lapid non aggrega tutto il fronte laico, Naftali Bennett torna in politica piuttosto debole dopo che nel 2022 il suo partito era rimasto sotto la soglia di sbarramento, Benny Gantz sconta la sua breve esperienza nel governo di unità nazionale come una macchia di incoerenza. Netanyahu ha costruito la sua durabilità esattamente su questa paralisi: finché il paese è in guerra, nessuno può permettersi di sembrare il politico che ha tolto la mano dal timone.
Tuttavia, anche in una situazione così complicata ci sono segnali importanti che vengono dalla società civile. Migliaia di persone hanno partecipato qualche giorno fa a una conferenza per la pace a Tel Aviv, organizzata dalla coalizione “È arrivato il momento”, che riunisce oltre 80 organizzazioni ebraiche e arabe per la pace.
Il deputato Gilad Kariv (Democratici) ha dichiarato nel suo intervento che si impegnerà a istituire un quartier generale di lotta contro l’annessione e la violenza nei Territori. Ha inoltre aggiunto che lavorerà per portare al tavolo dei negoziati di coalizione richieste per l’annullamento delle misure di annessione, lo smantellamento degli avamposti e la ripresa del dialogo con l’Autorità Palestinese.
Hanno partecipato anche Elizabeth Tsurkov, recentemente liberata dalla prigionia in Iraq, così come Ayala Metzger e Merav Svirsky, i cui familiari sono stati uccisi il 7 ottobre. “Dopo anni di guerra – hanno dichiarato gli organizzatori – sempre più israeliani capiscono che non esiste una soluzione militare al conflitto. Chi rifiuta di parlare di una soluzione politica sceglie di continuare la guerra. La conferenza popolare per la pace vuole riportare al centro del dibattito la possibilità di un’altra strada: fatta di accordo, cooperazione e futuro condiviso”. Qualcosa si muove, anzi qualcuno. Chi rifiuta la guerra come unica logica, chi disprezza la forza come solo soluzione ai problemi.
I cristiani non sono un terzo incomodo
E in questo contesto segnato da grandi interrogativi sul futuro, il Patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, ha scritto alla sua Diocesi trentatré pagine dense, con la chiarezza di chi non si illude ma non si arrende. Una lettera di un uomo che prova a dire alla sua comunità — e forse a tutti noi — dove si trova, cosa vede, e perché vale ancora la pena restare. Si chiede: come si abita questo disordine da cristiani? Non come si esce. Come si sta dentro, senza lasciarsene assorbire.
La risposta che costruisce è sorprendente. Parte dall’immagine della Gerusalemme nuova dell’Apocalisse: una città che non si innalza con le proprie forze, ma scende dal cielo, ricevuta come un dono. Una città senza tempio — perché Dio non è concentrato in uno spazio ma abita in mezzo al suo popolo. Una città con le porte sempre aperte, che si arricchisce di ciò che le altre nazioni portano. Una città la cui vocazione non è difendersi, ma guarire.
È un’immagine che non consola nel senso facile del termine. Non dice che andrà tutto bene. Dice qualcosa di più esigente: che il bene può nascere ovunque, anche qui, anche adesso. E che questa possibilità genera una responsabilità.
C’è una frase importante in quelle pagine: «I cristiani in Terra Santa non sono un terzo incomodo. Sono sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono». Non un cuscinetto neutrale. Non un corpo separato. Gente che condivide la storia, la lingua, le ferite del proprio popolo — e prova a fermentarla dall’interno con una visione diversa. Come chi – a Tel Aviv – ha proposto una soluzione differente da quella di Netanyahu.
Allora possiamo anche noi tornare a Gerusalemme. Non perché sia facile. Ma perché, come scrive Pizzaballa, sappiamo che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio. E questo nessuna guerra, per ora, è riuscita a smentirlo del tutto.
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